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Life

NEL CARCERE DI KAMITI, per perdonare anche se stessi

È un grande stanzone arredato solo con banchi. I ragazzi entrano in ordine sparso, lo sguardo abbassato, solo qualcuno lancia un’occhiata, forse per capire a cosa si deve preparare. Sono a Kamiti, nello Youth Correctional Training Centre (YCTC), e di fronte a me ci sono 182 ragazzi fra i 17 e 21 anni che sono stati condannati per crimini che vanno dallo stupro alla rapina a mano armata all’omicidio.


Ci sono arrivato due ore fa perché sollecitato da altri ragazzi che hanno amici qui imprigionati. Ho avuto incontri al massimo livello al ministero degli Interni per avere il permesso. Finalmente eccoci qui, il 5 ottobre. Con tre assistenti sociali di Koinonia abbiamo già ascoltato una presentazione dell’ufficiale incaricato e di altri funzionari, in prevalenza donne, che parlandoci hanno rivelato competenza educativa e conoscenza delle buone pratiche per la riabilitazione dei giovani delinquenti. Non manca la volontà di fare il possibile per aiutare questi ragazzi a reinserirsi nella vita normale. «Ma», è la conclusione, «abbiamo la responsabilità di 182 ragazzi e questo è quanto abbiamo a disposizione per il nostro lavoro. Venite a vedere». Appena al di fuori delle doppie mura del YCTC, ma sempre all’interno della Kamiti Maximum Security Prison, visitiamo un orto ben tenuto, tre o quattro serre, un frutteto, una conigliera, un pollaio, una porcilaia. Una piccola fattoria, che al massimo potrebbe mantenere una famiglia contadina. Torniamo all’interno, c’è dormitorio, un’aula con pochi libri da scuola elementare, un computer lab con otto postazioni ma un solo un computer funzionante, un minuscolo laboratorio per insegnare riparazione di auto, una stanza con una macchinetta taglia-capelli e lo stanzone in cui ci stiamo radunando. Tutto pulito (e i ragazzi mi confermeranno che è sempre così), ma strutture fatiscenti. Dimenticavo: un campetto da calcio e uno da pallavolo.
Molti dei ragazzi sono accasciati sulle panche con un evidente atteggiamento di disinteresse. Pochi lanciano occhiate incuriosite. Sono ovviamente ragazzi con un vissuto drammatico e sarebbe stupido presentarsi con un atteggiamento paternalistico, compassionevole, con vuote parole consolatorie. Dobbiamo dar loro attenzione e rispetto.
Chiedo: «Chi è di Kibera, Kawangware, Riruta Satellite, Dagoretti?». Si alzano senza esitazione una sessantina di mani. Un terzo di questi detenuti proviene dai quartieri di Nairobi dove lavoriamo con Amani. I nostri educatori raccontano il nostro impegno nell’accompagnare i ragazzi di strada, e quanto facciamo concretamente quando incontriamo chi ha bisogno di cura, di una mano amica, di un pasto, di un posto per non passare la notte al freddo. L’assemblea si fa attenta, non solo nascono domande, anche proposte di cosa si potrebbe fare per migliorare la situazione in strada. I nostri amici percepiscono che la condivisione è autentica, i loro volti cambiano, riusciamo a leggerli e noi ci lasciamo leggere da loro, e loro si identificano nei ragazzi che descriviamo. Sono bastate poche parole di vicinanza per riaccendere nei loro occhi tutta la voglia di vita che era stata nascosta da una studiata o annoiata indifferenza.
Sono ragazzi smarriti. Hanno perso la strada, forse nessuno gliela ha mai indicata. È il tempo più difficile della loro vita. Cresciuti in una miseria devastante, che devasta anche l’anima, da bambini hanno accettato la loro situazione perché conoscevano solo quella, ma arrivati all’adolescenza hanno solo capito che questa non è una società fatta per loro. Loro qui sono solo scarti. Nella società tradizionale c’era una potente istituzione educativa – l’iniziazione – che garantiva un passaggio “dolce” tra l’infanzia e la maturità. Oggi la transizione è affidata ai social network, alle bande, ai bugigattoli coi pornofilm, alla martellante pubblicità dell’istantaneo e dell’effimero, ad adulti più sbandati di loro, fra i quali spesso i più “rispettabili” sono i più sbandati.
Però nonostante tutto adesso ci ascoltano con attenzione. Ci ascoltano anche perché con il sostegno economico di Amani e la presenza dei suoi volontari ci siamo costruiti ormai 30 anni di continuità e credibilità che non possono essere scalfiti. Loro sanno l’importanza delle piccole cose concrete. Alcuni di loro certamente hanno ricevuto cure gratuite nel dispensario di Kivuli, un pasto o una notte al sicuro a Ndugu Mdogo, la comprensione di Evelyne, di Robert, di Bonny a Mother House. Hanno avuto un amico morto di morte violenta che ha ricevuto una sepoltura decorosa. Costi minimi coperti con l’”emergncy kit” di Amani che li hanno fatti sentire umani e degni di essere amati.
Educare – l’ho imparato non sui libri ma nella strada, nell’incontro con i giovani – significa lasciare spazio alle potenzialità che ci sono nel cuore di ciascuno, essere aperti alla sorpresa, all’inaspettato, e lasciarla crescere nell’altro, e anche in te. Nutrirla con rispetto, riscoprendo ogni volta nella meraviglia, nella gratitudine e nella compassione che cosa vuol dire essere umani.
Dentro di noi nascono delle domande. Cosa potremo mai fare per loro? Coi problemi che ci sono fuori, letteralmente di sopravvivenza quotidiana, chi vuoi che si interessi a questo pugno di disgraziati che, dopotutto, sono accusati di crimini? Sappiamo bene che in tutto il mondo la giustizia è sbrigativa e fa molti errori soprattutto quando ha a che fare con i poveri. Quanti di questi ragazzi sono qui per sbaglio o hanno avuto una pena esagerata? Ma perché siamo qui? Perché, per usare un’espressione di Teilhard de Chardin, “c’è un’opera umana da compiere”, e se sei umano ti devi lasciar interpellare dall’umano.
Dopo oltre un’ora di assemblea chiedo se qualcuno vuole parlarci personalmente. Molte mani si alzano. Il direttore acconsente, e così ciascuno di noi raccoglie confidenze, rabbie, delusioni, strazianti richieste di ragazzi che ammettono di aver sbagliato ma vorrebbero una chance per ripartire. Alcuni – i cattolici – apprezzano il lavoro del cappellano delle carceri, il quale però, con pochi volontari che lo accompagnano, non ce la fa ad arrivare a tutti. Possiamo solo promettere di tornare.
Condividere, guardarsi negli occhi, lasciarsi toccare il cuore, aprirsi al possibile, anche all’improbabile, perché quando incontri veramente l’altro, capisci che tutto è Altro, tutto è Possibile, tutto è Improbabile. E capisci che il cammino della ricerca di Dio è lo stesso: avvicinarsi a Dio e avvicinarsi agli altri richiede gli stessi faticosi passi. Lo stesso perdersi nell’Altro.
Sul viaggio del ritorno in auto stiamo in silenzio per un po’. Poi Mugo dice: «Adesso ho capito perché al catechismo ci dicevano che bisogna visitare i carcerati. Mi sono sempre domandato chi abbia inventato questa cosa: dopotutto nel Vangelo Gesù non ha mai visitato i carcerati. A Kamiti ho capito meglio i miei limiti, le mie debolezze e fragilità. È stata una grande lezione. Provando compassione e perdono per gli altri sono riuscito anche a capire e perdonare me stesso. È strano che succeda proprio lì, ma è un posto dove senti che Dio ti prende per mano e ti mette sulle labbra le parole da dire».

IL MELOGRANO CHE VUOL RINASCERE, quarant’anni di Koinonia

Lusaka (Zambia) Da una settimana in Egitto è in corso la COP27. Inaugurandola Antonio Guterres, ha detto “Il clima è a un punto di svolta. Presto potrebbe essere troppo tardi per evitare una catastrofe. Un numero enorme di rifugiati, famiglie sfollate a causa del riscaldamento globale, potrebbero presto chiedere un rifugio ovunque lo trovino. Se non riusciamo a colmare l’enorme divario globale tra agiati e indigenti, saremo in rotta verso un mondo di otto miliardi di abitanti pieno di tensioni, diffidenza, crisi e conflitti”.

Qui, sul terreno di Koinonia, nella piccola fattoria di Laudato Si’ approfittando dell’inizio della stagione delle piogge, abbiamo continuato a fare ciò che possiamo fare per contrastare il riscaldamento globale e produrre cibo e che facciamo almeno da cinque anni: mettere a dimora piante da frutto. In questa settimana sono stati piantati sette manghi, quindici avocado, sei tamarindi, cinque mangostani, trenta papaie. Per rendere l’ambiente non solo più produttivo ma pure più bello abbiamo aggiunto tre jacarande e due flamboyant. Creato anche un vivaio con talee di fico, di pitaya (frutto del drago), senza contare bouganville, rose, rosmarino e erba salvia. Piccole cose per contrastare un grande cambiamento. Illusione? Solo convinzione che ciascuno deve fare la sua parte.

E’ stato anche un atto di riparazione per l’abbattimento di un grande albero indigeno quasi sessantenne la cui rigogliosa chioma era stata infestata in modo incontrollabile da un parassita che la usava come base da cui attaccare le 250 piante di papaia che abbiamo piantato tutt’intorno quasi due anni fa, rallentandone la crescita e la produzione di frutti. Per quanto il nostro esperto agronomo le abbia tentate tutte alla fine abbiamo a malincuore deciso di abbatterlo. Forse gli esperti climatologi ed ecologisti radunati a Sharm El Sheikh per la COP27 avrebbero potuto suggerici una soluzione meno drastica, ma la loro conoscenza non è accessibile a noi come ai centinaia di milioni di agricoltori africani che su questa terra vivono, lavorano e sudano ogni giorno. La partita del clima, come tante altre, si gioca non da quelli che ne subiscono le conseguenze, ma da quelli che hanno causato i danni. Dovremmo esserne tutti parte, ciascuno secondo i propri bisogni, mezzi e responsabilità.

Adesso il cielo è azzurro e luminoso, le nuvole basse, tanto basse che ogni tanto ti viene di chinare la testa per non cozzarci contro. La terra rossa che fino a pochi giorni fa aveva una gialla coperta di erbe secche e steli di mais rimasti dalla raccolta dello scorso aprile, è già coperta di tenero verde. I manghi sono carichi di frutti e di nuove foglie. Presto le tombe che il 2 novembre avevamo visitato insieme per ricordare i nostri fratelli e sorelle – mama Edina avvolta dall’invitante profumo di polenta che aveva appena finito di cucinare, i ragazzi fragranti dei fantasiosi profumi delle saponette a buon mercato usate per la doccia e i membri della comunità con ancor la zappa in mano – torneranno ad essere invisibili nell’erba che crescerà ad altezza d’uomo.

Ho speso buona parte degli ultimi quarant’anni calpestando questa terra e camminando con questi amici. Si, esattamente quarant’anni. Me ne sono accorto lo scorso gennaio quando, in un intreccio di cespugli vicino a Mthunzi ho intravisto un fiore rosso e avvicinandomi l’ho riconosciuto come un fiore di melograno. Cosa ci faceva li, quasi soffocato da altre due piante spontanee? Ho preso una zappa per ripulire e mentre lavoravo mi è venuto in mente che era il melograno che avevamo piantato nel giugno del 1982, quando con i primi ragazzi di Koinonia avevamo preso possesso definitivo della casa donataci dalla signora Joy Goodfellow. Il melograno simbolo dell’abbondanza della Terra Promessa, ma anche simbolo della Passione. Dopo la ripulitura abbiamo piantato un nuovo melograno ma la vecchia radice non completamente estirpata con queste piogge ha generato dei nuovi fittoni. Li abbiamo prelevati e messi nel vivaio. Un segno di continuità, di testardaggine, di fiducia nel futuro, altri quarant’anni di vita, che le difficoltà non riusciranno a sopraffare? Noi crediamo che la vita vince sempre, che i semi germoglieranno, che se anche noi non riusciremo con le nostre piccole azioni a sconfiggere la catastrofe climatica, alla fine ci saranno orizzonti più ampi, prati eternamente verdi, sorelle e fratelli eternamente vivi.

EDUCAZIONE CONQUISTATA E MERITATA

Lusaka (Zambia). Oggi, 24 ottobre, è il 58esimo anniversario dell’indipendenza. Le nuove generazioni, nate dopo il collasso economico e la catastrofe dell’AIDS degli anni 90 hanno perso connessione con la storia, nessuno dei nostri ragazzi conosce un parente che era vivo nel 1964. Non c’ da sorprendersi se la festa non è molto sentita e le celebrazioni sono ridotte al minimo.

In mattinata ho visitato tre ragazzi che sono cresciuti a Mthunzi che oggi frequentano l’università, sostenuti da noi, tutti con ottimi risultati.

Matthews Cambanenge, 22 anni, sta terminando il secondo anno di Business Administration, con voti che raramente scendono sotto A-. Venuto dalla strada 7 anni fa, adesso lavora come barista in una gelateria durante i weekend per aiutare a mantenersi in un ostello perchè l’università che ha scelto di frequentare è troppo lontana dalle nostre case.

Yarred Longolongo e Christopher Chilufya invece vivono insieme in due stanzette sul retro del centro di prima accoglienza Mthunzi Mufana che abbiamo aperto una anno fa. Da li frequentano l’università – sei chilometri a piedi fra andata e ritorno – e aiutano a gestire i bambini che frequentano Mthunzi Mufana mettendosi a disposizione con i loro talenti. Christopher, 23 anni, studia Accounting and Finance, è anche uno show-man nato, ha partecipato al giro i spettacoli che abbiamo fatto in Italia nel 2013, Tiyende Pamodzi. Poi nel 2017 in scuola superiore ebbe una sbandata tremenda, seguita l’anno dopo da una straordinaria inversione di rotta e – nonostante vicende familiari strazianti che lo hanno lasciato senza nessuno – da allora in ogni esame sempre sfiora il massimo dei voti. Yarred, 22 anni, studente di Public Administration, venuto a Mthunzi insieme a Matthews, ha avuto difficoltà enormi a superare mancanza totale di autostima e le lacune scolastiche. Con il sostegno degli educatori è diventato anche lui acrobata, danzatore, cantante e ha migliorato il livello scolastico. Il primo semestre di università ha avuto risultati ottimi, se pur non cosi brillanti come gli altri due.

Sono arrivato a Mthunzi Mufana che Christopher stava zappando nel minuscolo orto dove coltivano solo zucchini – che qui si usano più per le foglie tenere che per le zucchine. Yarred stava studiando. Siamo andati insieme a fare due passi nel quartiere che si chiama Garden (giardino, ma anche orto) perché forse cosi era quando è sorto subito dopo l’indipendenza. Ora invece è un dedalo di strade sconnesse e case non completate. Chris ci ha tenuto a portarmi a vedere il pollaio che ha affittato per allevare polli da carne, un modo per contribuire al suo mantenimento. Ce ne sono quasi un centinaio ormai pronti per essere venduti. Vedo che all’interno del pollaio c’è anche un lettuccio con zanzariera, come mai? “Beh, dormo qui per evitare che qualcuno venga tentato dal rubarmi i polli”.

La poesia del teatro per ragazzi

Il 30 settembre si è conclusa la tredicesima edizione di Teatri senza Frontiere, un progetto che, come spiega Marco Renzi “coniuga il teatro alla solidarietà e che nel corso degli anni ha portato sorrisi in tante parti del mondo dove il diritto alla vita e all’infanzia è ancora tutto da conquistare. Il credo su cui si basa l’azione di Teatri Senza Frontiere è semplice ed immediato: tutti i bambini del mondo, al di là della fede religiosa e politica loro e delle famiglie in cui vivono, della latitudine e del colore della pelle, hanno diritto al gioco, all’istruzione, all’affetto e ad un futuro di pace”.

Cosi Koinonia ha ospitato per la seconda volta a Nairobi – la prima fu nel 2017 – un gruppo di attori volontari, provenienti da diverse compagnie italiane del teatro per ragazzi, che ha realizzato un laboratorio con 40 ragazzi e ragazze provenienti dai nostri vivai e allestendo con loro uno spettacolo finale, poi rappresentato in pubblico. Hanno anche effettuato 11 spettacoli teatrali nei vari slum della città, in situazioni estreme, tra spazzatura e degrado, creando dei momenti in cui tutti i partecipanti – inclusi molti adulti – sono stati finalmente una sola cosa, esseri umani. Uniti nel sogno e nell’impegno di una vita più degna e più bella per tutti.

Koinonia ringrazia i volontari che hanno partecipato: Marco Pedrazzetti (Filodirame-Brescia), Noemi Bassani e Stefano Tosi (L’Arca di Noe-Varese), Marco Renzi (Proscenio Teatro-Fermo), Giovanni Risola (Otto Panzer-Bari), Paolo Comentale e Anna Chiara Castellano Visaggi (Granteatrino-Bari), e Ruggero Ratti per la documentazione fotografica. Sono stati capaci di sopportare ritardi, blackout, cambiamenti improvvisi dei “palchi” da cui esibirsi, di ricaricarsi ogni volta con l’abbondantissimo, spontaneo, caloroso raccolto di sorrise, risate e applausi di un pubblico entusiasta.


L’ABBRACCIO DELLO SPIRITO

Lo scorso 19 agosto abbiamo celebrato a Mthunzi (Lusaka) l’annuale Koinonia Children’s Day.
Una ventina di gruppi, associazioni, parrocchie della nostra zona di Lusaka si sono succeduti sul “palco” presentando danze, acrobazie, canti, teatro, e tanto altro. Oltre 120 artisti e oltre 400 spettatori. Ricchi premi per tutti – una maglietta o un cappellino con una pubblicità che in Europa non serve più. GioIa, sorrisi, risate da riempire il cuore e scacciare ogni malinconia. Io guardo e provo un po di pena per quelli che hanno donato i loro scarti. Venite qui. Qui è lo sballo della fraternità, dell’amore, dello Spirito che in un abbraccio ti dona il mondo. Dove sei amico Arnoldo con la tua Casa dello Spirito e delle Arti? Ti aspettiamo.
Grazie agli amici di Amani che hanno partecipato alle giornata, specialmente a Lucrezia e Massimo che hanno diretto il coro.
Nel video pochi secondi del primo numero dello spettacolo, alle 11 del mattino, dei fantastici acrobati di strada di Mthunzi, e la chiusura, alle 17, con solisti e coro diretti da Lucrezia. Paradiso.

LAVORARE CON LE MANI EDUCA IL CUORE.

Ieri mattina i nove amici francesi dell’associazione “Coup de Pouce” che ci avevano raggiunti il 6 agosto a Lusaka sono rientrati a Parigi. Sono giovani professionisti che usano due settimane delle loro ferie per lavorare manualmente in un progetto di costruzione a scopi umanitari, prediligendo le scuole, le missioni e le associazioni a servizio dei bambini. Non solo lavorano fisicamente ma si impegnano a raccogliere fondi e li mandano in anticipo pur di avere pronto sul posto tutto il materiale necessario ad iniziare il progetto. Cosi lunedì 8 agosto hanno cominciato a lavorare trovando sul posto carriole, badili, cazzuole, sabbia, cemento, materiale per il tetto, porte, sanitari, fili elettrici, prese ecc. e la sera di venerdì 19 la casa che avevamo costruito nel 1988 (due appartamenti di 70 mq.) era completamente rinnovata, con il nuovo tetto rialzato di 50 cm, nuove porte, nuovi sanitari, nuovo impianto elettrico e idraulico. “Coup de pouce” è una espressione idiomatica che significa “aiutino” o “spintarella” e i nostri amici dalle professioni più varie (insegnanti, farmacisti, avvocati, anche un tecnico di un impianto nucleare) coordinati e coadiuvati da un valido team di Koinonia, ci hanno davvero dato una buona spintarella, materiale e morale. Potete vedere nelle foto il prima e il dopo, dove si vede anche il nuovo mango che abbiamo piantato alla celebrazione finale. Grazie ad Hélène che online da Parigi ha coordinato e incoraggiato altri quattro gruppi di volontari che più o meno negli stessi giorni hanno fatto imprese simili in altri paesi Africani.
Il loro spirito ricorda molto quello del GRIMM di Brescia, il cui fondatore Don Serafino Ronchi diceva appunto “Lavorare con le mani educa il cuore”.

LA VITA ABBONDANTE


Settimana scorsa ho pubblicato il link al libretto Cast Away Fear . Uno degli autori che più contribuì alla stesura fu padre Laurenti Magesa, ed oggi ho ricevuto la notizia che a 76 anni è morto lo scorso giovedì a Dar es Salaam. Padre Magesa, prete diocesano della diocesi di Musoma in Tanzania, già allora era un affermato insegnante che scriveva di teologia africana in modo profondo e con grande onestà intellettuale. Ho sempre consigliato i suoi testi del 1997 “African Religion: The Moral Traditions of Abundant Life” e del 2004, purtroppo con un titolo ostico,“Anatomy of Inculturation: Transforming the Church in Africa” a chi volesse impegnarsi a capire l’anima, l’ethos culturale dell’Africa.
PARRESIA
Padre Laurenti è sempre stato una persona di grande semplicità e modestia pur essendo diventato un grande, grandissimo, esponente della teologia e della cultura africana.
Il gesuita nigeriano p. Agbonkhianmeghe Probator ricorda giustamente come il pensiero di padre Magesa fosse “sempre lucido, originale e stimolante”, e come “praticò l’arte di fare teologia con grazia, candore e integrità. Rispettava i suoi studenti e ricordava sempre che anche lui rimaneva sempre uno studente. Un uomo di comportamento umile”. Un cristiano africano esemplare, direi io, prima ancora che teologo. Come teologo con grande coerenza e dignità scrisse sempre ciò che pensava, anche quando a Roma la paressia non era ancora una virtù.

MA GLI SCHIAVI HANNO UN’ANIMA?

Papa Francesco riapre quasi per caso qualche pagina della storia della chiesa che non dovremmo dimenticare, le cui conseguenze sono ancora vive nel razzismo che vediamo riemegere anche nell’attualità italiana. Agli “indigeni”, in particolare agli africani fatti schiavi, i colonialisti hanno rubato tutto, hanno perfino tentato di rubare l’anima.

Non sono riuscito a seguire il cammino di papa Francesco in Canada come avrei voluto, però rileggendone gli interventi nella loro integrità nel sito del vaticano vi ho trovato delle parole e idee dirompenti, almeno per chi come me si impegna da una vita a vivere la missione. Un deciso passo avanti, non una rimasticazione del già detto, nel mettere in pratica il Concilio Vaticano II. Basta leggere il discorso alle popolazioni indigene fatto a Maskwacis lo scorso 25 luglio, per sentirsi stimolati a rivedere la propria azione.
Ad un giornalista che durante il volo di rientro a Roma lo ha interpellato dicendo “Gli indigeni dicono che quando i coloni vennero a prendere la loro terra, si riferivano a questa dottrina che stabiliva che loro erano inferiori ai cattolici. È così che Usa e Canada sono diventati Paesi …”
Papa Francesco ha cosi risposto, riassumendo colloquialmente il suo pensiero:
“Credo che questo è un problema di ogni colonialismo. Ogni, anche oggi. Le colonizzazioni ideologiche di oggi hanno lo stesso schema: chi non entra nel loro cammino, nella loro via, è (considerato) inferiore. Ma voglio andare più avanti su questo. (Gli indigeni) non erano considerati solo inferiori. Qualche teologo un po’ pazzo si domandava se avevano l’anima. Quando Giovanni Paolo II è andato in Africa alla porta dove venivano imbarcati gli schiavi, ha dato un segnale perché noi arrivassimo a capire il dramma, il dramma criminale. Quella gente era buttata nella nave in condizioni disastrose. E poi erano schiavi in America. È vero che c’erano voci che parlavano chiaro come Bartolomeo de Las Casas e Pedro Claver, ma erano la minoranza. La coscienza della uguaglianza umana è arrivata lentamente. Dico la coscienza perché nell’inconscio ancora c’è qualcosa… Sempre abbiamo come un atteggiamento colonialista di ridurre la loro cultura alla nostra. È una cosa che ci viene dal modo di vivere sviluppato nostro, che delle volte perdiamo dei valori che loro hanno. Per esempio i popoli indigeni hanno un grande valore che è quello dell’armonia con il creato. E almeno alcuni che conosco lo esprimono nella parola “vivere bene”, che non vuol dire come capiamo, noi occidentali, passarla bene o fare la dolce vita. No. Vivere bene è custodire l’armonia.”
In questi giorni non ho trovato nessun commento dall’Africa a queste parole, che pure dovrebbero ancora un volta rimettere in questione le nostre certezze, e farci pensare che abbiamo commesso degli errori clamorosi. Per carità, possiamo trovare tante giustificazioni, lo spirito dei tempi, la mancanza di conoscenze antropologiche, l’impossibilità di agire diversamente nelle circostanze storiche ecc ecc. ma gli errori, come la mancanza di rispetto per le culture locali e per le persone, restano errori. Possiamo anche citare numerosi missionari che sono stati pionieri nello studio delle lingue e culture africane, ma resta il fatto che ancora oggi nella cultura accidentale e quindi anche nella chiesa, l’Africa resta sconosciuta. O conosciuta male. La filosofia africana? Inesistente. La storia africana? Miti e leggende. La spiritualità africana? Superstizione. Il non considerare nella loro importanza queste dimensioni delle diverse culture africane ha portato alla crescita di una chiesa che è per tanti aspetti squilibrata, una pianta con radici deboli, che cresce con un apporto esagerato di fertilizzanti, protetta da pesticidi, tutti importati dall’esterno. Sentire papa Francesco dire che il centro della spiritualità dei popoli nativi è il vivere in armonia, mi ricorda le mie prime letture dei filosofi africano che già 50 anni fa identificavano nell’armonia il centro della visione africana del mondo.
INCULTURAZIONE
Guardo al futuro con speranza, credo quindi che questo viaggio del papa in Canada ispiri pastori e teologi africani a riprendere senza timore il tema dell’inculturazione in cui tanti pensatori africani sono stati all’avanguardia. Nel 1994 in occasione della celebrazione del primo Sinodo per l’Africa, questo tema è stato soffocato sul nascere, forse perché a Roma si temeva, a ragione, che rimettesse in discussione la crescita numerica di una chiesa pensata prevalentemente in termini di burocrazia ecclesiastica. A quel tempo, come direttore delle rivista comboniana New People a Nairobi, editai un libretto (qualcuno lo descrisse come un pamphlet rivoluzionario) scritto da un gruppo di teologi e pastori africani. Fu distribuito ai padri sinodali ma venne immediatamente ritirato dalla circolazione, e come mi sono accorto recentemente, fatto sparire anche da quasi tutte le biblioteche alle quali era stato distribuito. Ne ho ritrovata una copia che qualcuno ha amorevolmente digitalizzata nella biblioteca dell’Hekima College di Nairobi. Chi volesse approfondire può leggerla qui . Ciò che ha detto papa Francesco è vero non solo per il Canada. e il discorso dell’inculturazione del Vangelo in Africa deve essere ripreso affinché la chiesa africana possa radicarsi meglio cosi da poter offrire alla chiesa universale il dono di una sua propria spiritualità.

Le Guerre e il Regno dei Cieli

“Padre, come si fa a vivere con questo salario?” Teresa è una mamma con due figli e un marito dileguatosi da tempo nell’immensità di Kibera. E’ fortunata perché ha un lavoro regolare con uno stipendio di 12,000 scellini al mese, che molti se lo sognano. Già, come si possa vivere con 12,000 scellini al mese, che sono quasi esattamente 100 euro, con due figli, è difficile da capire.

In un post di ieri, ragionando sul deterioramento della situazione economica a Nairobi e sulla difficile scelta che la ONG Amani ha fatto anni fa di dare pasti sostanziosi (oltre ad affetto, educazione e cure mediche) ai bambini ospiti nelle nostre case di Nairobi, Antonio Spera ha scritto:

“Nel supporto alla comunità locale qui a Nairobi c’è anche l’acquisto delle cosiddette commodities: farina per preparare l’ugali (la polenta locale), olio per cucinare, the, riso locale, sale, zucchero, sapone solido per lavare i panni. Di questo parliamo. Un decimo di un qualsivoglia paniere nazionale. Questo è ciò che viene acquistato per la gestione ordinaria dei centri, per quello che viene chiamato family support all’interno di un più complesso programma di reintegro dei bambini e delle bambine più vulnerabili all’interno del loro nucleo familiare.
Analizziamo: 1 litro di olio di semi da gennaio a luglio passa da 205 scellini kenyani a 395. Ancora? La farina locale per l’ugali da 97 a 202; riso da 90 a 140; una bustina di sale da 10 a 20 scellini; lo zucchero da 95 a 130 scellini e infine una comunissima barra di sapone per lavare i panni, quando c’è l’acqua, da 160 a 210. Di questo stiamo parlando. L’abc della spesa. Facciamo i conti facili facili: quella stessa spesa a gennaio ti costava circa € 7,50 e ora ti costa circa € 11,50”.

Questa spesa, sottolineo io, è per un litro di olio, due chili di farina di polenta, mezzo chilo di sale, un chilo di zucchero e una barra di sapone per bucato più economico, che viene usato anche per l’igiene personale perché la saponetta profumata è un lusso. Ben lontano dal bastare per un mese per una donna con due figli. E il resto? Proteine di fagioli o uova o carne? Verdura e frutta fresca? L’acqua che devi comprare in tanche perché in casa non c’è? La carbonella per cucinare? Qualche vestito e scarpa sia pure occasionalmente lo si compra o no? L’affitto, quell’incubo mensile?

Le conseguenze economiche delle crisi internazionali, Covid e guerra Russia-Ukraina, e della siccità che sta progressivamente inaridendo i pochi pascoli rimasti e uccidendo il bestiame nel nord del paese, sono devastanti. Eppure oggi, aprendo il più diffuso quotidiano locale non ne trovo cenno. Già, il quotidiano lo comperano solo i benestanti.

Che campeggia nei quotidiani sono le elezioni per la Presidenza, il Senato e il Parlamento, che si terranno il 9 agosto. Elezioni che nella recente storia del Kenya sono sempre state occasioni di tensioni sociali capaci di esplodere in violenza generalizzata. Ai disperati si vorrebbe far credere che il loro destino dipende dalla vittoria elettorale di un rappresentante della loro etnia. La vera divisione invece non è fra gruppi etnici, o fra gente che ha il colore della pelle diverso.

“Teresa, lo chiedo io a te, come puoi vivere con 12,000 scellini al mese”. Sorride. “Mia mamma dal villaggio ogni tanto mi manda del cibo, una gallina, un sacchetto di fagioli, qualche uova. Ci aiutiamo. Anche con i vicini”. Vicini che vivono come lei, ogni giorno una lotta. La necessità ci fa riscoprire che abbiamo bisogno degli altri e gli altri hanno bisogno di noi. Per tutto, non solo per mangiare. Per sentirci persone umane.

Però ci sono situazioni in cui la solidarietà fra poveri non basta più, i beni che la gente di Kibera ha a disposizione non sono più sufficienti neanche se condivisi. Lo si vede dai segni di fame cronica, i volti emaciati, i bambini smagriti che non hanno più voglia di giocare. I tentativi di suicidio in aumento. Troppa gente è al limite della disperazione.

E’ una delle tante crisi che vengono dal di fuori, e della quali i poveri sono vittime. I “grandi e potenti di questo mondo” di questo ventunesimo secolo sono regrediti e conoscono solo violenza e guerra per risolvere le loro dispute. La guerra Russia-Ukraina, al di la di tutte le considerazioni geo-politiche, ci spaventa perché oscura nei poveri e nei giovani l’orizzonte della speranza, e rallenta il cammino verso l’umanizzazione – il Regno dei Cieli che è già in noi lo chiamava Gesù – che vogliamo testardamente percorrere.

Laudato Sì

Adagio adagio, quatti quatti, con la lentezza che tanti pensano sia tipica dell’Africa, destreggiandoci fra siccità, inondazioni, colera e coronavirus, a Lusaka abbiamo quasi completato il centro/scuola di agricoltura organica che avevamo sognato tanti anni fa, e cominciato a costruire nel 2012, sul grande terreno di Koinonia dove sorge anche Mthunzi. Dopo l’enciclica di papa Francesco chiamarlo Laudato Sì è stata una decisione unanime.

In questi otto anni siamo andati avanti con il contributo di molti amici, inclusa una fondazione spagnola, un’associazione di volontariato italiana, un’associazione francese e infine una fondazione italiana. Senza contare il contributo di amici vari. In modo particolare vorrei ricordare due amici romani di lunghissima data. Li ho conosciuti giovani studenti nei primi anni 70 a Roma, sono stati poi tra i soci storici della piccola Koinonia Onlus a Roma, si sono sposati hanno avuto tre figli ed hanno anche avuto la gioia di vedere un nipote prima di lasciarci prematuramente, Daniela agli inizi dello scorso anno e Michele Clementelli pochi mesi fa. Hanno sempre accompagnato Koinonia con impegno e affetto e Michele aveva desiderato che durante la messa per Daniela fossero raccolti degli aiuti per arredare la nascente Laudato Si. Amici cosi rendono più leggere il cammino.

Costruendo la Laudato Sì, abbiamo conosciuto e iniziato a collaborare con Plant a Million, un’organizzazione zambiana che promuove le buone pratiche agro-forestali, e insieme a Plant a Million abbiamo pensato di coinvolgere un’università che ci permetterà di offrire corsi per piccoli gruppi altamente qualificati. La registrazione dei corsi con il Ministero dell’Educazione è in stato avanzato e il primo gruppo di studenti dovrebbe arrivare entro fine ottobre. Da allora Laudati Sì potrà anche garantire un formazione di basa all’agricoltura organica a tutti i ragazzi di Mthunzi. Il primo direttore sarà David Mubita, arrivato nel 2002 ancora bambino a Mthunzi, che è sostentuto da Amani, e che poi ha frequnetato la scuola superiore sostenuto,come tanti altri studenti di Mthunzi dagli amici scozzesi di ZamScotEd. Quando in dicembre i bambini mangeranno i manghi che nel video si vedono in fiore, gusteranno il sapore dell’amicizia di mezza Europa.

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