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Frammenti di vita nuba (2)

Il viaggio continua. E diventa sempre più un viaggio nella memoria degli incontri, delle persone che ho avuto su queste montane. Ogni volta che la vegetazione si dirada, che la pista si apre, che si sale un po in quota e lo sguardo può andare lontano ci sono immagini che ritornano a vivere.

Ecco il mercato che era stato bombardato e incendiato nel 2012 dove Enzo Nucci, il giornalista RAI di Nairobi, ha fatte delle lunghe riprese. Quel mucchio di pietre era una capanna centrata da una bomba, e una donna anziana, unica sopravvissuta della famiglia che vi abitava perché era nei campi a lavorare, aveva voluto portarci poco lontano a visitare le tombe dei figli. Un ragazzino che per la paura e per proteggersi si era abbracciato al tronco di un grande albero ci aveva mostrato i due moncherini che gli erano rimasti, entrambe le mani intrecciate sul tronco portate via da una scheggia di bomba. Anche lui aveva voluto mostrarci una cosa nascosta poco lontano, una bomba inesplosa, a metà conficcata in terra. Oggi non c’è traccia di quel bombardamento, se non qua e la poche pietre sovrapposte che indicano dove c’erano negozietti e capanne. Sei anni di alternanza di caldo secco e piogge violente hanno permesso alla natura di cancellare i segni di quel dolore. L’architettura nuba, tutta fatta con materiali reperibili in loco – pietre a secco per le mura, tronchi e erba secca sapientemente modellati per i tetti – non resiste al tempo.

Ecco Teberi, il villaggio del catechista Jibril Tutu, dove per la prima volta ero arrivato nel 1995 sui monti Nuba, atterrando con un piccolo, piccolissimo aereo dove c’eravamo stretti stretti, oltre al pilota, solo Davide De Michelis, Gian Marco Elia, Albert Mori ed io. Albert, keniano e compagno dell’avventura di iniziare New People, aveva compiuto da poco i vent’anni. Jibril era un uomo straordinario che poi mi prese sotto la sua protezione quando qualcuno voleva impedirmi di visitare i Nuba. Magro, dalla camminata veloce e con una voce straodinaria per autorevolezza e dolcezza, era il padre, il parroco e il vescovo della comunità cristiana che aveva fondato, della quale aveva battezzato tutti i membri, che guidava nella preghiera domenicale. Quando Jibril mori, pochi anni fa, padre Boutrus, un prete nuba che era stato istruito e battezzato nella fede da lui, mi scrisse “abbiamo perso un grande Padre della Chiesa Nuba”. Usando giustamente le lettere maiuscole.

Ecco il villaggio dove per un paio d’anni ha vissuto Musa Arat, il catechista di Heiban che i militari governativi avrebbero voluto catturare per infliggergli una punizione esemplare. Aveva osato resistere alle lusinghe di un lavoro retribuito nelle file governative pur di non rinunciare alla sua fede. Un uomo piccolo, rotondo e mite, già gravemente malato di cuore. Lo avevo conosciuto a Kujur Shabia, il villaggio poco lontano da Heiban da dove aveva dovuto fuggire. Quando sono arrivato a Kurci in una notte di giugno del 1996 con Albert Mori e la nostra guida nuba Josep Aloga, ero distrutto dalla stanchezza di una camminata interminabile alla quale eravamo stati costretti per allontanarci da una battaglia. I ribelli non volevano assolutamente che corressimo il pericolo di essere coinvolti in uno scontro, se fossimo stati catturati sarebbe stata una vittoria propagandistica importante per i governativi. Musa quella notte aveva mobilitato tutta la famiglia per prepararci un te addolcito con miele selvatico e l’hassida – polenta di farina di durra. Non c’era altro nella sua casa ma ci sembrò una cena sontuosa. .

Ecco la collina di Regifi. Si eleva per forse trenta meti sulla fertile piana circostante, un mucchio di enormi pietre lisce che sembrano posizionate dalla mano di un gigante, tenute insieme da un po di terra. L’abilità dei nuba di costruire con le pietre a secco l’aveva trasformata in una specie di castello fortificato, adornato con piante sevatiche che alla fine della stagione delle piogge si coprono di fiori rosa e rossi. E’ rimasto solo il grande pennacchio dell’albero di neem quasi in cima, e due o tre case. Oggi la gente si è ridistribuita su tutta l’area. Qui crescono palme che producono una grande noce dalla polpa rossa, dolce e nutriente. Le mandrie di mucche, capre e pecore stanno lentamente tornando nei recinti per la notte.

Scende la notte, e incominciano scrosci di pioggia. Attraversando un wadi, un fiume ancora secco che potrebbe improvvisamente essere invaso da una valanga d’acqua, affondiamo nella sabbia. Non sarebbe piacevole fermarci qui nell’attesa di improbabili soccorsi, Qualche minuto di preoccupazione, e il bravissimo autista riesce a ripartire. Ma è ormai impossibile riconoscere i posti che attraversiamo.

E’ quasi mezzanotte quando improvvisamente, a meno di venti metri di distanza, riconosco il piccolo, elegantissimo minareto di Kauda. Una freccia bianca con decorazioni verdi, gialle e rosse puntata verso il cielo. Per oggi siamo arrivati.
(continua)

Frammenti di vita nuba (1)

Sono rientrato a Nairobi settimana scorsa da un viaggio di una decina di giorni sui Monti Nuba, in Sudan. Ho tentato di scrivere alcune note ogni giorno, con scarso successo. Registro qui alcune sensazioni e ricordi.

Nella prima fase della resistenza nuba, iniziata nel 1988, si poteva accedere questo territorio solo arrivandoci clandestinamente da Loki, nel nord del Kenya. Da li si sorvolava per circa 1,200 km il Sudan del sud, dove ribelli e governo controllavano il territorio a chiazza d leopardo, atterrando in una delle piste in terra battuta preparate dai ribelli. Dopo l’accordo di pace del 2005 fino al 2011 è stato possibile arrivare ai Monti Nuba anche dal nord, passando da Khartoum e viaggiando via terra, cosa che ho fatto un paio di volte. L’indipendenza del Sud Sudan – che ha visto i Nuba forzatamente collocati in Sudan -e il riesplodere della guerra fra Nuba e il governo di Khartoul a metà del 2011, ha di nuovo negato la possibilità di entrarci legalmente. Il governo di Khartoum ha tentato di sigillare l’area e ancor oggi vieta l’accesso anche gli aiuti umanitari. Così due settimane fa ci sono arrivato prendendo un regolare volo di linea da Nairobi a Juba, dal 2011 capitale dello stato indipendente del Sud Sudan (trascinato in una una insensata guerra incivile da un gruppo di criminali), poi da Juba sono andato con un volo umanitario delle Nazione Unite (pagandolo) fino a Yida, nell’estremo nord del Sud Sudan, a pochi km dal confine con il Sudan, e sede di un campo profughi di circa 50,000 persone. Il confine fra Sud Sudan e Sudan per diverse decine di km è controllato dai Nuba e si può entrare nella loro regione, grande come la valle del Po, via terra. Da Yida a Kauda, che funge da capitale dell’area liberata sono circa 180 km di pista.

Fra Yida e Kauda si passa non lontano dal quartier generale dei ribelli. Basta lasciare la pista principale e in pochi chilometri si arriva in una località protetta da colline rocciose. Qui ho incontrato Abdel Aziz Adam Al Hilu, il loro capo. Mi spiega come si sia evoluta la crisi politica interna dello scorso anno e come lui sia stato rieletto. Racconta come i colloqui di pace col governo di Khartoum siano in fase di stallo. “Siamo in una situazione di no peace, no war”. Non c’è pace e non c’è guerra, ciascuno sulle sue posizioni, senza scontri. Da oltre due anni l’esercito governativo non tenta di penetrare nel territorio nuba controllato da ribelli, quasi la totalità, ed non effettua più bombardamenti che fino a fine 2015 devastavano sopratutto le aree più fertili, creando uno stato di carestia perché i contadini non potevano lavorare i campi. Come mai? “Hanno troppi fronti aperti – commenta – oltre a Darfur e Ingessena Hills c’è la Libia, e il loro impegno maggiore che è in Yemen, a sostegno dell’Arabia Saudita, dove combattono molti militari sudanesi, evitando ai sauditi di correre rischi. In cambio ricevono aiuti economici e militari e consolidano la loro alleanza servile con Riad”. Il colloquio è lungo, anche perché mi accorgo solo in ritardo che pure lui sta diventando un po sordo, e dobbiamo ripeterci.

Riprendendo il viaggio verso Kauda dobbiamo fare un lungo giro per evitare 20 km di strada che la prime piogge della stagione, a metà giugno, hanno reso impraticabile. La pista si snoda ai piedi delle colline, solo ogni tanto si arrampica un po sulla costa per evitare fango e acque ristagnanti. Passiamo Lado, che prima dell’accordo di pace del 2005 era sempre stato in mano governativa, un villaggio trasformato in guarigione militare. Poi dopo neanche cinque minuti di strada mi ritrovo in un posto che avevo visitato oltre vent’anni fa, indimenticabile. Un villaggio a mezza costa sulla collina. di forse 100 capanne coniche, tetto spiovente, vicinissime una all’altra, come per proteggersi. Appena più a valle c’è un bosco di 30 o 40 enormi piante di mango. Sembra un’illustrazione per un libro di favole nuba. Qui avevo passato una notte, credo nel 1999, con due amici italiani. Siamo arrivati stremati dalla stanchezza, (allora ci si muoveva solo a piedi), salutato stringendo mille mani (ma quanta gente vive in queste poche case?), mangiato alla luce di un fuocherello ciò che la gente ci aveva portato e il mattino successivo nel bosco di manghi avevo celebrato Messa e battezzato alcun bambini i cui genitori erano stati preparati da un catechista locale. Una gioia incontenibile. Una mamma che mi porge un bebè da battezzare mormorando qualcosa fra le le lacrime che il catechista mi traduce “lo chiamo John Fenzi, come il comboniano che ci visitava quando io ero piccola”. Adesso il villaggio è vuoto, tutti sono a lavorare i campi nella speranza che le piogge continuino e portino un abbondante raccolto.

Yunan, l’accompagnatore nuba di vent’anni fa, ci aveva raccomandato di non fare un fuoco troppo grande la notte e di non lasciare che la gente facesse canti a voce troppo alta durante i battesimi, perché i governativi non erano lontani e avrebbero potuto vederci o sentirci. Erano ormai quattro anni che ogni due o tre mesi andavo a fare passeggiate sui monti Nuba ed avevo penato che Yunan stesse esagerando perché i due giornalisti italiani potessero aggiungere pathos al loro reportage
Adesso, mentre la vetusta 4 ruote riparte, mi rendo conto che davvero avevamo corso un gran rischio. Lado in linea d’aria è e meno di due chilometri. Se solo un informatore avesse riportato la nostra presenza saremmo stati fatti prigionieri con un’azione di pochi minuti.
(Continua)

Kenya’s “Street Children”, between extreme poverty and desire for a new life

Vatican Insider, La Stampa
Luca Attanasio, Nairobi


In Nairobi, there are 150,000. 300,000 in the whole Country: a disturbing phenomenon. A conversation with the Combonian Father, Kizito, founder of the “Koinonia” Community, and some former street children

You can see them moving in very tight groups around the central areas of the capital begging for some spare change and then hide right around a corner to sniff glue or fuel for planes. Barely dressed, they meet late in the evening in the slums of Nairobi. They pay a scant ticket to enter improvised shacks adapted to cinemas and watch action films or something worse: not so much to exalt and emulate the acrobatic abilities of the actors, rather to secure at least a couple of hours indoors. These are the Street Children of Kenya, children who, forced by extreme poverty, domestic violence or simply hunger, throw themselves onto the streets and risk remaining there until adulthood. T he older ones are teenagers, the younger ones you can count their age on the fingers of one hand.

According to UNICEF there are 300,000, half of whom live in Nairobi. Kenya is making progress and can be considered one of the best African countries in terms of development. Its social phenomena, however, are still massive. In the capital stands Kebira, Africa’s largest slum: a million people, mostly children, stacked in tens of thousands of shacks of a few square meters. Without a sewage system worthy of the name, the population literally lives on stratified piles of rubbish that will never be removed. The streets in the rain turn into marshes while the fumes, sometimes nauseating, mix with smells of fried or boiled food, a commodity sold in mini-shops on the sides of alleys that intersect making an inextricable maze.

In Nairobi, there is Dandora, the largest landfill in East Africa. It is an incredibly large area, which has grown over the decades on top of piles of rubbish of all kinds and receives about 900 tons of solid waste per day. Over 4 thousand people “work” there: watched over by huge marabou that stand on the hills of rubbish, they separate and collect the garbage, and deliver it to the guardian. They get 15 schillings ($0.15) per kg. In the meantime, they inhale or come into contact with hazardous materials such as lead, mercury or cadmium.

“In Kenya – Father Kizito – (born Renato Sesana, in Africa since the 70’s he has chosen the name of one of the martyrs of Uganda), Combonian, journalist and founder of the Koinonia Community explains – there is a huge issue on childhood. From the beginning, our community has chosen to take care of children and young people and, among these, it has privileged the poorest among the poor. Street Children have their own code, they are very united with each other and, especially if they have been living on the street for years, they form a sort of identity of their own.

Koinonia took its first steps in Kenya in 1989. Since then, it has had two primary care centers, three residential centers, a medical dispensary and a physiotherapy service which, at the moment, cares for over two hundred street children, and runs a number of schools. To reach and secure street children, Koinonia operators -many of whom are former Street Children – adopt a direct approach by establishing a relationship with the children where they live, sometimes spending the night with them and, following a path made of daily life and closeness, they convince, without ever forcing them, the little ones to join the project. They then work to reconstruct contact with the families and local communities, and prepare for their return to school.

“Father Kizito continues: “We have established a real ceremony for the day on which the child, after having regularly met and prepared for at least four months with the workers who go out onto the street, enters the reception center. The child takes a nice shower, receives new clothes and burns the old ones, almost as if to mean with a gesture the end of his old life and the beginning of a new one. Throughout the 1990s we had a hard time finding an approach that really worked: the children were driven here by primary needs, they stayed a bit and left. Since we changed method and realized that we only had to show them understanding and closeness – so then it was they who chose to end forever that “lifestyle” – the percentage of those dropping the program has fallen drastically, almost close to zero.

After the “rehabilitation” phase, which can last for years, the child is helped to return to the family or, if this is not possible, to rebuild ties with relatives, friends and the community of origin, cut over the years, that can support them in their growth.

“At home, there was not enough food for everyone – Evans, a 20-year-old former Street Child who has now become a prominent rapper (art name: Humble Prince) says – Dad died when I was very young and mom worked until late. Nobody really cared about me and then, I ended up on the street, I was 5 years old. At night, the police came to beat us up and treat us like animals, during the day we wandered to gather some small coins. Then Jack arrived…”. Jack is a former street child who was hosted about fifteen years ago by Father Kizito, now in charge of the reception centers. He is very popular among children who welcome him climbing on his statuary body.

“The first few times they thought I was a policeman. Then I started to spend time with them every morning, I brought them food, sometimes I organized football matches, some evenings I stopped over at night. When the group to which Evans belonged understood that I was one of them, that I was interested in their lives, they spontaneously decided to come to the rescue center”.

“At the beginning, it seems like an adventure – Friederick, 24, also a rapper (Bigfred cheche) explains – you feel strong, sniffing drug continuously and spending the whole day from one place to another, waiting for someone to give you some leftovers, gathering wood for cooking and going to the slums to watch movies. Then you start to ask yourself: “What did I do wrong to end up like this? Everyone avoids you and mistreats you. With us were also mothers and even street grandmothers, people who have never lived in a house”.

It is Sunday at the Domus Mariae centre where Koinonia runs a reception centre and a secondary school. All come to the mass, celebrated by Father Kizito, even the little ones of Islamic faith: left unguarded, they choose to participate to dance and sing with others. In the Mater Nigritia chapel, crowded with about a hundred children, there is calm and joy. The image of a society reconciled starting right from the little ones.

Gli “Street Children” del Kenya, tra povertà estrema e desiderio di rinascita

Vatican Insider, La Stampa, Pubblicato il 25/06/2018
Luca Attanasio – Nairobi

Li vedi a gruppetti molto compatti muoversi nelle zone centrali della capitale per elemosinare qualche spicciolo e poi buttarsi in un angolo a stordirsi di colla o carburante per aerei. Vestiti di niente, si incontrano la sera tardi negli slum di Nairobi. Pagano un misero biglietto ed entrano in baracche improvvisate adattate a cinema a vedere film d’azione o qualcosa di peggio: non tanto per esaltarsi ed emulare le capacità acrobatiche degli attori, piuttosto per assicurarsi almeno un paio d’ore al chiuso. Sono gli Street Children del Kenya, bambini che, forzati da povertà estrema, violenza domestica o semplicemente fame, si gettano per strada e rischiano di rimanerci fino all’età adulta. I più grandi sono adolescenti, i più piccoli hanno età comprese nelle dita di una mano.

Secondo l’Unicef sono 300 mila, la metà dei quali, vive a Nairobi. Il Kenya sta facendo progressi e può essere considerato uno dei migliori Paesi africani in quanto a sviluppo. I suoi fenomeni sociali, però, assumono ancora dimensioni enormi. Nella capitale sorge Kebira, lo slum più esteso d’Africa: un milione di persone, in maggioranza bambini, accatastate in decine di migliaia di baracche di qualche metro quadro. Senza un sistema fognario degno di questo nome, la popolazione vive letteralmente su cumuli stratificati di immondizia che non verranno mai rimossi. Le strade sotto la pioggia si trasformano in pantani mentre le esalazioni, a tratti nauseabonde, si mischiano a odori di cibo fritto o bollito, merce venduta nei mini-shop ai lati delle viuzze che si intersecano formando un dedalo inestricabile.

Ancora a Nairobi, si trova Dandora, la discarica più grande dell’Africa orientale. È un’area incredibilmente estesa, cresciuta nei decenni sopra a mucchi di immondizia di ogni tipo che riceve circa 900 tonnellate di rifiuti solidi al giorno. Ci “lavorano” oltre 4 mila persone: vigilate da enormi marabù che stazionano sopra le collinette di robaccia e che di tanto in tanto spiccano il volo per cibarsi di resti alimentari o non biodegradabili, separano l’immondizia, la raccolgono per genere, e la consegnano al guardiano. Ne ricavano 15 scellini (0,15 dollari) al kg. Nel frattempo inalano o entrano in contatto con materiali pericolosi come piombo, mercurio o cadmio.

«In Kenya – spiega padre Kizito (al secolo Renato Sesana, in Africa dagli anni ’70 ha scelto il nome di uno dei martiri dell’Uganda), comboniano, giornalista e fondatore della Comunità Koinonia – c’è un enorme questione infanzia. La nostra comunità ha scelto fin dagli inizi di occuparsi dei bambini e dei giovani e, tra questi, ha privilegiato i più poveri tra i poveri. Gli Street Children hanno un loro codice, sono tra loro molto uniti e, specie se vivono per strada da anni, si formano una sorta di propria identità».

Koinonia ha mosso i primi passi in Kenya nel 1989. Da allora ha attivi due centri di prima accoglienza, tre centri residenziali, un dispensario medico e un servizio di fisioterapia che, al momento, si occupano di oltre duecento bambini di strada, e gestisce alcune scuole. Per raggiungere e mettere al sicuro i bambini di strada, adotta un approccio diretto: gli operatori – molti dei quali sono ex Street Children – vanno a istaurare un rapporto con i bambini lì dove vivono, a volte dormono con loro e, attraverso un percorso fatto di quotidianità e vicinanza, convincono, senza mai forzarli, i piccoli a entrare nel progetto. Poi lavorano per ricostruire il contatto con le famiglie e le comunità locali, e predispongono il rientro a scuola.

«Abbiamo stabilito una vera e propria cerimonia – riprende padre Kizito – per il giorno in cui il bambino, dopo essere stato incontrato regolarmente e preparato per almeno quattro mesi dagli operatori che vanno in strada, entra nel centro di prima accoglienza. Il piccolo fa una bella doccia, riceve nuovi vestiti e brucia quelli vecchi, quasi a significare con un gesto la fine della vecchia vita e l’inizio di un’altra. Per tutti gli anni ’90 abbiamo fatto molto fatica a trovare una strada efficace: i bambini venivano da noi spinti da esigenze primarie, restavano un po’ e se ne andavano. Da quando abbiamo cambiato metodo e capito che dovevamo solo mostrargli comprensione e vicinanza perché poi fossero loro a scegliere di chiudere per sempre con la strada, la percentuale di quelli che si perdono è scesa drasticamente, quasi vicina allo zero».

Dopo la fase della “riabilitazione”, che può durare anni, il bambino viene aiutato al rientro in famiglia o, se non è possibile, alla ricostruzione di legami con parenti, amici e la comunità di origine, recisi negli anni, che possano sostenerlo nella crescita.

«A casa non c’era cibo per tutti – racconta Evans, un ventenne ex Street Child ora divenuto un affermato rapper (nome d’arte Humble Prince) – Papà è morto che ero molto piccolo e mamma lavorava fino a tardi. Nessuno si curava realmente di me e allora, a soli 5 anni, sono finito per strada. Di notte la polizia veniva a picchiarci e a trattarci come fossimo animali, di giorno vagavamo per raggranellare qualche spicciolo. Poi è arrivato Jack…”. Jack è un ex bambino di strada ospitato una quindicina di anni fa da padre Kizito, ora divenuto responsabile dei centri di accoglienza. È molto popolare tra i bambini che lo accolgono arrampicandosi su ogni parte del suo fisico imponente.

«Le prime volte pensavano che fossi un poliziotto. Poi ho cominciato a passare ogni mattina, gli portavo qualcosa da mangiare, a volte organizzavo partite di calcio, qualche sera mi fermavo a dormire con loro. Quando il gruppo di cui faceva parte Evans ha capito che ero uno di loro, che mi interessava la loro vita, hanno deciso spontaneamente di venire tutti al rescue center».

«All’inizio sembra un’avventura – spiega Friederick, 24 anni, anche lui rapper (Bigfred cheche) – ti senti forte, sniffi droga di continuo e passi l’intera giornata da un posto all’altro per farti dare gli avanzi, radunare legna per cucinare e infilarti negli slum a vedere film. Poi cominci a chiederti: “Cosa ho fatto di male per finire così?”, tutti ti scansano, ti trattano male. Con noi c’erano anche mamme e addirittura nonne di strada, gente che non ha mai vissuto in una casa».

È domenica al centro Domus Mariae dove Koinonia gestisce un centro di accoglienza e una scuola secondaria. Alla messa, celebrata da padre Kizito, vengono tutti, anche i piccoli di fede islamica: lasciati liberi, scelgono di partecipare per ballare e cantare con gli altri. Nella cappella Mater Nigritia, gremita di un centinaio di ragazzi, c’è compostezza e allegria. L’immagine di una società riconciliata a partire dai piccoli.

Una piccola storia di grande stupidità – A little story of great stupidity

Venerdì sera abbiamo accompagnato all’aeroporto di Nairobi due ragazze e tre ragazzi, tutti minori ormai pienamente recuperati dopo anni di vita in strada. Con loro viaggia Freshia, operatore sociale di Koinonia, trentenne, e sono diretti a Wroclaw, Polonia, dove sono stati invitati al Brave Kids festival, un incontro di tre settimane che si ripete annualmente con la partecipazione di gruppi artistici di bambini da ogni paese europeo. Per evidenti ragioni di costo dei biglietti, offerti da un’associazione di Leszno che ha conosciuto il nostro gruppo lo scorso anno, ed ha voluto che partecipassimo anche quest’anno, il nostro è l’unico gruppo africano. E’ la prima volta che un nostro team acrobatico viaggia senza che io li accompagni, ed è anche la prima volta che mandiamo all’estero due bambine. Ma ci sentiamo sicuri, perché ho visto di persona lo scorso anno come gli amici polacchi lavorino, con enorme fatica, per abbattere pregiudizi e barriere culturali e per l’integrazione. Naturalmente l’ambasciata polacca per dare il visto ha voluto una documentazione imponente – incluso il consenso del familiare vivente più vicino e quello del preside della scuola di ogni bambino, il tutto certificato dal ministero degli esteri del Kenya – di cui Freshia ha copia nella borsa a mano.

Partono alle 4 del mattino del 16, arrivano ad Instanbul con volo Turkish Airlines, ma quando si tratta di imbarcarsi per Berlino vengono bloccati, perchè il loro visto è per la Polonia, non per la Germania. Freshia spiega che hanno un visto di Schengen rilasciato dopo che l’Ambasciata Polacca a Nairobi ha esaminato la loro documentazione e che Germania e Polonia sono entrambe in Area Schengen, e che lo scorso anno un altro nostro gruppo era pure arrivato a Berlino Tegel, dove erano stati ricevuti dagli amici polacchi che li avevano portati a Wroclaw in auto, perché Berlino è più vicina a Wroclaw che non Varsavia.

Niente da fare. I funzionari sia dell’immigrazione che della compagnia aerea sono irremovibili. “La Germania dice che profughi africani non possono transitare dalla Turchia”. “Ma noi non siamo profughi, abbiamo il visto”. “Si, ma ci sono nuove disposizioni”. Per fortuna che c’è Whatsapp, Fresha chiama gli amici polacchi, i polacchi chiamano me in pochi minuti si fa un gruppo Whatsapp. Cerchiamo di capire quali fantomatiche nuove disposizioni ci siano. Chiediamo a Freshia che ci faccia parlare con i funzionari. Si rifiutano. I polacchi contattano l’immigrazione di Berlino Tegel e nel giro di mezz’ora ricevono una risposta ufficiale in email, con nome e numero di matricola del funzionario che ha firmato, in cui conferma che essendo entrambi i paesi nell’area Schengen i bambini possono procedere immediatamente e non avranno problemi a Tegel.

I funzionari turchi si rifiutano anche di leggere l’email. Si rifiutano di parlare con Tegel. Citano le nuove disposizioni che i tedeschi negano che esistano, e i bambini potranno imbarcarsi solo su un volo per Varsavia solo dopo aver acquistato un nuovo biglietto Istambul – Varsavia. Il prezzo è poco inferiore a dell’andata ritorno Nairobi Berlino.
Freshia è tesa, mi dice che si sente considerata come inferiore, incapace di intendere e di volere. Aggiunge che comunque i ragazzi sono tranquilli, dormono fra le fila di passeggeri in in partenza, avvolti nelle coperte messe a disposizione da qualcuno dello staff dal cuore gentile. Intanto tutti i negoziati sono respinti. Gli amici polacchi alla fine decidono di pagare il costo del nuovo biglietto, riservandosi di chiedere un rimborso.

Mentre scrivo, pomeriggio di domenica 17, i nostri pericolosi guerrieri Masai – li vedete nel spettacolo improvvisato per le ragazze della Casa di Anita due ore prima della partenza – dovrebbero essere in volo verso Varsavia. Avevamo deciso insieme che avrebbero iniziato lo spettacolo con una danza tradizionale Masai per poi scatenarsi in mezz’ora di acrobazie. Nella mano destra dovrebbero avere la tradizionale lancia Masai, ma avevamo deciso insieme di sostituirla con dei manici da scopa da comperare a Wroclaw. Ma forse qualcuno ha letto nei loro occhi le cattive intenzioni…

Una tragedia? No, per carità. Solo un esempio di come possono comportarsi piccoli funzionari arroganti quanto stupidi ed ignoranti. Però è un sintomo di come vengono recepiti i messaggi razzisti lanciati dall’Europa. Stamattina un giornalista kenyano col quale avevo commentato la vicenda Aquarius, mi ha detto “Il messaggio è sempre lo stesso, e lo sento su di me ogni volta che devo andare in Europa per lavoro, e peggiora sempre: gli africani non sono benvenuti, sono selvaggi pericolosi, probabilmente sub-umani”.

On the (yellow) train of modernity – Sul treno (giallo) della modernità

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Il primo tratto (Mombasa-Nairobi) della nuova linea ferroviaria che attraverserà il Kenya e che in futuro proseguirà verso la capitale ugandese Kampala sta per essere completato ed è destinato a definire il futuro di questo paese.
I lavori del tratto di 472 km sui 1.300 previsti in territorio kenyano sono iniziati nel 2013 e si prevede saranno terminati nel giugno 2017, in tempo per le elezioni presidenziali fissate per il successivo 8 agosto. Il viaggio da Mombasa e Nairobi sarà ridotto da oltre 12 ore a 4 per i passeggeri e a 8 ore per i treni merci, con la previsione che in un anno potranno essere trasportate 22 milioni di tonnellate di merci. Costruito dalla China Road and Bridge Corporation e finanziato al 90% dalla Export-Import Bank of China il costo è calcolato in 3 miliardi di euro, a cui bisogna aggiungere circa 200 milioni di euro per le stazioni, che a Mombasa e Nairobi includeranno grandi shopping mall e alberghi finanziati da compagnie locali e internazionali, e che saranno successivamente collegate con i rispettivi aeroporti con linee metropolitane veloci.
C’è già in programma che la ferrovia dal confine occidentale del Kenya prosegua fino a Kampala, Uganda e da lì si ramifichi verso Juba, Sud Sudan e Kigali, Rwanda. Nel percorso da Mombasa a Nairobi ci saranno cinque grandi stazioni intermedie e altre trentatré di minore importanza. La Cina fornirà cinquantasei locomotive a motore diesel (l’elettrificazione è prevista solo fra qualche anno), mille e seicento venti vagoni merci e quaranta carrozze passeggeri. La nuova ferrovia si snoda per la maggior parte del percorso parallelamente alla vecchia ferrovia e alla strada, deviando solo quando necessario per evitare tratti troppo ripidi. Il segmento che attraversa il parco naturale dello Tsavo è in gran parte sopraelevato, per garantire la possibilità agli animali di spostarsi seguendo le loro piste tradizionali. Oltre a ridurre il traffico sulla congestionatissima strada, dovrebbe promuovere il turismo, con l’offerta di una vista spettacolare sui parchi e la Rift Valley.
È di gran lunga il progetto più ambizioso e costoso che il Kenya abbia intrapreso dall’indipendenza ad oggi, e coloro che sono contrari accusano l’attuale governo di creare un indebitamento e una dipendenza dall’economia e tecnologia cinese per decenni a venire.
La seconda fase del progetto, da Nairobi al confine con l’Uganda, dovrebbe iniziare presto ma è bloccata da molte controversie. La più rilevante riguarda il percorso da seguire in uscita da Nairobi. Secondo il progetto governativo il nuovo percorso in uscita da Nairobi non potendo più muoversi parallelamente alla vecchia linea perché ormai l’area è tutta costruita, dovrebbe attraversare il Nairobi National Park, unico parco al mondo situato entro i confini di una grande metropoli. Ecologisti e conservazionisti si oppongono strenuamente, sostenendo che ciò segnerebbe la fine del parco, già pesantemente penalizzato dalla circonvallazione costruita due anni fa e da precedenti sviluppi urbani abusivi, fatti ai tempi del presidente Moi negli anni Novanta, con la sua connivenza.
Quelli del Lunatic Express
Le controversie non furono poche anche oltre un secolo fa, quando fu costruita le vecchia linea, partendo nel 1895 da Mombasa, raggiungendo Nairobi nel 1900 e Kisumu nel 1902. È ancora la spina dorsale del paese e intorno a essa sono sorte le principali città, inclusa Nairobi, descritta allora come zona “paludosa e malsana”. A quel tempo la forza lavoro era costituita essenzialmente da indiani, appositamente reclutati, che poi si stabilirono in Kenya dando vita a una numerosa e prospera comunità. Nel 1898, quando si stava costruendo il ponte sul fiume dello Tsavo, almeno 35 (ma alcuni sostengono più di 100) lavoratori indiani furono divorati dai leoni. Su questo episodio John H. Patterson, il direttore dei lavori, scrisse un libro e dal 1950 ad oggi sono stati realizzati una mezza dozzina di film. Gli oppositori dell’impresa nel parlamento di Londra, l’allora potenza coloniale, la giudicarono inutile e la chiamarono ironicamente Lunatic Express, perché voluta da lunatici.
Ma il “serpente di ferro”, come venne invece chiamato dai locali, fu il motore della crescita del Kenya. Costruita a scartamento ridotto è oggi obsoleta (è ancora ironicamente chiamata Lunatic Express per indicarne l’inaffidabilità) è ormai largamente insufficiente a smaltire il traffico dei container che dal porto di Mombasa devono proseguire per Nairobi e poi verso tutti i paesi dell’interno, Uganda, Sud Sudan, Rwanda, Burundi e la parte orientale della Repubblica Democratica del Congo.
La nuova linea ferroviaria è l’icona del nuovo Kenya. A Nairobi negli ultimi anni sono sorti enormi palazzi in cemento e vetro destinati a uffici di lusso, e i grandi centri commerciali nascono come funghi. Nel sobborgo di Karen – prende il nome dalla scrittrice danese Karen Blixen che possedeva tutta l’area – fino a vent’anni fa un semplice incrocio stradale con pochi negozi e tre ristoranti, si vedono oggi tre grandi centri commerciali, più palazzoni di lusso. Non è ancora finito il battage pubblicitario per un centro commerciale che si annunciava come il più grande del Kenya, con ristoranti che si affacciano su un lago artificiale, che inizia la costruzione di un altro, “il più grande d’Africa”, comprendente altre mirabolanti novità.
Basta essere assenti per qualche mese e ci si trova disorientati. Catherine Njuguna, emigrata a New York dieci anni fa, neo-laureata cerca di fortuna appoggiandosi ad un fratello partito in precedenza, e rientrata a Nairobi con in tasca ben poco a parte le cittadinanza americana, non crede a suoi occhi: “Mentre io ero in America, l’America è venuta qui!”
È una rincorsa alla classe medio-alta, che secondo le statistiche è in continua crescita, senza alcuna considerazione per i milioni, letteralmente, di poveri che vivono nella miseria degli slum della capitale keniana e non possono neanche permettersi il lusso di prendere il trasporto pubblico per andare al lavoro, costretti così a farsi chilometri a piedi ogni giorno.
Alcuni esperti del settore preannunciano che la bolla urbanistica presto esploderà, già ci sono i sintomi: centinaia di uffici e abitazioni di lusso vuote, eccedenti la domanda. Ma Nairobi sembra ancora in preda ad un’ubriacatura collettiva di consumismo, un desiderio smodato di lusso e di “modernità” che non accenna a diminuire.
Ci sono in Kenya due economie, una che viaggia con l’alta velocità e l’altra con il Lunatic Express. Due economie che vivono fianco a fianco e non si incontrano mai. L’alta borghesia, la classe politica, i dipendenti della compagnie internazionali, i funzionari delle innumerevoli agenzie delle Nazioni Unite, delle ambasciate e delle grandi ong che appena hanno un mal di denti vanno a farsi curare a Londra, e i poveri cristi che mangiano una volta al giorno. O non mangiano per niente, per la siccità che sta devastando il nord del paese. Notizia che nei giornali locali è sempre pudicamente relegata nella pagine interne.
Mi dice un amico francese che lavora a Gigiri, il grande quartiere sede dei diversi uffici delle Nazioni Unite, «ci sono dei miei colleghi la cui vita si svolge tutta a Gigiri, nei centri commerciali, nelle scuole internazionali se hanno dei figli, negli alberghi di lusso in occasione di convegni, nei ristoranti, e per spostarsi dispongono di un auto con autista. Se si sentono in vena di grandi avventure, alla Hemingway, fanno una visita a un parco, pernottando in “tende” dotate di tutti i servizi, buffet all’aperto, tre giorni tutto compreso per una cifra equivalente allo stipendio sommato del cuoco, autista, giardiniere e donna delle pulizie che li servono nella loro casa privata. Non hanno mai visto non dico uno slum, ma neanche un quartiere povero. Questa è la città simbolo dell’ingiustizia sociale mondiale».
Interessi comuni
La nuova ferrovia è anche simbolo del crescente prestigio del presidente Uhuru Kenyatta, che alcuni sondaggi danno per vincente alle elezioni del 2017 con oltre il 60% dei voti. Indubbiamente è un abile politico, che è riuscito a riconciliare entro il suo partito fazioni e tensioni etniche che solo pochi anni fa sembravano irrevocabilmente avverse. Che è riuscito ad attirare investimenti e a mantenere equilibrio fra gli alleati internazionali, anche se la crescente importanza della Cina nell’economia keniana suscita non pochi malumori a Londra e Washington. Quando è entrato nell’agone politico nel 2002, Uhuru era stato visto importante solo per il nome (suo padre Jomo Kenyatta è stato il primo presidente del Kenya) e per la consolidata ricchezza familiare, ma con gli anni si è rivelato molto abile e capace di superare ostacoli e attrarre investimenti là dove il suo predecessore Mwai Kibaki aveva fallito. Kibaki ha lasciato a Kenyatta anche la pesante eredità dell’intervento militare in Somalia, che continua a causare le rappresaglie di Al-Shabaab, e i trementi atti di terrorismo che insanguinano il Kenya, l’ultimo poche giorni fa a Mandera, con dodici e molti feriti.
La nuova ferrovia sarà anche il segno visibile della dipendenza dalla Cina, di cui si è già parlato. Un’intera generazione di ingegneri andrà in Cina a studiare per garantire il perfetto funzionamento di tutta la ferrovia, ed è facile pensare che i contratti per le compagnie cinesi continueranno ad aumentare. I cinesi rigettano le accuse di gestire in modo autonomo tutte le operazioni connesse al gigantesco progetto, e il responsabile del Public Service del Kenya, Nzioka Waita, ha recentemente precisato che durante la costruzione della ferrovia oltre 30mila keniani sono stati assunti a tempo pieno e che è in corso un processo di capacity building e trasferimento delle responsabilità
Dal canto suo, Macharia Munane, professore universitario di relazioni internazionali, ha sostenuto sull’agenzia d’informazione cinese Xinhua, che la modernizzazione delle reti ferroviarie e stradali in Africa realizzata del governo cinese negli ultimi anni è qualcosa che nessun potere coloniale ha mai fatto e che la cooperazione fra Africa e Cina è basata sulla realistica percezione di interessi comuni ed è destinata a continuare.
Ma il grande progetto ferroviario è anche un nodo che evidenzia lo scontro fra uomo e natura. In Kenya come in poche altre parti del mondo balza agli occhi come la crescita demografica e la modernità siano in competizione con l’ambiente naturale, e l’ambiente, gli animali in particolare, siano sempre perdenti.

To make peace on the road to Assisi – Fare pace in cammino verso Assisi

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Quante guerre ci sono in Africa?” Il 9 ottobre, mi ero inserito negli ultimi chilometri della marcia da Perugia ad Assisi per la pace e la fratellanza quando una bambina di 10 o 12 anni, mi si è affiancata e mi ha posto questa domanda. Non ho risposto subito, mi son fermato un po ansante sul ripido approccio finale alla città di San Francesco ed ho fatto finta di pensare, mentre in realtà stavo semplicemente recuperando il fiato. “Proviamo a contarle insieme”, ho detto, prendendo il mio tempo e contando con le dita, “Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Somalia … e poi, sai, le guerre hanno radici diverse, non si può farne semplicemente un elenco…” ma lei non molla “mio papà dice che tu vieni dall’Africa e sai rispondermi. Quante sono le guerre in Africa? ”
L’Africa è percepita in Europa come un continente in guerra. Nei mass media europei, dell’Africa si parla quando ci sono guerre, atrocità e violenza. Si crea una percezione sbagliata che è difficile da contrastare.
Di fatto l’Africa a sud dell’equatore, Repubblica Democratica del Congo a parte, non ha conosciuto nessuna guerra dall’inizio di questo secolo; gravi ingiustizie economiche e strutturali, sì, repressione e violenza interna sì, ma nulla che potremmo definire una guerra civile o una guerra tra stati. Al Nord le guerre si sono sviluppate tutte in una grande area di stati confinanti che includono Libia, Sudan, Ciad, Sud Sudan, Repubblica Centrafricana, la parte orientale della Repubblica Democratica del Congo. Più due paesi non geograficamente confinanti con questa area, Mali e Somalia. Tutte queste guerre sfidano spiegazioni semplicistiche. Per capirne e spiegarne i legami, le somiglianze e le differenze non basterebbe un libro. Impossibile spiegarle in pochi minuti ad una bambina che molto probabilmente non sarebbe nemmeno in grado di localizzare questi paesi in un atlante geografico. Continuando il cammiano ho ripendato alle guerra africane che conosco meglio..
Alla base di ogni conflitto c’è un forte interesse nazionale o etnico. Spesso la dimensione nazionale viene rappresentata da una persona, un leader, che ne diventa il portavoce e l’icona, per il bene o per il male. In alcuni casi l’interesse, specialmente in campo economico, è cosi forte che il leader mette in second’ordine i bisogni e i diritti degli altri, incurante delle conseguenze. L’obiettivo, che sia il controllo delle risorse minerarie o le rivendicazione di sacrosanti diritti, diventa un idolo da raggiungere ad ogni costo. E il leader persegue il proprio interesse egoistico nascondersi dietro gli interessi nazionali. Il caso peggiore è il Sud Sudan, dove due leader hanno preso in ostaggio l’intero paese al servizio dei propri personali interessi, trasformando la vita dei cittadini in un incubo.
Quando mi è capitato di essere coinvolto in un paio di occasioni in “colloqui di pace”,che i colloqui falliscono se i leader hanno a cuore solo il proprio interesse e il proprio potere personale. Ai leader non interessano più le conseguenze che le loro decisioni possono avere per il popolo. Sono pronti a sacrificare senza esitazione la vita di migliaia persone. Ora, dopo molti anni, mi ricordo il commento di un anziano operatore umanitario americano in Sudan che mi disse “Padre, ho sentito che sei coinvolto nei colloqui di pace tra i nostri due ineffabili signori della guerra. In bocca al lupo! Secondo me è tanto utile quanto spalar m**** in salita”. Un po ‘volgare, ma saggio. Anche se, come cristiani, siamo disposti a spalare qualsiasi cosa pur di servire la pace, e mantenere aperte le possibilità di dialogo.
Sulla base dell’interesse nazionale si inseriscono alleanze internazionali, gli interessi economici delle grandi potenze e delle multinazionali, in genere petrolifere o minerarie, spesso esasperando e sfruttando le tensioni locali, fornendo armi e creando situazioni difficilmente sanabili. Sono il più grande ostacolo al raggiungimento della pace.
D’altra parte che imporre la pace con la forza delle armi, o la coercizione diplomatica, o il ricatto degli aiuti può dare solo i risultati a breve termine. I nodi irrisolti si riproporranno, a volte con modalità ancor più esasperate. Abbracciare la pace dopo anni di guerra e di violenza implica un vero e proprio cambiamento del cuore, un riconoscimento degli errori, un senso di pentimento. In caso contrario, la violenza e la guerra tornano.
La pace non durerà neanche se tutte le parti coinvolte non prendono parte al processo di pace. Tutte le rimostranze di tutti devono devono essere ascoltate. Tutti i diritti di tutti devono essere rispettati, altrimenti le voci represse torneranno a farsi sentire con più forza. Quando nel 2005 fu firmato il cosiddetto “accordo di pace globale” per porre fine alla guerra civile dell’allora Sudan unito, erano stati coincolti solo alcuni degli attori sulla scena politica e militare. I negoziatori si rifiutarono di ammetterne altri, considerati irrilevanti. Quegli attori “minori” avrebbero potuto essere un fattore stabilizzante, invece ora stanno contribuendo al caos.
La violenza genera altra violenza, si dice sempre. Dom Hélder Câmara, il vescovo brasiliano difensore della giustizia e della pace durante la seconda metà del secolo scorso, ha parlato di una “spirale di violenza”. Solo la nonviolenza può spezzare la spirale della violenza. “Nonviolenza” è diversa da “non violenza”. Quest’ultimo indica semplice assenza di violenza, mentre la nonviolenza prevede un processo attivo di costruzione della pace, e di educazione alla pace.
Quando gli interessi personali e nazionali prevalgono il perdente è l’interesse comune, o diremmo con Papa Francesco, il bene comune, il bene di tutti. In questi giorni di globalizzazione, il bene comune significa il bene di tutta l’umanità, il bene di tutto il mondo.
La costruzione della pace è un processo permanente. Non è sufficiente un cambiamento del cuore di tutte le parti, o di un’intera nazione. Il cuore umano è tale che se un granello di odio rimane nascosto, prima o poi crescere di nuovo come un albero velenoso. Una pace duratura richiede un impegno costante, l’educazione ai diritti umani, il rispetto per gli altri, la dedizione al bene comune.
Noi cristiani siamo chiamati da Gesù ad essere operatori di pace, abbiamo una speciale responsabilità. Come chiesa abbiamo una straordinaria capacità di raggiungere il cuore delle persone e di educare alla pace.
I marciatori sono ormai quasi tutti arrivati sulla Rocca sopra Assisi dove sarà lanciato un ultimo appello per la pace, prima che si disperdano. La bambina è ancora accanto, e mi scruta con occhi curiosi. Certamente sta per ripropormi la domanda iniziale. Cosa le posso dire? “Lascia perdere i numeri, guarda le persone. Se tu ed io continuiamo a camminare sulla via della pace un giorno non ci saranno più guerre.”

Perché partecipare alla Marcia Perugia – Assisi

Mi hanno chiesto perché il 9 ottobre parteciperò alla Marcia della Pace e della Fraternità da Perugia ad Assisi.
E’ molto semplice.
Perché ho visto la guerra. Sui Monti Nuba in Sudan ho visto la popolazione civile rifugiarsi nelle grotte e viverci per settimane per sfuggire ai bombardamenti del governo di Khartoum. Gli occhi terrorizzati dei bambini. La paura che ti rode le viscere quando senti i fischi e poi le esplosioni delle bombe che ti cadono tutto intorno. Le grida di chi fugge e dei morenti. L’odore di morte quando tutto è finito.
Perché ho visto le conseguenze della guerra. Ho visto il campi dei darfuriani rifugiatisi sui Monti Nuba. Dei nubani rifugiatisi in Sud Sudan. Dei sudanesi, somali, ruandesi, burundesi rifugiati in Kenya e in Zambia. Conosco il degrado e la miseria dei rifugiati che vivono nella periferia di Nairobi. Il dolore del vivere lontano dalla famiglia. La disperazione che spinge a tentare di andare ancora più lontano, a rischiare la vita, attraversare il mare andando incontro ad un mondo ignoto.
Perché ho conosciuto i mutilati, gli ex-bambini soldato, gli occhi spenti di chi ti racconta la morte orribile dei propri cari
Sarò alla Marcia da Perugia ad Assisi perché sono consapevole che nel mondo è in atto in grande conflitto alimentato dai mercanti di armi, dai drogati del potere, dai prigionieri dell’odio e dell’egoismo, ai danni dei poveri e dei senza potere. Partecipando alla marcia vorrei diventasse chiaro che nonostante le mie incoerenze mi voglio schierare dalla parte delle vittime dell’ingiustizia e della sopraffazione, contro la cultura della morte e dello scarto. Vorrei che questa marcia rappresentasse la volontà di tanti di fermare nuove guerre, nuove violenze.
Perché non voglio essere corresponsabile delle sofferenze di tante vittime innocenti: i bambini, gli anziani, i perseguitati, le persone abusate, private di libertà e di dignità, gli esuli, i profughi. Tutti coloro ai quali è stato rubato il gusto della vita. Perché non vorrei partecipare mai più a giornate di ricordo per i disperati che sono morti in mare sfuggendo alla guerra, ma a giornate di gioia per celebrare la fraternità ritrovata.
Perché credo in una chiesa che preferisce accogliere piuttosto che giudicare, stare dalla parte dei poveri, dei perseguitarti, delle vittime delle guerre piuttosto che dei vincenti. Perché credo che potremmo essere vincenti tutti insieme solo costruendo fraternità e pace.

Non è il nostro gioco

L’utopia di Assisi e la realtà dell’Africa in un dialogo con alcuni giovani keniani.

A Nairobi le parole di papa Francesco arrivano affievolite dalla distanza, dal filtro dei mass media, dalla lingua. Ho invitato un gruppo di giovani a leggere insieme il discorso del papa ad Assisi, in inglese. Tre sono i passaggi che più hanno attirato la loro attenzione. Quello che richiama alla responsabilità per tutti i cristiani di partecipare, immergersi, nei drammi del nostro tempo.
“La nostra strada è quella di immergerci nelle situazioni e dare il primo posto a chi soffre; di assumere i conflitti e sanarli dal di dentro; di percorrere con coerenza vie di bene, respingendo le scorciatoie del male; di intraprendere pazientemente, con l’aiuto di Dio e con la buona volontà, processi di pace”.
Poi la richiesta creare una cultura dell’incontro.
“Pace significa Educazione: una chiamata ad imparare ogni giorno la difficile arte della comunione, ad acquisire la cultura dell’incontro, purificando la coscienza da ogni tentazione di violenza e di irrigidimento, contrarie al nome di Dio e alla dignità dell’uomo”.
E infine la constatazione che è necessario vivere insieme.
“l nostro futuro è vivere insieme. Per questo siamo chiamati a liberarci dai pesanti fardelli della diffidenza, dei fondamentalismi e dell’odio. I credenti siano artigiani di pace nell’invocazione a Dio e nell’azione per l’uomo!”
Non tutte le razioni sono positive. “Impossibile, sono utopie” dice Kioko, vent’anni, studente d’informatica. Invece Karen, studentessa in procinto di terminare un diploma in sviluppo comunitario, ha una domanda: “Ma la chiesa ha sempre insegnato queste cose? Io frequento la mia parrocchia e non me ne ero mai accorta!”. Mi sento parte in causa, anche se non sono il suo parroco, e dico che forse ne hanno parlato in modo generico, e il discorso per l’impegno per la pace era implicito. Ma devo ammettere che la sua osservazione non mi meraviglia, la dottrina sociale della chiesa non è un argomento frequente dai pulpiti di Nairobi.
Superate le obiezioni ci siamo guardati intorno per capire come vivere le parole del papa, e quale potrebbe essere una nuova dimensione dell’impegno cristiano in Africa. A parte le conclusioni riguardanti l’impegno personale e di gruppo, sono emerse delle osservazioni che fanno capire come i giovani di Nairobi siano attenti a quanto sta succedendo in Africa.
Quasi tutti convengono che in Kenya sta prendendo forza l’idea di superare il tribalismo, o l’”etnicitismo negativo” come si deve dire per essere “politically correct”, e di parlare in termini di unità nazionale. Ma questo viene anche usato per demonizzare gli avversari, come abbiamo visto con Jubilee, il partito dell’attuale presidente Uhuru Kenyatta, che si sta consolidando al di fuori delle zone tradizionali di influenza. C’è però il timore per una politica che al di là della grandi parole sbandierate, sta diventando sempre più uno spettacolo. La recente assemblea fondativa si è svolta sul modello delle convention del partiti americani, con scenografie accuratamente preparate e dirette televisive non-stop. E’ un modo di far politica che non aiuta la partecipazione vera e il dibattito sulle idee e i programmi. Nasconde una voglia, di egemonia, di totalitarismo, come quella che si è manifestata, in modi diversi durante e dopo le recente elezioni in Gabon e in Zambia. Chi è il potere non accetta di perdere, ed è pronto senza esitazione e ricorrere alla violenza delle armi, come in Gabon, o al controllo dei mass media, come è successo in Zambia. Anche in Zambia il partito al potere ha vinto perché è riuscito a dipingere l’opposizione come tribalista e potenzialmente pericolosa per l’unità dal paese. La Somalia è un disastro incomprensibile. Peggio ancora il Sud Sudan, dove i due principali leader, Salva Kiir e Riek Machar per fidelizzare i propri sostenitori hanno fomentato il peggior tribalismo immaginabile, più o meno apertamente approvando i massacri fatti nel loro nome, creando di conseguenza una situazione dove oggi sembra impossibile una riconciliazione interna, se non fra qualche generazione. Forse solo la Tanzania sembra quietamente e sicuramente muoversi in una direzione diversa, con una crescita di un sentimento di unità che non appiattisce le differenze e le particolarità delle diverse componenti etniche. E la corruzione? Endemica ovunque, in Kenya in particolare ha raggiunto proporzioni che nessuno sembra in grado di controllare. Le chiese, incapaci di comunicare con i giovani urbanizzati, che fanno tanta fatica a dialogare fra di loro e con l’Islam. Il quadro che i giovani vedono intorno a loro non è incoraggiante. Kevin, venticinquenne giocatore di calcio quasi professionista (un paio di centinaia di euro al mese fra contanti e pasti) e anche grande lettore delle pagine di analisti politica dei quotidiani nazionali, conclude la carrellata che è durata oltre mezzora, con “Non abbiamo ancora imparato a giocare il gioco della democrazia con le regole che sono state inventate dagli altri. Non è il nostro gioco, e anche gli allenatori e gli arbitri non sono dei nostri. Rimettiamo noi giovani la palla al centro e riproviamo”.
In questo contesto è possibile parlare di impegno cristiano, di cultura dell’incontro, di vivere insieme di essere artigiani di pace? Non solo è possibile, è doveroso, acconsentono tutti. Ma non è facile.
Cito Bernhard Haring teologo morale che già nel 1995 diceva che da oltre vent’anni (quaranta da oggi!) ci sono voci che auspicano l’avvento di un’autentica comunità mondiale nella quale siano riconosciuti la dignità di ciascuno e nella quale ogni nazione capisca di non poter pensare al proprio bene senza interessarsi al benessere di tutti. Pur con l’avvertimento che non appena pensiamo a strutture mondiali efficaci indietreggiamo per paura “della bestia che sale dall’Abisso” (Apocalisse 11,7) temendo l’instaurazione di una tirannia universale. Haring sosteneva che il rimedio non sta nel rifugiarsi negli individualismi e nazionalismi ma nell’attuare progressivamente strutture che favoriscano partecipazione e responsabilità. Poi cito un messaggio di Paolo VI, il quale nel 1971 diceva “Tutti gli uomini nascono liberi a uguali nella dignità e nei diritti, essi sono dotati di ragione e di conoscenza e devono comportarsi gli uni verso gli altri come fratelli, Non torniamo indietro, diamo applicazione logica e coraggiosa a questa formula: ogni uomo è mio fratello”.
Solidarietà, pace, fratellanza universale. Stava sognando Paolo Vi quando pronunciava questo messaggio? O è questo l’orizzonte della storia nonostante tutte le presenti difficoltà?
Karen è persa nei suoi pensieri. Poi sbotta con una frase che diventa la conclusione dell’incontro: “Vorrei essere capace di contribuire a realizzare l’utopia di Paolo VI e di papa Francesco. Il nostro futuro non deve essere lasciato in mani a uomini – e sottolinea con forza uomini – come Salva Kiir e Riek Machar”.

The old/new mission – La “missione liquida”

La crisi degli istituti missionari e le nuove prospettive aperte da Papa Francesco.

I vecchi missionari, che ho conosciuto quando ero giovane tanti anni fa, dicevano che ogni volta le partenze diventavano più difficili. Le loro partenze erano poche, la prima volta in genere quand’erano poco più che ventenni, seguita da una lunga permanenza in Africa, poi una seconda e quando ce n’era una terza era già quasi certamente l’ultima. I viaggi dall’Italia al Sudan o all’Uganda duravano settimane e settimane, erano costosi ed estremamente disagiati.
Da novizio mi vene affidato l’incarico di accompagnare a casa una suora comboniana che rientrava in Italia dopo essere partita nel 1938. Era il 1964, e vidi quella suora ormai molto anziana scoppiare a piangere perché non riconosceva più neanche la strada e la casa in cui era cresciuta e dove ancora abitavano i suoi fratelli. Il torrente presso cui giocava da bambina era stato coperto da una grande strada asfalta. Capii che i ritorni potevano essere ancor più dolorosi delle partenze.
Se chiedevi a questi missionari perché erano partiti ti parlavano di motivazioni che oggi ci fanno sorridere e ci sembrano semplicistiche e infantili – salvare le anime, battezzare e mandare in cielo anche solo una persona morente, portare la luce del Vangelo, curare i bambini malati – ma poi approfondendo ti accorgevi che la motivazione era la più autenticamente evangelica, l’amore per Dio e l’amore per il prossimo. Se avevi la pazienza di continuare ad ascoltare le loro interminabili storie capivi quanto fossero profondamente radicati in uno spirito di servizio e di sacrificio. Erano pronti a tutto, con semplicità, fino alla morte, per le persone alle quali erano stati mandati e con le quali erano entrati in comunione di vita.
Oggi si sono moltiplicate le partenze – nel senso che nella vita un missionario parte e rientra molte volte – e le motivazioni si sono fatte più sofisticate. Si parte e si rientra come minimo ogni tre anni, a volte anche più spesso. Tre mesi di vacanza, e poi via, quasi in incognito. Si è fortunati se le parrocchie e le diocesi di origine manifestano qualche interesse. Un missionario olandese mi diceva “Vengo da una famiglia numerosa, con otto figli, adesso i mie sette fratelli e sorelle hanno un totale sei figli. I nipoti sono solo tre. Nessuno più è un credente praticante, ma quel che è perfino peggio è che non c’è neanche il senso di essere una famiglia. Quando vado in vacanza mi sento un alieno”.
Secolarizzazione e globalizzazione, hanno annullato la dimensione geografica della missione. Le motivazioni sono elaborate in seminari, incontri e workshop con teologi d’avanguardia – ma il numero dei missionari Europei è in decrescita vertiginosa e alcuni istituti missionari, come gli svizzeri Missionari di Betlemme, stanno per estinguersi. L’impegno dei pochi giovani missionari non è sufficiente a rivitalizzarli. Certo, non mancano anche oggi coloro che sono disposti a dare la vita, e la danno, come ci ricorda ogni anno l’elenco dei missionari uccisi nel corso della loro missione. Ma noi missionari crediamo ancora alla specificità della nostra vocazione?
La missione nuova, è una nuova sfida, una frontiera non fisica, che inizia nel cuore dello stesso missionario e si estende a tutto il mondo. E’ una visione della missione più autentica, basata sulla consapevolezza della necessità della propria conversione prima che di quella degli altri.
Alcuni parlano di “missione liquida” in analogia al concetto di “società liquida” di Zygmunt Bauman. Secondo Baumann viviamo in una situazione di crisi delle comunità tradizionali: crollati i valori comunitari, mancando un punto di riferimento, tutto si dissolve in una sorta di liquidità. La salvezza individuale viene identificata con l’apparire e il consumare. Emerge un individualismo sfrenato, dove non ci sono più compagni di strada, solo concorrenti e avversari da cui bisogna difendersi e possibilmente sconfiggere. Se non appari, non esisti, se non consumi, non vali nulla. Cosa c’è di più distante dal Vangelo?

Essere missionari in questo contesto di liquidità disorienta molti. Invece di approfittare delle nuove opportunità ci si spaventa per i possibili rischi e ci si chiude sulla difensiva, nei propri castelli mentali. Le motivazioni alla missione hanno una coloritura sempre più personale, profonda. Cosi personali da diventare evanescenti, inafferrabili, a volte la persona stessa non riesce a spiegarle… Si rischia di perdere i punti di riferimento forti. In una liquidità che per sua natura livella, appiattisce tutto sul minimo comun denominatore, la missione diventa sempre più simile all’azione umanitaria di una ONG, come ha più volte notato papa Francesco.
Eppure questo momento è il momento in cui papa Francesco chiama la chiesa ad uscire, ad essere missionaria. A rimettere al centro del suo annuncio il Vangelo della misericordia, il Dio Padre misericordioso proclamato da Gesù. E’ una chiamata certamente capita e condivisa dai missionari ancora attivi. Le istituzioni però hanno più difficoltà che non le persone ad entrare nelle nuove logiche della missione. Le istituzioni, anche se si tratta di istituti religiosi a vocazione eminentemente missionaria, per loro natura tendono a difendere la stabilità, la conservazione, se non sono addirittura legate alla logica della gerarchia, del controllo, del potere. Fanno fatica a recepire la libertà, lo slancio, l’apertura, il rischio come valori. Una persona, o un piccolo gruppo guidato da un carismatico come Daniele Comboni, per esempio, poteva centocinquat’anni fa decidere di affrontare una missione rischiosa al limite dell’incoscienza. Invece un’istituzione, specialmente un’istituzione che si sente minacciata nella sua stessa sopravvivenza, nomina una commissione perché esamini tutte le opzioni possibili, e prima di fare un passo che sia anche solo potenzialmente rischioso si cautela con una sostanziosa assicurazione. Abbiamo visto in Europa come anche gli istituti missionari facciano fatica a recepire gli stimoli di papa Francesco all’accoglienza, all’uscire dalla situazione di tranquilla continuità, di sicurezza, e mettere a disposizione le persone, le case, per un servizio ai migranti.

E’ difficile declinare la tradizionale audacia missionaria nei nuovi contesti sociali o geopolitici. Da bambino ascoltai affascinato la storia del mio concittadino padre Giovanni Mazzucconi, oggi proclamato beato, che parti per la Papua Nuova Guinea, quasi esattamente dall’altra parte del mondo, circa 150 anni fa. Fu ucciso, ancora trentenne, poco dopo l’arrivo. E’ una storia ricca di avventure, di luoghi esotici, di gente con tradizioni strane. Una storia di coraggio al limite dell’incoscienza, di sacrificio, di totale dedizione a Dio. Tutti ingredienti capaci di infiammare l’anima di un bambino. Oggi non possiamo neppur immaginare storie del genere. Non ci sono nuovi continenti da esplorare, le persone non raggiunte dal messaggio del Vangelo vivono in nazioni e città dove i compagni di scuola della mia infanzia vanno per routine a fare affari o in vacanza, perché ormai sono in pensione. Le discriminazioni, le ingiustizie, le guerre di cui sono vittime appaiono cosi spesso sui nostri teleschermi da essere diventate banali e non attirano più la nostra attenzione. Forse siamo ancora capaci di metterci in viaggio, magari anche in una zona di guerra, per andare a portare conforto ad una comunità cristiana lontana e isolata. Ad affrontare fame, malattie, pericoli di ogni sorta. Eppure il richiamo romantico delle avventure dei missionari d’una volta non c’è più. Il missionario eroe che apre un intero paese al Vangelo non c’è più, ed è meglio cosi, vorremmo meno eroi e più umili lavoratori al servizio del Vangelo. Il problema è che non abbiamo trovato nessun sostituto. La sparizione del richiamo romantico a volte si è portata via anche la motivazione genuina. Andiamo ad annunciare il Signore Gesù, o a fare un lavoro puramente umanitario? Ci sono ancora frontiere, o periferie? Dove sono i nuovi areopaghi?
Le nuove frontiere sono aride e asettiche, e ci spaventano più che non i deserti, le foreste e gli oceani. Avventurarci nel mondo dell’informazione e specialmente dei social media, per esempio, ci fa paura. Cosi alla fine dello scorso anno abbiamo visto gli istituti missionari italiani chiudere l’agenzia di informazione Misna di cui erano fondatori e proprietari, l’unica agenzia di notizie in Europa che offriva quotidianamente decine di notizie in quattro lingue in una prospettiva di promozione dei diritti umani, della pace, della giustizia, del rispetto del creato. Una decisione sconcertante, presa ai livelli più alti degli istituti missionari italiani, proprio da parte di coloro che dovrebbero rilanciare gli istituti verso le nuove frontiere. Rinunciare ai mezzi di comunicazione è la cosa più assurda che possa fare chi è chiamato all’annuncio. Migliorarli, trasformarli secondo le necessità e le nuove tecnologie, si, ma chiudere senza proporre alternative? Davvero, l’alto mare della comunicazione spaventa.
Trasformare ogni cosa
E’ pur vero che sono proprio i missionari di frontiera sono quelli che si sentono più a disagio nel mondo della comunicazione moderna. Chi vive comunicando la sua fede attraverso i gesti della vita quotidiana e cura con attenzione la crescita di relazioni umane profonde con il prossimo, si sente fuori posto a far salotto in un programma televisivo. Raramente sono persone che “bucano” gli schermi. Hanno una profonda diffidenza verso un mondo in cui la cosa più importante è l’apparire. Il contrario dello scomparire perché “Lui” cresca, come da Giovanni Battista in poi i veri precursori hanno imparato a comportarsi. Quando questi missionari vengono fatti conoscere dai mass media essi si sentono non solo inadeguati a testimoniare, ma perfino sporcati dal contatto con quel mondo.
Eppure i missionari non dovrebbero fermarsi di fronte ai rischi. “Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa” (Evangelii gaudium 27) ha scritto papa Francesco. Su questa idea ritorna costantemente in ogni suo discorso, è l’humus in cui sono radicate le sue parole e soprattutto i suoi gesti. Per Francesco l’uscire, l’andare – di cui il missionario era fino a poco tempo fa l’icona più chiara – non è una delle delle tante attività, ma il respiro stesso della vita della chiesa.
Di questo scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa si trovano pochi segni nei documenti ufficiali degli istituti missionari. I recenti capitoli generali, avvenuti quando già papa Francesco aveva reso chiarissima la sua visione di una chiesa aperta al mondo e al servizio dei poveri sembrano averla recepita più come pia esortazione che come indicazione di un cambiamento necessario, concreto, che deve essere tradotto in azioni. Si continua a parlare, come d’altronde già si faceva da anni, di pace, di giustizia, di ecologia, di rifugiati, di immigrati. Bellissimo. Nei fatti le preoccupazioni più importanti restano in rapporti con i vescovi, il calo delle donazioni, e, almeno in Europa, la gestione delle proprietà immobiliari…
Padre P. è u missionario francese. Ha insegnato teologia in tanti seminari africani che fa fatica a ricordarseli tutti. “La teologia? E’ utile, ma non dobbiamo credere che sia la teologia a fare la storia. E’ il Vangelo che confrontandosi con la storia fa la teologia. Gli istituti missionari hanno avuto dei grandi fondatori guidati dallo Spirito del Vangelo, però i loro successori si sono lasciati superare dalla storia. Oggi sono ormai solo solo una struttura di potere, perché controllano ancora risorse significative di personale e di soldi. Entrambe le risorse stanno per finire e se gli istituti non si trasformano scompariranno in meno di una generazione. La chiesa non cesserà di essere missionaria perché non ci saranno più i padri bianchi, gli spiritani, i comboniani… Le istituzioni inutili muoiono, lo Spirito vive”.
Mi ha detto un vecchio missionario, uno di quelli che hanno passato tutta la vita in Africa: “E’ ormai dai giorni della mia ordinazione che sento parlare di missione nuova. Quando poi sono arrivato in un posto sperduto dell’Africa nel 1969 ho trovato un superiore che era l’incarnazione della missione vecchia. Però voleva bene alla gente e voleva bene a me, oltre ad aver dedicato tutta la sua vita a Dio. Che poi è tutto il Vangelo. L’ho sempre rispettato, e cercato di imparare da lui le tante cose positive che aveva da insegnarmi. Tante, tantissime. Mi sono aggiornato. Ho letto libri, articoli, documenti. La missione nuova restava un mistero. Tante parole e poca sostanza. La Evangelii Nuntiandi di Paolo VI del 1975 ha detto tutto ciò che c’era da dire, e ancora oggi è il riferimento su come mettere in pratica il Vaticano II. Però nella pratica non cambiava niente. Quando proponevo nuove iniziative i superiori me le bocciavano metodicamente. Altro che missione nuova! Poi è venuto Francesco e coi gesti ci sta mostrando come ci si deve muovere. Lui sì che fa missione nuova. Confesso che faccio fatica a seguirlo, anche se sono più giovane di lui di un paio d’anni. E’ il papa che sognavo quando son partito per l’Africa. Lo Spirito Santo ha deciso di donarcelo adesso. Grazie! Ora ho meno forze, forse anche meno entusiasmo. Molti confratelli della mia età non si ritrovano nel sorriso accogliente verso il mondo di questo giovane Papa. Per ritrovare l’entusiasmo mi rileggo le vite dei missionari dell’ottocento, non perché rimpiango quel mondo, vorrei ricaricarmi con lo spirito con cui affrontavano difficoltà che sembravano insuperabili, la loro fede, il loro spirito di sacrificio. Invece mi cascano le braccia quando sento i confratelli giovani che si preoccupano che la congregazione sia capace di procurare una casa per la loro vecchiaia. Missionari che programmano il tempo delle pensione?” Davvero meritiamo di scomparire, non siamo più sale della terra!”.
Quando gli faccio notare che non era poi tutto cosi bello, che nel passato c’erano rigidità, chiusure, una morale sessuale che era diventata l’unica morale, e poi basti pensare allo scontro col mondo musulmano vissuto come ostile, e al rapporto difficile con le culture locali spesso giudicate inadeguate o incapaci di ricevere il Vangelo, lui continua: “Ma andavano, partivano, rischiavano, e come rischiavano! Adesso che papa Francesco ci invita ad uscire invece sembriamo paralizzati, incapaci di guardare ai grandi orizzonti, di pensare in grande…. siamo come spaventati dell’audacia del papa. Forse stiamo anche noi aspettando che passi il ciclone Francesco e che tutto ritorni al solito trantran?”
Questi sono i ricordi di incontri, i frammenti di vita, le riflessioni, anche contraddittorie, che mi si affollano in testa mentre sto facendo l’ennesima partenza. Una partenza per me un po speciale, che vorrebbe esplorare nuove situazioni umane, con nella testa e nel cuore abbozzi di nuovi programmi che so per esperienza dovranno scontrarsi con la realtà delle persone e delle istituzioni per diventare diventare iniziative concrete. O fallimenti.
Ripartire. Di nuovo. A 73 anni! Perché, per fare cosa?
Ci sono le iniziative da continuare, semi che hanno bisogno di tempo per germogliare, esili piantine che ne hanno ancor più bisogno per continuare a crescere. Ci sono innanzitutto le persone con le quali ho già camminato tanto insieme, e mentre il mio passo si fa stanco vorrebbero sostenermi. I bambini e ragazzi di strada di Nairobi e Lusaka, i nuba ancora vittime di un regime sanguinario, i rifugiati, gli operatori di pace. Avrò forze, e tempo, per continuare a camminare con loro? Rimettermi a camminare? Ho fatto la mia strada, sono ormai un peso per gli altri, meglio mettersi in pensione, mi dice una vocina. Eppure è sulla strada che scorre la vita, che opera lo Spirito. Lì ci sono gli altri, l’incontro, l’imprevisto, il cambiamento, la crescita, come mi hanno insegnato i ragazzi di strada.
Potrei pensare di “uscire” verso nuove periferie, ma dove? Forse potrei organizzare un gruppo di giovani che con le loro abilità artistiche vadano in giro a proclamare pace e gioia… Forse… Idee balzane!
Forse meglio non cercare, meglio semplicemente restare vigili e riconoscere il nuovo quando ti viene incontro.
Nella sala d’attesa dell’aeroporto di Nairobi dove sto aspettando la connessione per Lusaka mi avvicina un donna anziana. Il vestito semplicissimo, il sorriso gentile: “Padre Kizito, posso rubarle qualche minuto?” mi chiede e poi si presenta. Viene dal Perù, è suora in una congregazione religiosa locale, si chiama Rosa, come la santa più famosa del suo paese. Lavora coi bambini di strada in Perù e sta tornando dalla seconda visita alla sorella minore, anche lei suora, che da anni è in Africa, infermiera in un dispensario nella savana. Entrambe hanno studiato a Roma, e da allora sono lettrici di tutte le pubblicazioni missionarie, inclusa Nigrizia. Ha voglia di parlare di Africa, è un torrente, non posso fermarla… Mi racconta della sua prima visita alla sorella, quattro anni fa. “Sono andata a trovarla perché era in crisi. Volevo capirne le ragioni. Il primo impatto è stato straordinario. Mi ha colpito la dedizione di tanta gente, sia personale dell’ospedale come agenti pastorali di tutti i livelli. Ho visto una straordinaria bellezza spirituale nella gente semplice dei villaggi. Sono persone appena uscite dalle mani di Dio! Ma ho avuto l’impressione che le strutture della chiesa siano ancora come un corpo esterno. Vivono ad un altro livello, ragionano con altre logiche. Mia sorella pur essendo per il suo lavoro a contato fisico quotidianamente con i poveri era andata in crisi per questa distanza, si sentiva funzionaria di una istituzione invece che una sorella. Ne abbiamo parlato insieme, come cambiare? Adesso sto tornando dalla seconda visita. Pensavo che papa Francesco avesse provocato un cambiamento. Invece ho notato ancor più la stanchezza, l’anzianità dei missionari, sia uomini che donne. La resistenza al cambiamento, i mugugni, l’isolamento. La difficoltà che la chiesa locale, che pur dovrebbe essere una chiesa giovane, ha di cambiare. Nata arteriosclerotica”. Suor Rosa si scalda, le vien fuori l’anima latino-americana. “Rispetto le persone che lavorano con tanta fede, e si donano giorno dopo giorno. Il problema non sono le persone. Ma perché non ammettere gli errori del passato e addirittura critichiamo il papa se lui invece ha il coraggio di chiedere perdono ? Dovremmo mettere in cantiere i cambiamenti necessari. Facciamo fatica e valorizzare la comunità locale, a far si che l’impegno sociale stia al passo con le istruzioni catechetiche. Amo questa chiesa, è l’unica chiesa che ho! Dobbiamo rispondere alla chiamata di papa Francesco e rinnovarla! Dobbiamo valorizzare la riflessione, ma non possiamo permetterci di fare teologia astratta. Con mia sorella ho capito che dobbiamo rafforzare la nostra spiritualità, non quella che si nutre di preghierine e di libri devozionali, quella che nasce dalla vita condivisa, nell’azione, nell’amore di ogni giorno. L’azione, anche l’azione sbagliata fatta in buona fede, è più importante delle parole e della teologia. Il cambiamento sociale arriva velocemente, e il mondo antico, della tradizione potrebbe scomparire più velocemente di quanto pensiamo. L’ho visto nel mio paese. Nairobi è già una caricatura del peggio del mondo capitalistico. L’Africa non sta forse muovendosi velocemente verso la ricchezza economica e sta perdendo la sua anima? Dobbiamo essere radicati nel Vangelo e aprirci allo spirito, o falliremo la nostra missione di annunciare il Vangelo. Dove va l’Africa?”
“Dove va l’Africa” o meglio “dove vanno le tante anime di questo continente?” Dove sto andando io? Non posso far altro che assentire. Suor Rosa si è accorta che il suo appassionato discorso ha attirato l’attenzione di altri passeggeri, e abbassa la voce. “Come invecchio ho imparato a fidarmi più di Gesù e del Suo Spirito e meno di me stessa” Abbassa ancor più il tono e sorride fra se e se “Ancor meno dei superiori, delle gerarchie. Sono necessarie, per carità! Se sono radicata in Gesù posso sopportare tutte le delusioni, tutte le mia incapacità tutte le incomprensioni, tutti i tradimenti. L’unica certezza viene dal seguirlo nel santuario della mia coscienza”.
Chiamano il suo volo. Senza sapere che ha risposto alle domande che mi stavo ponendo suor Rosa si alza, saluta con un ultimo sorriso e si allontana.
La “missione liquida” è sempre la stessa missione: non ti domandare verso quali periferie devi andare, non contare troppo sui tuoi piani, sui tuoi progetti, e neanche su quelli delle istituzioni e dei superiori. Affidati al Signore. Buttati, e seguilo. Cammina con gli altri, con i semplici, i miti, i puri di cuore, i poveri, e, passo dopo passo, scoprirai dove devi andare. Lui è già là, ti aspetta. In Galilea.

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