Una vita in Africa – A life in Africa Rotating Header Image

July, 2010:

In Passerella per una Vita Migliore – Catwalking for a Better Life

Un gruppo di ragazze di Anita’s Home si sono messe insieme con l’ambizione di fare non una semplice scuola di taglio e cucito o una sartoria, ma un atelier di moda. Animate da Grazia Orsolato che era venuta a Nairobi come volontaria di Amani per la prima volta nel 2002, e che succesivamente ci aveva portato anche la sorella e la mamma, e che ha nutrito questo sogno per anni, le ex bambine di Anita’s Home si sono costitite come GtoG (Get together Girls). Dopo pochi mesi di attività hanno partecipato con dei loro modelli alla più prestigiosa sfilata di moda di Nairobi. Non sarebbe stato possible senza Grazia e le sue amiche che da Milano, con occasionali visite a Nairobi, sostengono l’impresa. Eccovi due foto scattate il 2 Luglio 2010 al Fashion and Beauty Expo (FAB). Nella sezione in inglese c’è un articolo molto più completo di Philip Emase.

The busy stand of GtoG - L'affollato stand di GtoG

Grazia bows to the crowd - Grazia accetta l'applauso della folla

Altri Mondiali

Finalmente è finita. Durante le interminabili coda che a Nairobi bisogna sempre fare se ci si muove in auto, di solito ascolto la radio, ma sopratutto in questo ultimo mese l’etere era saturo della peggior retorica che si possa fare quando si parla di calcio, con abbondante uso di termini come “eroi” e “momenti storici”. Come se l’onore presente dell’Africa, e il suo destino futuro, dipendesse prima dai calciatori del Sudafrica, poi da quelli del Ghana, poi dal fatto che il Sudafrica abbia dimostrato di saper organizzare i mondiali. Preferivo spegnere la radio e gustarmi fino in fondo i pesanti fumi emessi da camion. O pensare agli amici che praticano il calcio come gioco, come sport, come un momento per stare insieme. Agli amici degli Altrimondiali (www.altrimondiali.it) che sono andati in Sudafrica da Nairobi in un vecchio matatu, fermandosi a giocare là dove capitava con chiunque fosse interessato. Ero con loro quando sono passati da Lusaka, ed ho fatto questo foto ai ragazzi di Mthunzi mentre si scaldavano prima di una partita a New Kanyama. Tutti ragazzi che si portano il peso di un passato difficile. Anche il “prato” è difficile, non è San Siro, ma questo è il calcio che mi piace.

Tredici Ragazzini Keniani Visitano l’Italia

Continuo a ricevere reazioni al giro fatto dai ragazzi del Koinonia Children Team in Italia a cavallo tra aprile e maggio. Vi metto qui sotto il contributo di una mamma di Milano e di tre o quattro ragazzi.

Ho fatto questo lavoro con l’aiuto del programma Translate di Google. Il nostro webmaster, Eric, lo ha inserito anche nel sito di Koinonia Kenya, sulla colonna di destra. Io l’ho sperimentato prima traducendo il sito dall’ inglese all’ italiano, con risulati sorprendentemente buoni. Poi ho provato con il greco, tanto per divertirmi, perchè ovviamente non lo conosco, e non riuscivo più a tornare all’ italiano ed ho dovuto chiamare Eric… Comunque adesso il sito può essere instantamenmente tradotto un qualche decina di lingue.

Colpo di fulmine a Putignano
Un bellissimo sogno è divenuto realtà il 17 aprile 2010, era un venerdì quando io e i miei genitori siamo andati all’aeroporto. Ho preso un aereo che era molto diverso da quello che avevamo preso nel 2008. La Ethiopian Airlines ha un servizio fantastico rispetto a quello della Egypt Air, anche se le hostess parlavano la lingua etiope che a me sembrava quasi come il greco. Io spero di volare un giorno sulla Kenya Airways e sentir parlare le lingue keniane, ne sarei molto orgoglioso. Alla fine di un lungo viaggio via Addis Abeba siamo finalmente arrivati in Italia.
Il primo giorno a Roma ero molto felice di incontrare degli amici che erano stati a Kivuli. Abbiamo camminato un po’ e siamo andati a vedere la Basilica di San Pietro dove abbiamo imparato molte cose. A Bari abbiamo incontrato Paolo e abbiamo inscenato per la prima volta Simba na Mende. Noi l’abbiamo apprezzato molto per il suo lavoro e la sua energia. Dopo Bari siamo stati a Putignano dove ho avuto un’esperienza che non dimenticherò mai nella mia vita. Dopo lo show siamo andati a pranzare con degli studenti, qui una ragazza si è innamorata di me. E’ stata la prima volta nella mia vita in cui sono stato avvicinato da una ragazza ed ero molto imbarazzato, lei si è avvicinata e mi ha detto “ti amo, baciami”. Questo di fronte ai miei amici e le maestre, la cosa peggiore è stata la presenza di Kizito e Gian Marco, le persone più importanti della mia vita e che rispetto di più.
Ho molto apprezzato il resto del viaggio, le nostre performance sono migliorate di giorno in giorno e mi hanno reso molto orgoglioso del nostro lavoro. Ho imparato molte cose nuove soprattutto attraverso i musei, le infrastrutture e i deliziosi pasti. Il momento più bello è stato quando abbiamo partecipato alla marcia per la pace e abbiamo visitato le città, una era costruita sull’acqua. Noi siamo stati in compagnia di Kizito, Gian Marco e Anna. Loro ci hanno fatto sentire come se fossiamo con i nostri genitori, ho apprezzato molto Cavallino perchè abbiamo dedicato 4 giorni al divertimento. A Milano abbiamo incontrato degli amici che non vedevo da molto. Sono stato molto felice di vedere San Siro.
Wilson

Ma che pesce era?
Ero molto eccitato di visitare l’Italia ad aprile 2010. Il viaggio dal Kenya è stato molto lungo. Quando siamo arrivati siamo stati accolti con grande gentilezza e felicità. Per prima cosa abbiamo mangiato con persone che erano del posto e poi siamo stati divisi tra diverse famiglie. Il giorno seguenti un nostro amico ci ha fatto fare un tour a Roma. La cosa più bella è stata visitare la città del Papa e vedere la chiesa più grande del mondo. Vedere il cimitero dei Papi è stata una bella esperienza, è stato costruito con l’oro. Abbiamo poi visto altre vecchie case a Roma.
Abbiamo poi visitato Bari. Il viaggio da Roma è stato lungo. Non avevo mai fatto prima un viaggio così lungo in auto e sono stato sorpreso di stare 5 ore in un bus. A Bari abbiamo incontrato Paolo ed eravamo molto felici di vederlo di nuovo. Avviamo provato 3 giorni e il quarto giorno abbiamo inscenato Simba na Mende che è durato un’ora e mezza. Abbiamo iniziato con acrobazie e danze.
Le famiglie ci hanno poi portato in città e il giorno dopo abbiamo visto il Petruzzelli, un bellissimo teatro per gli shows internazionali. Abbiamo poi visto il Mar Mediterraneo di cui abbiamo sempre sentito parlare.
I nostri amici ci hanno comprato dello strano pesce crudo e abbiamo provato per la prima volta a mangiarlo. E’ stata la cosa più terribile che abbia mai sperimentato nella mia vita. In Kenya non ho mai visto questo genere di pesce ma io sono stato felice di aver visitato l’Italia per la seconda volta.
Eugene

Gian Marco dormiva, ma per nostra fortuna c’era Dio
Era una domenica mattina quando mi sono alzato, ho lavato la faccia e ho fatto colazione, era un giorno in cui mi sentivo felice come un re. Sentivo gli uccelli cantare delle canzoni melodiose. Quello era il mio giorno migliore, wow! Un magnifico sogno stava finalmente diventando realtà. Mi sono svegliato e mi sono trovato in una famosa città chiamata Roma. Sono stato molto impressionato dalla chiesa più grande del mondo; sono rimasto sbalordito nel vedere la tomba dell’apostolo Pietro e dei Papi. Avevo appena aperto gli occhi e già avevo visto delle cose così belle. Dopo Roma abbiamo visitato molte altre città davvero interessanti.
Ho incontrato molte famiglie e amici che sono stati buoni con me per la prima volta nella mia vita. Ho sperimentato l’amore, le cure di una famiglia felice. Ho sperato che anche la mia famiglia fosse come quelle in Italia. Ho scoperto che i ragazzi in Italia sono molto più fortunati di noi e questo ha influenzato la mia relazione con mia mamma perchè mi sono chiesto perchè lei è così diversa, ma poi ho capito che le persone sono diverse e così gli stili di vita e questo dipende da dove sono nati e come sono cresciuti.
Questo viaggio mi ha legato molto a Gian Marco, cosa che non mi sarei mai immaginato. Ero solito vederlo come una persona pronta a rimproverarmi, spesso ha un’espressione cupa e solitamente io avevo paura ma questa volta mi sono sempre seduto di fianco a lui. Non dimenticherò mai il suo modo di guidare dormendo e pensavo che un giorno saremmo finiti fuori strada, nelle colline o in campagna, ma per fortuna ci siamo salvati. Non grazie a Gianmarco ma grazie a Dio. Poi ho capito che il viaggio era lungo e le distanze non erano facili da coprire per lui. Solitamente lo chiamavo ‘grande papà’ ed è stato bravo a prendersi cura di noi. Grazie ad Anna Nenna la nostra mamma e sorella. Era sempre lì per noi con Claudo e Ilario.
E per la parte che facevo padre Kizito adesso non mi chiama più Benson, ma Mende!
Benson

Però l’uomo che tirava il bus non c’era
Dopo il nostro arrivo abbiamo fatto una passeggiata fino al Vaticano dove ci è piaciuto vedere S.Pietro e gli edifici romani. Dopo Roma siamo andati a Bari con un un autobus conosciuto come “Uomo che Tira” (nel testo Pull Man, il termine “pullman” nel significato di autobus non si usa in Kenya, e Charles lo ha interpretato come Pull Man, cioè, in inglese Uomo the Tira). All’interno del bus abbiamo dato un po’ di fastidio alle altre persone, cosa che non succede spesso in Italia, ma poi alcuni passeggeri hanno cominciato a parlare con noi e da lì anche tutti gli altri. A Bari abbiamo incontrato il nostro caro amico Paolo, il che mi ha fatto sentire subito a casa. Paolo è una brava persona, lui è stata una delle persone che ci ha insegnato lo spettacolo Simba Na Mende. Lui mi ha sempre spronato a fare il meglio che potessi e per questo non potrò mai dimenticarlo nella mia vita. Poi abbiamo oi visto Matera, dove è stato girato il film “La Passione”. Qui ho incontrato il mio amico Maurizio che era venuto spesso a farci visita a Kivuli. Qui abbiamo visto i sassi, dove vivevano le persone prima della venuta di Gesù; a Bologna abbiamo visto una chiesa con al suo interno altre 6 piccole chiese.
A Numana ho conosciuto un nuovo amico, Martino, lui ha 12 anni ed era triste quando ci siamo salutati. Anche io sono stato triste di aver lasciato Numana; siamo poi andati a Riccione, una città molto bella dove ci siamo esibiti nelle strade. Io ero felice di suonare i tamburi e ballare tutti insieme per strada. C’erano moltissime persone a vedere lo show, Cavallino è stato la città più bella perchè li abbiamo solo mangiato, giocato, siamo andati in bicicletta, abbiamo nuotato nella piscina, cavalcato. E’ stata la settimana in cui ci siamo divertiti di più e abbiamo mangiato le vongole, prima di allora non le avevo mai assaggiate in tutta la mia vita.
Da Cavallino siamo poi andati a Venezia, una delle città più belle. Venezia è stata costruita sull’acqua ed ha delle maschere bellissime. Qui in Italia ci sono molte strade belle ed ambienti puliti, molti italiani però non parlano inglese ma solo la loro lingua o il francese. Agli studenti è permesso andare a scuola con il cellulare e altro materiale elettrico, ma in Kenya non ci è permesso portare nulla di questo tipo. Anche in Italia alcuni ragazzi e ragazze fumano, ma in Kenya se vieni visto fumare sei portato in tribunale. (A Nairobi è vietato fumare per strada dal luglio 2008, pena multe da 500 euro ai 6000 euro, anche l’arresto).
L’Italia è un bel Paese perchè ci sono molte specialità culinarie come i Maccheroni, la polenta, il pollo e “supergeti”.
In Italia gli studenti vanno a scuola solo mezza giornata ma in Kenya andiamo dalle 7 alle 18.30.
Charles

Come si usa lo struccante?
‘Guarda Roberta, invece di due, i ragazzi di Kivuli che dovrai ospitare a casa saranno tre o quattro.’ Quando Anna mi ha telefonato per avvisarmi del cambio di programma ho avuto un sussulto. ‘Quattro? Oddio, e dove li metto?’ . Avevo dato la disponibilità ad accogliere i bambini appena avevo saputo del loro tour italiano e tutti a casa erano felici di rivedere qualcuno di quei ragazzi che avevamo conosciut a Nairobi. Era da qualche anno che desideravamo tornare a ripercorrere le strade ( se così si possono chiamare) di Riruta e vivere qualche giorno con i bambini del centro ma purtroppo non ne avevamo avuto ancora l’occasione ed ora erano loro che venivano a trovare noi. Chissà se qualcuno si ricordava della nostra famiglia, con tutti i volontari che ogni anno passano a Kivuli probabilmente i nostri brevi soggiorni erano stati dimenticati. Quindi era con grande emozione che aspettavamo il loro avviso. Emozione ma anche un po’ di timore perché un conto è conoscerli nel loro ambiente, un conto invece è incontrarli in una realtà che è a loro estranea. Mi chiedevo se vedere una casa con tutte le comodità che hanno le nostre case non li avrebbe resi in qualche modo differenti da come li avevamo conosciuti. Per non parlare della lingua. Il nostro Inglese scolastico non è sufficiente per comunicare a lungo! Oltre a tutto questo ora erano diventati quattro!! La mia casa è sufficientemente grande ma tutti quei letti in effetti non ci sono. Il primo a rendere la cosa più semplice è stato mio figlio Matteo che con i bambini aveva stretto amicizia quando siamo stati a Kivuli, anche senza parlare una parola di Inglese. Ma si sa, i bambini , di qualsiasi parte del mondo siano, riescono sempre a comunicare senza troppe difficoltà!! ‘Che problema c’è, mamma, io dormo sul divano in salotto e loro nella mia stanza e in quella di Michela’ ( la mia figlia maggiore ora in America). I secondi a rendere tutto più semplice sono stati proprio loro : Ian , Harrison, Charlie e Job ‘il loro allenatore’. E così per 5 giorni ho avuto una famiglia di 8 persone. 8 persone da svegliare, le colazioni, i turni in bagno per lavarsi , i vestiti da lavare e asciugare ( Sì perché un maggio così piovoso a Milano non lo si ricordava da anni!!) i letti da rifare e poi il lavoro… Se qualche giorno fa qualcuno me lo avesse prospettato avrei detto che era impossibile e invece tutto è filato via senza problemi perché i ragazzi sono stati veramente fantastici! La prima mattina quando li ho visti alzarsi e rifarsi il letto senza che io dovessi dire niente non credevo ai miei occhi, soprattutto considerando che il mio Matteo, loro coetaneo, quando esce alla mattina riesce a malapena a fare colazione. Un bellissimo esempio che credo lo abbia fatto riflettere parecchio!!! Che dire poi delle cene e dei momenti liberi! E’ stato bello vedere l’educazione e la gentilezza con cui chiedevano qualsiasi cosa, un modo di fare che purtroppo molti nostri ragazzi hanno perso ( insegno in classi di adolescenti da anni e so cosa significa!) A volte la paura di disturbare non gli faceva neppure chiedere le cose più banali ( La prima volta non sapendo usare il dispenser del sapone stavano lavandosi con lo struccante di mia figlia!) ed io ho imparato da loro che non dobbiamo mai dare per scontato che il nostro modo di vivere all’occidentale sia comune a tutto il mondo!
E così la settimana è volata via quasi senza che ce ne accorgessimo. Il Sabato mattina sono ripartiti per un’altra tappa del loro spettacolo, non ho potuto salutarli come avrei voluto perché entravo presto a scuola e visto l’ora tarda in cui erano andati a dormire ho pensato fosse meglio lasciarli riposare ancora un po’. Manuel e Matteo avrebbero pensato a tutto. Ho lasciato loro una lettera di saluto e quando sono ritornata a casa mi è sembrata più vuota del solito; di loro solo qualche traccia, una maglietta dimenticata, gli album delle figurine dei calciatori italiani, ricordo della loro visita a San Siro, gli asciugamani che avevano utilizzato ripiegati con cura sopra i letti . Una grande traccia però l’hanno lasciata nel cuore di tutti noi e una cosa è certa ….. ci rivedremo presto.
Hi Guys!
Roberta, Manuel, Matteo e Monica

Perché non dar loro i soldi? – Why not just give them money?

Come aiutare i poveri di tutto il mondo, oltre un miliardo, a superare la loro situazione? E’ una domanda difficile e probabilmente impostata male. Solo per reimpostare adeguatamente la questione bisognerebbe scrivere qualche libro. Ma gli economisti tentano di rispondere, e ci sono recenti libri di successo che affrontano questo argomento, con autori come il Premio Nobel Mohamed Yunus, la zambiana Dambisa Moyo e il canadese Paul Collier.
Un nuovo contributo viene da Joseph Hanlon, Armando Barrientos e David Hulme con un libro che finora è solo in inglese: “Just Give Money to the Poor: The Development Revolution from the South”.
Ne ho trovato la presentazione in AfricaFocus Bulettin, un servizio indipendente, gratuito e straordinariamente utile per chi è interessato a temi africani, che cataloga e ri-pubblica articoli, commenti e analisi che provengono dal mondo anglofono. Sono centinaia alla settimana, purtroppo solo in inglese. Fino a qualche anno fa i Padri Bianchi facevano un lavoro simile anche per il francese. Non credo esista niente del genere in italiano.
Ho fatto una traduzione libera e creativa della nota di presentazione dell’editore di AfricaFocus, William Minter, e dell’introduzione al libro.
Potete trovare la versione originale a http://www.africafocus.org/docs10/pov1006.php
Inoltre una versione quasi integrale del libro è disponibile su Google Books: http://books.google.com/books?id=M2WWHIzQON0C

La nota di William Minter
Parlando di povertà lo scorso mese con un giornalista del Washington Post, gli alunni di quinta elementare di un scuola a Southeast Washington (la percentuale di poveri a Washington è del 32 percento) hanno proposto la soluzione più ovvia: “Perche non dal loro i soldi?” (Washington Post, 11 maggio)). Esperti trovano facile respingere e anche ridicolizzare questa proposta di semplice buon senso, preferendo soluzioni magiche teorie sulla ricchezza da dall’alto lentamente raggiunge i più poveri, o elaborati programmi economici di aggiustamento strutturale. Ma questo nuovo libro propone ci matte davanti all’evidenza che probabilmente gli alunni di quinta hanno ragione.

Titolo del libro: Just give money to the poor – the development revolution from the South

Dall’introduzione

“Cuocio al forno 100 panini ogni giorno e li vendo per un dollaro Namibiano l’uno, con un profitto di circa N$ 400 (40 euro) al mese” dice Frieda Nembayai. Fa questa attività dal 2008, quando ha incominciato a ricevere un supporto regolare di N$ 100 (10 euro) al mese, e per la prima volta in vita ha avuto abbastanza soldi per comperare farina e carbonella. Nel vicino Sud Africa, i giovani adulti che vivono in famiglie dove un anziano riceve una pur piccola pensione, hanno più probabilità degli altri coetanei di trovare o di crearsi un lavoro, perché possono lasciare i figli con la persona più anziana che provvede alla cura dei bambini, e loro si dedicano ad un’attività economica.
Queste storie vere indicano una nuova strada per lo sviluppo, che sta prendendo piede nel Sud del Mondo. Invece di mantenere la gigantesca macchina internazionale che cerca di trovare modi per “aiutare i poveri”, è molto meglio dare i soldi direttamente ai poveri, i quali riescono poi a trovare modi efficaci per liberarsi della povertà. E indicano un realtà del mondo in via di sviluppo che è poco capita: il problema maggiore di coloro che sono al di sotto del livello di povertà è la completa mancanza di soldi in contanti. Molti hanno cosi pochi contanti che non possono permettersi neanche una cifra minima per migliorare la qualità del cibo, o mandari i figli a scuola, o mettersi in giro per cercare un lavoro.
Questo libro attinge ad un crescente numero di studi che sottolineano il potenziale e il limite dei trasferimenti in contanti per trasformare la vita delle persone che vivono in povertà. C’è già un forte consenso che molti programmi di trasferimento di soldi in contanti sono stati un buon successo nei paesi già sviluppati, e questo ha spinto una trentina di paesi in via di sviluppo sperimentare nel dare soldi direttamente alla gente, con programmi di “cash transfer”.
Da questi studi emergono quattro conclusioni: questi programmi sono poco costosi, i beneficiari usano i soldi ben e non li sciupano, le donazioni in contanti sono un modo efficiente per ridurre la povertà, e inoltre possono potenzialmente ridurre la povertà futura perché promuovono la crescita economica e lo sviluppo umano. Due area restano comunque al centro di un intenso dibattito: l’obiettivo (le persone che si vogliono raggiungere) e le condizioni . Si dovrebbero dare piccole somme a tante persone o somme più consistenti a pochi? Si devono mettere delle condizioni precise ai beneficiari, come per esempio mandare i loro figli a scuola o contribuire con il loro lavoro a attività sociali? Restano evidentemente delle aree da chiarire per il finanziamento e la messa in opera di questi programmi, specialmente nei paesi pù poveri. e senza dubbio i programmi di cash transfer sono ancora oggetto di controversie e dibatitti, e alcuni restano scettici sulla loro capacità di ridurre ala povertà a lungo termine. Anche questi temi sono discussi nel libro.
Un nuovo modo di pensare
All’inizio si pensava che i cash transfer o donazioni sociali potessero essere solo un lusso per paesi relativamente ricchi. I paesi poveri “non possono permettersi” di dare soldi alle loro fasce più povere, perché troppi cittadini hanno un reddito troppo basso, e quindi bisognerebbe aspettare che la crescita economica li rendesse più “moderni” prima di poter applicare questo “diritto”. In secondo luogo, questo diritto non distingue fra chi se lo merita e chi non, e i ricchi e potenti sono sempre convinti che i poveri sono sempre almeno parzialmente responsabili della loro povertà e quindi non si meritano un sostegno economico. I poveri devono sempre essere guidati o perfino obbligati ad agire per il miglior interesse dei loro figli.
Negli ultimi dieci anni, entrambe queste opinioni state contestate da parte dei paesi in via di sviluppo. Al contrario, sostengono che “non possono NON permettersi” di non dare soldi ai loro cittadini più poveri. Non solo questa pratica è conveniente, spesso è molto più efficiente dei sistemi tradizionali di promossi dalle agenzie di aiuti internazionali e dalle agenzie finanziarie. Essi sostengono che le persone che vivono in condizioni di povertà sanno come usare i soldi. E con questa pratica la responsabilità per sradicare la povertà, come la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo implica, è diventa veramente responsabilità di tutti.
Questa è una sfida importante ad un’industria dell’aiuto allo sviluppo costruita nello scorso mezzo secolo nella convinzione che lo sviluppo e l’eradicazione della povertà dipendevano esclusivamente da ciò che le agenzie internazionali e i consulenti poteva fare per i poveri, senza mai considerare ciò che i cittadini dei paesi in via di sviluppo, e degli stessi paesi tra di loro, potrebbe fare per se stessi. I ricercatori sono rimasti sorpresi di scoprire che, nel complesso, le famiglie con pochi soldi hanno affinato le loro capacità di sopravvivenza di generazione in generazione e sanno usare un po di soldi extra con saggezza e creatività – senza che sia necessario un esercito di soccorritori che come professione insegnano ai poveri come migliorare se stessi.
La ricerca sui trasferimenti di denaro mostra due importanti differenze tra i relativamente poveri e relativamente ricchi. Le persone più povere spendono di più per prodotti alimentari e le merci prodotte localmente, mentre i più abbienti comprano più merci importate, cosi che qualsiasi trasferimento dal ricco al povero stimola l’economia nazionale e locale. In secondo luogo, le persone più povere sono molto più propense a usare piccole somme di denaro per aumentare il reddito – investendo nella loro azienda agricola, nel piccolo commercio, o per la ricerca di un lavoro. In questo modo il contante distribuito diventa un fattore esplicito di sviluppo.
Il fallimento della campagna Make Poverty History
Il numero di persone che vivono in condizioni di povertà cronica è in aumento. Coloro che hanno fatto la campagna nel 2005 per fare “Poverty History” si chiedono che cosa è andato storto. Due libri famosi, Dead Aid: Perché gli aiuti non funzionano di Dambisa Moyo e L’Ultimo Miliarso di Paul Collier sostengono che gli aiuto hanno fallito e sostanzialmente affermano che tale fallimento è in gran parte colpa paesi poveri per uso improprio del denaro.
Gli aiuti non hanno fallito. Il fallimento è quello di un’industria anti-povertà che vive sulla complessità e mistificazione del problema, con consulenti profumatamente pagati per la fabbricazione di progetti sempre più complicati “per i poveri” e che continua a fissare le condizioni politiche per i paesi “che vengono aiutati”. Questo libro offre l’alternativa del Sud – dare i soldi direttamente a coloro che hanno meno ma che sanno fare il miglior uso di essi. I trasferimenti di denaro non sono beneficenza o filantropia, ma piuttosto investimenti che permettono alle persone povere di prendere il controllo del loro sviluppo e di eliminare la povertà. Così, questo libro è una sfida diretta a Moyo, Collier e gran parte dell’attuale teoria a pratica degli aiuti internazionali.

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