Una vita in Africa – A life in Africa Rotating Header Image

Life

Frammenti di vita Nuba ((6)

Stamattina siamo pronti per per tornare in Sud Sudan, campo profughi di Yida. Ci aspettano una decina di ore di viaggio su pista dissestata. Appena avviati, sulla grande spianata che serve da campo di calcio, prima del mercato e della moschea, troviamo una ragazza e un ragazzino di forse 12 anni che ci chiedono un passaggio . Dopo che si sono sistemati sull’auto cerco di capire dove vadano. La ragazza non parla una parola d’inglese, ma il ragazzino mi spiega che lui di chiama Adam, e la ragazza è sua zia, sorella minore della mamma. Ma dove vanno? “Per le vacanze scolastiche andiamo ad aiutare mia mamma che sta nel campo profughi”. Che aiuto le darai? “Lavorerò nei campi, coltivando la durra che nutrirà mia mamma per tutto l’anno. Un sacco lo porto anche a Kauda, sarà il mio contributo al mantenimento dei maestri”. Il suo sogno è di finire la scuola elementare a Kauda e poi andare a frequentare la Vision Secondary School, che Koinonia sostiene ad Yida con fondi donati dall’8×1000 delle Chiesa Italiana.

Nel primo pomeriggio, dopo cinque ora di guida e un centinaio di chilometri di pista, ci fermiamo un una capannuccia di canne, a lato della strada, dove una donnina prepara caffè speziato, tostando ogni volta la quantità necessaria in una padellina, per poi polverizzarlo in un mortaio di legno. Dopo aver aggiunto zenzero e spezie varie offre questa corroborante mistura infuocata.

Dalla direzione opposta arriva un camion di una piccola ONG americana che rifornisce di medicine l’ospedale del dottor Tom e i pochi dispensari sparsi per tutta l’enorme area nuba. L’assistente autista, un ragazzotto di una ventina d’anni quando mi vede salta giù dal camion prima che sia completamente fermo, mi corre incontro, mi abbraccia. “Tu certamente sei abuna Kizito. Io invece sono Kizito. Ti ricordi di me?”. “No – dico io esitante – non mi ricordo”. “Ma sei stato tu a battezzarmi!”. Fra adulti e bambini ho battezzato qualche centinaio di persone, ma questo proprio non me lo ricordo. “Ma si, me l’ha detto mia mamma, e mi ha raccomandato di non dimenticarmelo mai. Ad Amdrafi, una notte di Pasqua.

Mi ricordo! Era il 97. Avevo celebrato una prima veglia pasquale a Kerker, appena tramontato il sole. Poi una camminata di quasi due ore ed eccoci a Amdrafi. Siamo, come sempre di Pasqua, in piena stagione secca, il grande spazio intorno alla rustica chiesetta in pietra inondato dalla luce della luna pena. I cristiani avevano preparato un enorme fuoco pasquale, torce e grandi contenitori di acqua. Avevo chiesto che i segni della Pasqua, luce, fuoco, acqua fossero chiari e visibili. I bambini da battezzare sono parecchi più di cento. Al momento dei battesimi mi viene vicino Paul, il vecchio catechista che ha preparato sia i catecumeni adulti che i genitori dei bambini. Per i piccoli mi presenta i genitori per nome, e poi il bimbo, e Stephen, mio assistente, mi passa un guscio di zucca secca colmo d’acqua che verso tutto sulla testa del bimbo.

Dopo oltre un’ora ne mandano solo una decina. E’ il turno di una mamma con un bebé, e dopo avermi detto i nomi di mamma e papà Paul mi sussurra il nome del bambino “Hitler”. Non ho ma avuto ragione di rifiutare un nome di battesimo, ma questo non è accettabile. “Ma sapete chi era Hitler?” No, non lo sanno, sanno solo che era un uomo importante… e non hanno preparato un’alternativa. Mi guardano preoccupati. “Allora – dico io – lo chiameremo con il nome di un santo Ugandese, del quale anch’io ho preso il nome. Kizito. Va bene?” Approvano felici. “Kizito, io ti battezzo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”, e anche con Kizito non risparmio acqua.

Ecco che adesso, dopo ventun anni, Kizito, che pensava potessi riconoscerlo perché l’ho battezzato bebè, mi racconta che vuol fare il camionista, felice di andare su e giù fra Sudan e Sud Sudan portando medicinali e beni di emergenza per la sua gente. Mi racconta della sua vita in pochi second. Della mamma e del papà che gli hanno sempre raccomandato di essere un buon cristiano. Della ragazza che lo aspetta. Salta sul camion che sta già ripartendo e continua dal finestrino a salutarmi con grandi sorrisi e grandi gesti finché lo vedo. Sarebbe stato un pessimo Hitler.

A Yida accompagniamo Adam e sua zia a casa della mamma. Salutandomi Adam mi bisbiglia “Abuna, abbiamo bisogno di maestri. Ce ne mandi altri da Nairobi?”

Nota finale con domanda: ho fatto questo viaggio dal 26 giugno al 5 luglio. Sono rientrato a Nairobi col desiderio di trovare risorse per continuare a camminare a fianco dei Nuba e soddisfare la loro voglia di crescita umana e cristiana, la loro voglia di scuola. C’è qualcun altro che vuole camminare con noi?

(fine)

Frammenti di vita Nuba (5)

E’ domenica, e col parroco di Kauda Fok concelebro alla Messa della comunità. C’è ormai da tempo un manipolo di preti presenti in modo stabile e il vescovo di El Obeid, Tombe Trille, egli stesso Nuba, sta pensando di aumentarne il numero. “La gente – mi disse quando lo incontrai a Nairobi – ha fame di educazione, e di educazione cristiana. Tutti pensano che la presenza di un prete sia la certezza che i loro figli avranno un’educazione migliore”.

Il vescovo Tombe è stato nominato lo scorso anno come leader della diocesi più vasta dell’Africa, con giurisdizione oltre che sull’area dei monti Nuba (o South Kordofan) anche sul Darfur. Qui lui non può venire perché il governo di Khartoum non gli darebbe il permesso, anzi considererebbe una provocazione solo il chiederlo, e di entrare clandestinamente, come faccio io, non se ne parla neppure. Il suo predecessore, il vescovo Micheal Didi, pure Nuba, è stato nominato da papa Francesco arcivescovo di Khartoum, l’unica altra diocesi del Sudan. La chiesa sudanese è oggi governata da quei Nuba che all’inizo del secolo scorso venivano considerati buoni solo per essere schiavi. Daniele Comboni, a fine ottocento, li incontrò solo negli ultimi anni della sua vita, e ne lasciò una descrizione entusiasta, intravedendo nella loro apertura al cristianesimo e nel loro forte carattere la via di penetrazione nell’interno dell’Africa che aveva cercato per anni. Questo non avvenne, sia per le politiche coloniali inglesi che hanno impedito ai missionari cattolici di accedere al Souh Kordofan fino all’indipendenza del 1956, sia per gli ostacoli naturali che si sarebbero incontrati cercando di andare verso sud.

Dopo la Messa supero una barriera di persone che si prodigano in “Al Hamdu lilai!” (grazie a Dio, una delle poche espressioni arabe che capisco) incontro una giovane donna, sopravissuta alla bomba che a pochipassa dalla chiesa nel 2001 uccise quindici scolari e la loro maestra. Vado verso nord, a Heiban dove sta per aprirsi il National Liberation Council, che vede la partecipazione di 130 rappresentanti sia dei Nuba che delle genti del Southern Blue Nile, un’altra area in ribellione conto il govenro, situata fra il Nilo Bianco e l’Etiopia, là dove il Nilo Blu entra in Sudan. Prevedono di stare insieme per 45 giorni

Il luogo dell’incontro è il Bible College, un campus costruito dalle chiese protestanti durante il breve periodo di pace fra il 2005 e il 2011, per la formazione dei leaders delle chiese. E’ composto da diverse strutture – chiesa, ostelli, aule, mensa, biblioteca, punti d’incontro – distribuite su un ampio spazio, ed è aperto a tutti, anche ai musulmani, secondo la migliore tradizione Nuba.

Il National Liberation Council è stato convocato per dare un’ossatura legislativa alle aree liberate, e per creare le strutture amministrative necessarie a quello che ormai è un’area autogestita all’interno del Sudan. “Dobbiamo – dice Jabir Komi – stabilire le istituzioni fondamentali e assicurare tutti di governare nel rispetto delle leggi e dei diritti fondamentali”. Bisogna organizzare l’educazione, la sanità, la manutenzione delle strade, e la raccolta delle tasse sui minerali e sul commercio. Sta nascendo uno stato indipendente?

(continua)

Frammenti di vita Nuba (4)

All-focus


A Gidel il dottor Tom Catena cura ammalati e feriti dei Monti nuba da oltre dieci anni. Il suo è un servizio che nasce dalla fede cristiana in modo cosi evidente che la rivista americana Time ha parlato di lui come di un “living saint” un santo vivente, e nel 2016 lo ha inserito nella lista delle 100 persone più influenti al mondo. A lui di questo non importa molto, ed essendo l’unico dottore in un’area di mezzo milione di persone, la sua giornata nell’ospedale “Mother of Mercy”, dove ci sono anche tre suore comboniane africane, è spesa nel consultorio e in sala operatoria. L’ho incontrato diverse volte e c’è fra di noi una certa complicità per il legame che entrambi abbiamo con questo popolo. Ora che le situazione è abbastanza tranquilla e che ha trovato qualcuno che lo può sostituire – risultato dell’articolo del Time – si è permesso una breve vacanza casa, negli Stati Uniti, da dove è appena tornato. Proviene da una famiglia molto unita, di origine siciliana. Ma perché ritorni sempre qui, Tom? “Una cosa che mi ha colpito molto del Nuba è che sono persone orgogliose, indipendenti, franche e per questo mi hanno sempre trattato alla pari. Mi piace il fatto che anche una donna anziana che non ho mai visto mi chiami per nome, non si rivolga a me come “dottore”, e non mi tenga a distanza come un estraneo. Poi la connessione forte è nata condividendo bombardamenti, paure, sofferenze. Dopo qualche anno questo legame è diventato fortissimo, e mi sento sempre più in comunione con questa gente dimenticata dal mondo”. Questa comunione è visibile anche nella casa in cui vive, in pietra col tetto di paglia. Unico lusso per il dottore è un telo di plastica nera sistemato sotto la paglia, per proteggere da ospiti indesiderati come scorpioni o serpenti. E’ preoccupato per gli sviluppi recenti “Il governo di Kharotum è abilissimo nel manipolare la gente. Certamente ci sono in giro spie di Khartoum che cercano di fomentano conflitti. I Nuba sono molto uniti, ma sappiamo tutti quanto male possano fare i seminatori di zizzania.”

Per arrivare a Gidel ho percorso in quaranta minuti d’auto i quindici chilometri di pista che fra il 1995 e il 2006 ho fatto a piedi oltre una cinquantina di volte. Ne conoscevo ogni metro, ogni collinetta, ogni cosa che mi poteva servire da punto di riferimento e segnalarmi che mi stavo avvicindo alla meta.

Avevo due punti fissi. Dopo circa cinque chilometri c’era un grande baobab che poi nel 2000 crollò di lato. I baobab sono imponenti ma deboli, il tronco è di legno spugnoso e capita che dentro si svuoti e poi improvvisamente, quando ha magari un paio di metri di diametro, l’albero cade di lato sotto il suo stesso peso, e marcisce. Il legno non serve a nulla, non per costruire e neanche per fare fuoco. Questo particolare baobab, coricato sul fianco e vuoto all’interno, per anni servì di rifugio notturno alle sentinelle dei ribelli che sorvegliavano l’inizio della valle di Komu. Avvicinandomi al posto pensavo che non l’avrei più trovato. Invece eccolo, ha addirittura generato tre nuove piante, là dove il vecchio tronco ha toccato terra! Non ho mai visto un baobab cosi testardo. Autentico simbolo della resistenza nuba, della vita che continua e vince la morte.

All-focus


L’altro punto di riferimento dopo altri 5 chilometri era un enorme mango. Qui, un caldissimo pomeriggio di qualche anno fa, Gian Marco ed io ci sdraiammo esausti alla sua ombra, incuranti dei ricordi lasciati da un gregge di capre, giurando che non saremmo mai più fatto quel percorso a piedi in pieno giorno.

Più avanti c’è un bosco. In tempo di guerra, in piena notte, stavo andando a Kerker con un catechista, naturalmente a piedi, quando un un razzo segnaletico rosso si alzò dal quel bosco. Sapevamo entrambi che i ribelli non avevano in dotazione nulla del genere. Era una pattuglia governativa? Io sperimentai per la prima volta cosa vuol dire l’espressione “ghiacciare il sangue”, e anche “mettere le ali ai piedi”.

Sono venuto a Gidel per visitare l’Yusuf Kuwa Teachers Training Insitute, che Koinonia con un finanziamento dell’8×1000 delle Chiesa Cattolica ha costruito nel 2001 e sostenuto per diversi anni. Grande disappunto quando mi dicono che ha chiuso l’anno accademico proprio ieri. Tutte le scuole di tutti i livelli cominciano i tre mesi di vacanza all’inizio della stagione delle piogge, per permettere agli studenti di lavorare nei campi con la famiglia. C’è bisogno di tutte le braccia per assicurarsi che al tempo dei raccolti più importanti – novembre dicembre gennaio a seconda che si tratti di durra, mais, girasole, sesamo, noccioline o fagioli – si possa festeggiare in abbondanza la fertilità della terra e la cura che Dio ha per le sue creature.

C’è ancora un tempo prima del buio. Convinco l’autista ad andare a Sarbule, bisogna girare intorno ad una catena di colline e ci vorrà un’ora. Incredibilmente arriviamo mentre sta per chiudersi la celebrazione di fine anno scolastico. Evitiamo di attraversare un wadi che potrebbe essere pericoloso e facciamo l’ultimo tratto a piedi. Vedo gli edifici della scuola molto degradati, ma la scuola è viva, studenti, maestri e parenti sono in un grande cerchio e stanno distribuendo i premi ai migliori alunni: un quaderno nuovo nuovo al miglior maschio e alla migliore femmina di ogni classe. Quando mi vedono il cerchio si scompone, devo stringere la mano a tutti, fare l’inevitabile discorso. Li ringrazio per l’impegno che ci mettono a mandare avanti la scuola con le solo loro forze, e ascolto tante sentite parole di bentornato. L’ultimo a prendere la parola è Matta, l’anziano capo-villaggio di Kerker, che conclude dicendo “Tu ti muovi troppo, tu vuoi bene a troppe altre persone. Adesso che sei qui non ti lasciamo più andar via, devi restare qui fino al tuo ultimo giorno”. Con esagerato sfoggio di autorità intima all’autista di andar via senza di me. Grande applauso. E’ una prospettiva allettante, e quasi mi dispiace che si convincano troppo facilmente che oggi proprio non posso restare, ma devo promettere che la prossima volta, davvero, tornerò per restarci.

Mi guardo intorno: i volti degli anziani scavati dalla fatica, i piccoli con occhi luminosi di speranza. Quasi tutti a piedi nudi, vestiti con abiti sdruciti che prima di arrivare qui probabilmente hanno girato mezzo mondo. Cosa faccio qui con loro? Cosa mi posso illudere di fare insieme a questi perdenti? Niente, assolutamente niente. Semplicemente questa è la gente che mi vuol bene e riempie di senso la mia vita. Sarei io a essere perso, inutile, senza di loro.

(continua)

Letter to Pope Francis from African Youth

A group of young people living in Nairobi who regularly meets at Shalom House has written a letter to Pope Francis on the occasion of the Synod to be held in Rome next October, during which hundreds of bishops will discuss on the theme “Young People, the Faith and Vocational Discernment”. The letter has been sent to the Synod Secretariat and wants to be a respectful contribution to the discussion from an African perspective.

Un gruppo di giovani che vivono a Nairobi e si radunano regolarmente alla Shalom House ha scritto una lettera a Papa Francesco in occasione del Sinodo dei Vescovi che si terrà a Roma in ottobre sul tema “I giovani, la fede a il discernimento vocazionale”. E’ stata inviata alle Segreteria del Sinodo e vuole essere un rispettoso contributo alla discussione da una prospettiva Africana.

Letter to Pope Francis from Africa

Holy Father Francis,

we are a group of African youth, aged from 20 to 30 years. We would like to deepen the way we live our faith, and two years ago we have started sharing the Gospel together calling ourselves “Youth’s Missionaries”, maybe being too visionaries. Though we belong to different Christians Churches all of us recognize in you a servant leader, a shepherd who can lead us with example and wisdom. On the occasion of the Synod of Bishops dedicated to the youth we have decided to write to You directly on how we live our faith. We hope this Synod will give us more motivations and instruments to become missionaries to our fellow youth.

Jesus and the Churches

We feel that Jesus should be the most important person in our life. Instead, speaking for us African, we feel there are too many mediators between us and Jesus. We read the Gospel, feel inspired by the Beatitudes and wish to live a life of commitment to Jesus that would be fully African and fully Christian. Sometime it seems that to be Christian we have to shed our culture and follow traditions and rules laid down centuries ago, in another place and another culture. Traditions and rules that even the youth in the countries of their origin do not understand, as we know from our contact with them. We do not reject the Tradition of the Church, we would just like to remove the unnecessary stains so that the face of Jesus would shine with more splendor upon us. We are sure that a more direct dialogue between Jesus and us will bring an abundant harvest and fruits of holiness, expressed in an African way. We dream of an African Saint Francis!

Sometimes we are intimidated in front of the structures of the church, we feel that more than a community of followers of Jesus the church is an organization with a structure that rejects you if you do not conform. It looks like an international corporation with mission and vision expressed with Gospel term, but often the internal rules show a mundane spirit. The church should condemn our mistakes, but also comfort us in our failures and show us how to forgive our-selves and forgive the others.

We would like from time to time listen to our leaders (bishops and priests) face to face, and have them listening to us. We love what you do, celebrating Mass every morning with a small community. It would be so much easier for our bishops to do this, their flock is much smaller, yet we have the chance to see our bishops only during big celebrations.

The prevalent attitude of our faith leaders is that of instructing us, very rarely that of sharing the joy of the Gospel with us. In this way the leaders risk to become only teachers and judges. We would need strong and loving fathers instead! We need guidance on how to confront the continuously new challenges that the modern world sends to us. So much of the modern culture reaching us through the powerful mass and digital media undermines in a subtle way the Gospel values. Without the loving guidance and the example of our shepherds we cannot grow in the ability to discern what is good from what is bad.

An African expression for our faith

Our traditional cultures and religions were often too closed in themselves, unable of change and lacking a long term vision. They were wonderfully all-inclusive for the members of the same human group, but often excluding the others. The Gospel has opened up our horizons. Yet we cannot renounce our roots, they are part of us and the Spirit of Jesus wants us to grow from where we are. They connect us with the mystery of life and the mystery of God.

We sometime feel that we do not have a direct contact with the Gospel. Yes, we can read it, we can hear very learned explanations, but it seems to be a food already cooked by someone else’ mother! To be really nutritious for us it must be cultivated and harvested and cooked by our own mothers and fathers, our leaders. If they do so they will feed us with a faith with a deeper African flavor, and we shall carry on from their example and words.

We like to celebrate our faith in a community, with songs and dances, with all our being. We see the love of God around us, and every day is a joyful celebration of life. This is part of our African spirituality.

Now our faith is not sustained and fed with African models. We know of the Uganda Martyrs and of the “martyrs of brotherhood” of Buta, Burundi, who with their life and death have witnessed to Christ and overcome division and tribalism. They are an example of how the Gospel can assume and take at an higher level our African traditions. In every African town there should be a church dedicated to them! And in the history of African church other figures should be identified who can be inspiring for young African people, so that we can feel they are companions in our life journey.

Our Churches

We know that our Churches have come to Africa already divided, sometime in competition. This is another bitter heritage of the European history transferred to Africa. But we know also that some African Christians in time of danger were able to overcome the divisions, work together. and to witness Christ together, like in the case of the Uganda Martyrs. And we feel that we have to strengthen communion with all Christian Churches. With those who have come divided and also with the many that were born on our African soil mixing the Bible with our traditions. They have weaknesses, yet they provide answers to the quest for African spirituality.

We dare to suggest that in the ordinary calendar of our local churches, at least once per year there is a special celebration for all Christians. It could be not only a time when we pray for the others, like what it is done during the celebration of the Week for the Unity of Christians, but a time when we pray with the others and with them we celebrate our common faith in Jesus our Savior. We have in the Church a multiplications of celebration where we stress our own faith and our own tradition. Aren’t we strong and relevant enough to share our faith with the others, especially with our Christian brothers?

The relationship with our Muslim brothers needs to grow, so that we can work together at the service of humanity and of God in all secular matters. This is already happening in our daily lives and it should be assumed and promoted by the churches. To cultivate friendship and common action with our Muslim brother should be a daily concern for our Christian leaders.

Youth pastors should approach the issue of the divided churches without fear, the sooner they will face it, the stronger the faith and the aspiration to unity of their flock will be.

Sport properly practiced is a good preparation for cooperation, discipline and unity of intent. Many sports see Africans excel on the world stage, and most of them are sports that can be practiced with no or minimal equipment, like athletics, especially running, and football. Every parish should have a sport program accessible to all youth of every faith.

Our world

We love the world in which we were born. We look at it with awe, and we want to embrace it, to improve it. Respecting the wonderful nature around us and improving the bonds of communion in the human family.

We like your prodding the church to go out in the street, to meet the challenges of daily life and not to stay close in the safety of our homes and communities. Some of us have lived in the streets, we have experienced abandon and rejection and we know how difficult and cruel life in the street can be. We have also known war and refugee camps. The street, the most difficult places, are the places where life happens, you meet the others, you create bonds, you learn the dynamics of meeting and dialogue. In the street the unexpected comes to you and in it there is the voice of God.

Most of us are Kenyans and we have seen you in Nairobi. We remember what you said about corruption. Corruption is like diabetes, corruption is like craving for sugar, and wanting more and more of it. We are ready to accept and forgive the weaknesses of our political leaders, of some of our priests and bishops who are sick with this disease. We ask them to be servant leaders, powerless and poor, close to us. The church will be more credible and they would be able to speak with real authority at times of social and economic crisis.

In recent years the credibility of all Christian Churches in Kenya and South Sudan has been undermined precisely because some church leaders have been perceived as unable to distance themselves from corruption, party politics and tribalism. How can they promote peace, service, unity and love when trapped in nets of power and money?

We love peace. We want to build up a culture of peace and brotherhood. Blessed are the peacemakers! The Church of Jesus is there where people build bonds of community and peace. That is the heart of our mission at the service of the world. Could we suggest that for some time – let’s say the next ten year – our leaders would not worry building churches and institutions of stones but concentrate in building the church as a community of the follower of Jesus, the Teacher who opened to us the vision of the Beatitudes ?

Poor political leadership is one of our problem. In Africa we had the shining example of Nelson Mandela and Julius Nyerere, and a few others. The majority of African leaders have been blinded by power and greed. We who write this text are poor, and living a life rooted in the Gospel of Jesus is a difficult challenge for us, always stimulated and incited to become rich fast, and by any mean, by the bad example of our leaders.

Our corrupt politician and members of the ruling class have often looted our countries, and embarked on wars on behalf of the foreign interests to which they have sold themselves out. They are the main responsible for the miseries and death suffered by the youth who die in the Mediterranean Sea while trying to reach Europe. We appreciate your calls for openness and justice.

Open to life, generating life

Modern imported models of life have made us more individualistic and selfish. Friendship, tolerance, hospitality, community living, reaching decisions by consensus are values that have become almost impossible to live in our modern competitive society. Exclusion is the norm. “Be first!” is the dehumanizing imperative.

We believe in life and in the God of life, and Jesus has come to teach us to live a full life. We are not discouraged by the difficulties. We see around us the good seeds and the new life that is growing. We want to care for it, and nourish its growth in us. We know that God loves us and he wants joy and happiness for us, and for everyone. We are not naives, we have experienced that suffering and death indeed play a big part in our human journey, but we have also experienced that love and life are stronger, and we can live a full life even in the midst of material wants.. We are heirs of the joy of the Resurrection and we need to communicate this joy to the people around us and to the next generation.

As we are getting ready to sign this letter, we become aware of one of our weaknesses. We are all males! It is now to0 late to remedy, but we assure you that we work to improve inclusiveness and respect for the genius and role of women in our society.

Holy Father, continue to guide us so that we can become the prophets of a better future.

Nairobi, 18 July 2018

Signed by
Amos Maresi, Kenyan Anglican, 26, Chef and footballer, Daniel Mayen, South Sudanese Catholic,24, student in Project Management, Duncan Njoroge (Besh), Kenyan Catholic, 25, student in Social Work, Edward Yama Kambole, Zambian Catholic, 27, Social Worker, Erick Silvano Ochieng, Kenyan Catholic, 23, student in Project Management, Fredrerick Onyango, Kenyan Catholic, 25, student in Community Development, George Njuguna, Kenyan Catholic. 29, Accountant, Lorenzo Amos, South Sudanese Catholic, 23, student in Human Res. Management, Ken Nyangweso, Kenyan Catholic, 28, professional footballer, Peter Simiyu, Kenyan Baptist, 29, Social Worker and footballer, Pius Omondi, Kenyan Catholic, 24, Chef and footballer, Samuel Juma, South Sudanese Catholic, 25, student in Human Resource Management, Wilson Ambwo, Kenyan Catholic, 25, Nutritionist and acrobatic instructor, Yassin Hassan, Sudanese (Nuba Mountains) Catholic 31, videographer and journalist.

Frammenti di vita Nuba (3)

Di primo mattino a Kauda mi avvio verso il mercato. Poche persone in strada, solo due motociclette di marca cinese che fanno spola trasportando i più frettolosi.

Il mercato è piccolo, forse una cinquantina di box costruiti in mattoni cotti, tetto in lamiera, infissi di recupero, e banco di esposizione in legno e metallo riciclato dai contenitori di olio donati dal “popolo americano”. In alcuni piccoli “bar” che servono caffè tostato al momento e speziato con zenzero ci si può sedere sulle sedie rimovibili che si usano sugli aerei cargo. Provengono dai due aerei che si sono schiantati sulla pista poco lontana anni fa, prima del 2005 quando qui si arrivava solo con voli clandestini. Pochi altri espongono le mercanzie su stuoie in terra, al riparo dei grandi alberi o di tettoie improvvisate in legno e paglia. I prodotti alimentari locali esposti sono pochi. Siamo in quel periodo che nel gergo delle ONG viene chiamato “hunger gap”, il tempo della fame, perché il raccolto dello scorso anno sta per finire e l’abbondanza di verdura, frutta, durra, mais, noccioline eccetera tornerà solo alla fine di questa stagione delle piogge, a metà ottobre. Nonostante questo dall’inizio del viaggio non ho viso nessuno che appaia soffrire la fame.

Mi accorgo che uno dei motociclista sta confabulando con un gruppetto, lanciandomi occhiate. Poi mi si avvicina molto circospetto, mi chiede “Come ti chiami?” Quando dico il mio nome, mi tende la mano, ancora esitante, quasi temesse di toccare uno spettro, e chiama gli altri. Finalmente tutto il gruppetto mi saluta con ampi sorrisi e strette di mano. Sono ragazzi e ragazze che frequentavano la scuola di Kujur Shabia, a 20 chilometri da qui, e mi dicono con franchezza giovanile “Abuna (padre), pensavamo tu fossi morto!” Rievocano quella volta in cui erano venuti alla pista a prendere un cargo di libri, quaderni e penne che avevo portato con un vetusto C130, e si erano fatti oltre quindici chilometri per tornare alla scuola, ciascuno portando sulla testa una decina o ventina di chili di materiale, a seconda delle forze. Mi chiedono speranzosi “Hai portato libri anche oggi?”. Devo dire che purtroppo no, non è facile trovare donazioni di questi tempi. E che in Italia c’è un governo che non fa ben sperare… ma come faccio a spiegar loro chi sono Di Maio e Salvini? Mentre parlo rifletto su quanto sia normale che questi ragazzi abbiano pensato che io fossi morto. Mi vedevano arrivare 15 anni fa già coi capelli banchi e loro avevano forse dieci anni. Per loro è passata una vita. Hanno visto bombardamenti, morte, distruzioni, poi pace, poi di nuovo guerra. Tutti hanno perso i familiari più anziani, qui l’aspettativa di vita non va oltre i 50 o 55 anni.

Proseguo la visita al mercato con questo codazzo. Vedo su una stuoia tre mucchi di biscotti, apparentemente la stessa confezione ma a prezzi diversi. Ne compero qualche pacchetto a caso e ci mettiamo sotto un albero a chiacchierare. Il mio pacco di biscotti ha un gusto strano. Ridono quando vedono la mia espressione, e Heri, che fa la maestra, mi spiega: “la vecchia Fatuma vende da mesi una scorta di biscotti contrabbandati a spalla dalla zona governativa. Alcuni li vende a prezzo più basso perché erano nei sacchi insieme a noccioline rancide, ed hanno preso quel sapore. Altri ancora erano insieme a pesce secco…” A me evidentemente è capitato un pacchettino che ha viaggiato insieme al pesce secco.

Intanto qualcun altro ha saputo che sono arrivato. e mi si avvicina un ragazzo che si presenta: “Abuna, sono Abdul di Kau Nyaru”. Kau e Nyaru sono due piccole colline all’estremo sud-est dei monti Nuba, poi c’è grande fascia disabitata e si arriva sulle sponde del Nilo, dove vivono gli Shilluk. La famosa fotografa tedesca Leni Riefensthal vi aveva realizzato delle fotografie famosissime sia nel mondo dei fotografi che in quello degli antropologi. Avevo provato a raggiungerli a piedi nel 1996, da sud, ma avevo fallito. Nel 2003, durante il cessate il fuoco, era venuto a Kauda un gruppo mandato dal mek (il re) chiedendomi di inviare maestri per iniziare una scuola primaria. Quando sono riuscito ad organizzami per avere un’auto, mi avevano detto che ci sarei arrivato in sei ore di viaggio. Ce ne vollero 15, e arrivai a notte fonda con i due accompagnatori Nuba, e un po preoccupati perché il diesel stava per finire. Non sapevano del nostro arrivo. Il mek ci ricevette in signorile povertà, e il mattino dopo visitammo la struttura che avevano costruito con pietre e cemento faticosamente ottenuto da Khartoum che doveva essere la scuola. Le condizioni erano radicalmente cambiate dai tempi della Riefenstahl, il piccolo popolo dei Kau Nyaru era stato forzatamente e completamente arabizzato. C’era però voglia di aprirsi al mondo, di capire cosa stava succedendo al di la dell’isolamento a cui li aveva costretti la natura e la storia. Avevo promesso al mek che Koinonia avrebbe mandato quattro maestri nuba ogni anno, dato che ormai le nostre scuole formavano in loco maestri che potevano gestire una scuola almeno fino alla classe quinta. Poi la caduta delle donazioni dall’Italia ci aveva costretti a sospendere il programma ed avevo perso i contatti.

Adesso Abdul mi racconta che era fra i bambini che la notte del nostro arrivo erano stati svegliati per preparare l’acqua calda da offrire agli ospiti per lavarsi. Si ricorda, anche se allora non capiva perché, che poi eravamo andati alla ricerca del vecchio mulino a motore che non era più operativo da molti anni. Noi cercavamo, e trovammo con grande sollievo, del diesel sufficiente per riportarci a Kauda. Ma ci tiene ad aggiungere: “Qui a Kauda frequento il centro di formazione maestri con altri tre studenti di Kau Nyaru. Altri sette studenti della nostra comunità sono in un campo profughi in Sud Sudan per studiare da maestri. Abbiamo avuto dal mek la responsabilità di tornare a casa per riaprire la scuola”. Indomabili Nuba.

Una giornata intera al mercato, mille incontri. Una ragazza che vende oggetti vari di plastica made in China, quando mi avvicino al suo banco mi dice che siamo amici in fb, anche se riesce a connettersi molto raramente. E’ dispiaciuta quando non mi ricordo il suo nome, e le devo spiegare che in fb ho quasi cinquemila amici.

Fino al 2005 qui ci si muoveva solo a piedi e oltre alle poche cose essenziali che le ONG riuscivano a portare con gli aerei cargo – medicine, sementi, zappe, libri e quaderni di scuola – non si trovava nulla che non fosse stato ricavato dalla natura circostante. Allora la quasi totalità delle magliette indossate dai giovani portavano l’insegna di Koinonia. Oggi invece impongono “Fly Emirates”. Chissà come arrivano qui, dove credo le compagnie aeree abbiano ben pochi clienti.
(continua)

Frammenti di vita nuba (2)

Il viaggio continua. E diventa sempre più un viaggio nella memoria degli incontri, delle persone che ho avuto su queste montane. Ogni volta che la vegetazione si dirada, che la pista si apre, che si sale un po in quota e lo sguardo può andare lontano ci sono immagini che ritornano a vivere.

Ecco il mercato che era stato bombardato e incendiato nel 2012 dove Enzo Nucci, il giornalista RAI di Nairobi, ha fatte delle lunghe riprese. Quel mucchio di pietre era una capanna centrata da una bomba, e una donna anziana, unica sopravvissuta della famiglia che vi abitava perché era nei campi a lavorare, aveva voluto portarci poco lontano a visitare le tombe dei figli. Un ragazzino che per la paura e per proteggersi si era abbracciato al tronco di un grande albero ci aveva mostrato i due moncherini che gli erano rimasti, entrambe le mani intrecciate sul tronco portate via da una scheggia di bomba. Anche lui aveva voluto mostrarci una cosa nascosta poco lontano, una bomba inesplosa, a metà conficcata in terra. Oggi non c’è traccia di quel bombardamento, se non qua e la poche pietre sovrapposte che indicano dove c’erano negozietti e capanne. Sei anni di alternanza di caldo secco e piogge violente hanno permesso alla natura di cancellare i segni di quel dolore. L’architettura nuba, tutta fatta con materiali reperibili in loco – pietre a secco per le mura, tronchi e erba secca sapientemente modellati per i tetti – non resiste al tempo.

Ecco Teberi, il villaggio del catechista Jibril Tutu, dove per la prima volta ero arrivato nel 1995 sui monti Nuba, atterrando con un piccolo, piccolissimo aereo dove c’eravamo stretti stretti, oltre al pilota, solo Davide De Michelis, Gian Marco Elia, Albert Mori ed io. Albert, keniano e compagno dell’avventura di iniziare New People, aveva compiuto da poco i vent’anni. Jibril era un uomo straordinario che poi mi prese sotto la sua protezione quando qualcuno voleva impedirmi di visitare i Nuba. Magro, dalla camminata veloce e con una voce straodinaria per autorevolezza e dolcezza, era il padre, il parroco e il vescovo della comunità cristiana che aveva fondato, della quale aveva battezzato tutti i membri, che guidava nella preghiera domenicale. Quando Jibril mori, pochi anni fa, padre Boutrus, un prete nuba che era stato istruito e battezzato nella fede da lui, mi scrisse “abbiamo perso un grande Padre della Chiesa Nuba”. Usando giustamente le lettere maiuscole.

Ecco il villaggio dove per un paio d’anni ha vissuto Musa Arat, il catechista di Heiban che i militari governativi avrebbero voluto catturare per infliggergli una punizione esemplare. Aveva osato resistere alle lusinghe di un lavoro retribuito nelle file governative pur di non rinunciare alla sua fede. Un uomo piccolo, rotondo e mite, già gravemente malato di cuore. Lo avevo conosciuto a Kujur Shabia, il villaggio poco lontano da Heiban da dove aveva dovuto fuggire. Quando sono arrivato a Kurci in una notte di giugno del 1996 con Albert Mori e la nostra guida nuba Josep Aloga, ero distrutto dalla stanchezza di una camminata interminabile alla quale eravamo stati costretti per allontanarci da una battaglia. I ribelli non volevano assolutamente che corressimo il pericolo di essere coinvolti in uno scontro, se fossimo stati catturati sarebbe stata una vittoria propagandistica importante per i governativi. Musa quella notte aveva mobilitato tutta la famiglia per prepararci un te addolcito con miele selvatico e l’hassida – polenta di farina di durra. Non c’era altro nella sua casa ma ci sembrò una cena sontuosa. .

Ecco la collina di Regifi. Si eleva per forse trenta meti sulla fertile piana circostante, un mucchio di enormi pietre lisce che sembrano posizionate dalla mano di un gigante, tenute insieme da un po di terra. L’abilità dei nuba di costruire con le pietre a secco l’aveva trasformata in una specie di castello fortificato, adornato con piante sevatiche che alla fine della stagione delle piogge si coprono di fiori rosa e rossi. E’ rimasto solo il grande pennacchio dell’albero di neem quasi in cima, e due o tre case. Oggi la gente si è ridistribuita su tutta l’area. Qui crescono palme che producono una grande noce dalla polpa rossa, dolce e nutriente. Le mandrie di mucche, capre e pecore stanno lentamente tornando nei recinti per la notte.

Scende la notte, e incominciano scrosci di pioggia. Attraversando un wadi, un fiume ancora secco che potrebbe improvvisamente essere invaso da una valanga d’acqua, affondiamo nella sabbia. Non sarebbe piacevole fermarci qui nell’attesa di improbabili soccorsi, Qualche minuto di preoccupazione, e il bravissimo autista riesce a ripartire. Ma è ormai impossibile riconoscere i posti che attraversiamo.

E’ quasi mezzanotte quando improvvisamente, a meno di venti metri di distanza, riconosco il piccolo, elegantissimo minareto di Kauda. Una freccia bianca con decorazioni verdi, gialle e rosse puntata verso il cielo. Per oggi siamo arrivati.
(continua)

Frammenti di vita nuba (1)

Sono rientrato a Nairobi settimana scorsa da un viaggio di una decina di giorni sui Monti Nuba, in Sudan. Ho tentato di scrivere alcune note ogni giorno, con scarso successo. Registro qui alcune sensazioni e ricordi.

Nella prima fase della resistenza nuba, iniziata nel 1988, si poteva accedere questo territorio solo arrivandoci clandestinamente da Loki, nel nord del Kenya. Da li si sorvolava per circa 1,200 km il Sudan del sud, dove ribelli e governo controllavano il territorio a chiazza d leopardo, atterrando in una delle piste in terra battuta preparate dai ribelli. Dopo l’accordo di pace del 2005 fino al 2011 è stato possibile arrivare ai Monti Nuba anche dal nord, passando da Khartoum e viaggiando via terra, cosa che ho fatto un paio di volte. L’indipendenza del Sud Sudan – che ha visto i Nuba forzatamente collocati in Sudan -e il riesplodere della guerra fra Nuba e il governo di Khartoul a metà del 2011, ha di nuovo negato la possibilità di entrarci legalmente. Il governo di Khartoum ha tentato di sigillare l’area e ancor oggi vieta l’accesso anche gli aiuti umanitari. Così due settimane fa ci sono arrivato prendendo un regolare volo di linea da Nairobi a Juba, dal 2011 capitale dello stato indipendente del Sud Sudan (trascinato in una una insensata guerra incivile da un gruppo di criminali), poi da Juba sono andato con un volo umanitario delle Nazione Unite (pagandolo) fino a Yida, nell’estremo nord del Sud Sudan, a pochi km dal confine con il Sudan, e sede di un campo profughi di circa 50,000 persone. Il confine fra Sud Sudan e Sudan per diverse decine di km è controllato dai Nuba e si può entrare nella loro regione, grande come la valle del Po, via terra. Da Yida a Kauda, che funge da capitale dell’area liberata sono circa 180 km di pista.

Fra Yida e Kauda si passa non lontano dal quartier generale dei ribelli. Basta lasciare la pista principale e in pochi chilometri si arriva in una località protetta da colline rocciose. Qui ho incontrato Abdel Aziz Adam Al Hilu, il loro capo. Mi spiega come si sia evoluta la crisi politica interna dello scorso anno e come lui sia stato rieletto. Racconta come i colloqui di pace col governo di Khartoum siano in fase di stallo. “Siamo in una situazione di no peace, no war”. Non c’è pace e non c’è guerra, ciascuno sulle sue posizioni, senza scontri. Da oltre due anni l’esercito governativo non tenta di penetrare nel territorio nuba controllato da ribelli, quasi la totalità, ed non effettua più bombardamenti che fino a fine 2015 devastavano sopratutto le aree più fertili, creando uno stato di carestia perché i contadini non potevano lavorare i campi. Come mai? “Hanno troppi fronti aperti – commenta – oltre a Darfur e Ingessena Hills c’è la Libia, e il loro impegno maggiore che è in Yemen, a sostegno dell’Arabia Saudita, dove combattono molti militari sudanesi, evitando ai sauditi di correre rischi. In cambio ricevono aiuti economici e militari e consolidano la loro alleanza servile con Riad”. Il colloquio è lungo, anche perché mi accorgo solo in ritardo che pure lui sta diventando un po sordo, e dobbiamo ripeterci.

Riprendendo il viaggio verso Kauda dobbiamo fare un lungo giro per evitare 20 km di strada che la prime piogge della stagione, a metà giugno, hanno reso impraticabile. La pista si snoda ai piedi delle colline, solo ogni tanto si arrampica un po sulla costa per evitare fango e acque ristagnanti. Passiamo Lado, che prima dell’accordo di pace del 2005 era sempre stato in mano governativa, un villaggio trasformato in guarigione militare. Poi dopo neanche cinque minuti di strada mi ritrovo in un posto che avevo visitato oltre vent’anni fa, indimenticabile. Un villaggio a mezza costa sulla collina. di forse 100 capanne coniche, tetto spiovente, vicinissime una all’altra, come per proteggersi. Appena più a valle c’è un bosco di 30 o 40 enormi piante di mango. Sembra un’illustrazione per un libro di favole nuba. Qui avevo passato una notte, credo nel 1999, con due amici italiani. Siamo arrivati stremati dalla stanchezza, (allora ci si muoveva solo a piedi), salutato stringendo mille mani (ma quanta gente vive in queste poche case?), mangiato alla luce di un fuocherello ciò che la gente ci aveva portato e il mattino successivo nel bosco di manghi avevo celebrato Messa e battezzato alcun bambini i cui genitori erano stati preparati da un catechista locale. Una gioia incontenibile. Una mamma che mi porge un bebè da battezzare mormorando qualcosa fra le le lacrime che il catechista mi traduce “lo chiamo John Fenzi, come il comboniano che ci visitava quando io ero piccola”. Adesso il villaggio è vuoto, tutti sono a lavorare i campi nella speranza che le piogge continuino e portino un abbondante raccolto.

Yunan, l’accompagnatore nuba di vent’anni fa, ci aveva raccomandato di non fare un fuoco troppo grande la notte e di non lasciare che la gente facesse canti a voce troppo alta durante i battesimi, perché i governativi non erano lontani e avrebbero potuto vederci o sentirci. Erano ormai quattro anni che ogni due o tre mesi andavo a fare passeggiate sui monti Nuba ed avevo penato che Yunan stesse esagerando perché i due giornalisti italiani potessero aggiungere pathos al loro reportage
Adesso, mentre la vetusta 4 ruote riparte, mi rendo conto che davvero avevamo corso un gran rischio. Lado in linea d’aria è e meno di due chilometri. Se solo un informatore avesse riportato la nostra presenza saremmo stati fatti prigionieri con un’azione di pochi minuti.
(Continua)

Kenya’s “Street Children”, between extreme poverty and desire for a new life

Vatican Insider, La Stampa
Luca Attanasio, Nairobi


In Nairobi, there are 150,000. 300,000 in the whole Country: a disturbing phenomenon. A conversation with the Combonian Father, Kizito, founder of the “Koinonia” Community, and some former street children

You can see them moving in very tight groups around the central areas of the capital begging for some spare change and then hide right around a corner to sniff glue or fuel for planes. Barely dressed, they meet late in the evening in the slums of Nairobi. They pay a scant ticket to enter improvised shacks adapted to cinemas and watch action films or something worse: not so much to exalt and emulate the acrobatic abilities of the actors, rather to secure at least a couple of hours indoors. These are the Street Children of Kenya, children who, forced by extreme poverty, domestic violence or simply hunger, throw themselves onto the streets and risk remaining there until adulthood. T he older ones are teenagers, the younger ones you can count their age on the fingers of one hand.

According to UNICEF there are 300,000, half of whom live in Nairobi. Kenya is making progress and can be considered one of the best African countries in terms of development. Its social phenomena, however, are still massive. In the capital stands Kebira, Africa’s largest slum: a million people, mostly children, stacked in tens of thousands of shacks of a few square meters. Without a sewage system worthy of the name, the population literally lives on stratified piles of rubbish that will never be removed. The streets in the rain turn into marshes while the fumes, sometimes nauseating, mix with smells of fried or boiled food, a commodity sold in mini-shops on the sides of alleys that intersect making an inextricable maze.

In Nairobi, there is Dandora, the largest landfill in East Africa. It is an incredibly large area, which has grown over the decades on top of piles of rubbish of all kinds and receives about 900 tons of solid waste per day. Over 4 thousand people “work” there: watched over by huge marabou that stand on the hills of rubbish, they separate and collect the garbage, and deliver it to the guardian. They get 15 schillings ($0.15) per kg. In the meantime, they inhale or come into contact with hazardous materials such as lead, mercury or cadmium.

“In Kenya – Father Kizito – (born Renato Sesana, in Africa since the 70’s he has chosen the name of one of the martyrs of Uganda), Combonian, journalist and founder of the Koinonia Community explains – there is a huge issue on childhood. From the beginning, our community has chosen to take care of children and young people and, among these, it has privileged the poorest among the poor. Street Children have their own code, they are very united with each other and, especially if they have been living on the street for years, they form a sort of identity of their own.

Koinonia took its first steps in Kenya in 1989. Since then, it has had two primary care centers, three residential centers, a medical dispensary and a physiotherapy service which, at the moment, cares for over two hundred street children, and runs a number of schools. To reach and secure street children, Koinonia operators -many of whom are former Street Children – adopt a direct approach by establishing a relationship with the children where they live, sometimes spending the night with them and, following a path made of daily life and closeness, they convince, without ever forcing them, the little ones to join the project. They then work to reconstruct contact with the families and local communities, and prepare for their return to school.

“Father Kizito continues: “We have established a real ceremony for the day on which the child, after having regularly met and prepared for at least four months with the workers who go out onto the street, enters the reception center. The child takes a nice shower, receives new clothes and burns the old ones, almost as if to mean with a gesture the end of his old life and the beginning of a new one. Throughout the 1990s we had a hard time finding an approach that really worked: the children were driven here by primary needs, they stayed a bit and left. Since we changed method and realized that we only had to show them understanding and closeness – so then it was they who chose to end forever that “lifestyle” – the percentage of those dropping the program has fallen drastically, almost close to zero.

After the “rehabilitation” phase, which can last for years, the child is helped to return to the family or, if this is not possible, to rebuild ties with relatives, friends and the community of origin, cut over the years, that can support them in their growth.

“At home, there was not enough food for everyone – Evans, a 20-year-old former Street Child who has now become a prominent rapper (art name: Humble Prince) says – Dad died when I was very young and mom worked until late. Nobody really cared about me and then, I ended up on the street, I was 5 years old. At night, the police came to beat us up and treat us like animals, during the day we wandered to gather some small coins. Then Jack arrived…”. Jack is a former street child who was hosted about fifteen years ago by Father Kizito, now in charge of the reception centers. He is very popular among children who welcome him climbing on his statuary body.

“The first few times they thought I was a policeman. Then I started to spend time with them every morning, I brought them food, sometimes I organized football matches, some evenings I stopped over at night. When the group to which Evans belonged understood that I was one of them, that I was interested in their lives, they spontaneously decided to come to the rescue center”.

“At the beginning, it seems like an adventure – Friederick, 24, also a rapper (Bigfred cheche) explains – you feel strong, sniffing drug continuously and spending the whole day from one place to another, waiting for someone to give you some leftovers, gathering wood for cooking and going to the slums to watch movies. Then you start to ask yourself: “What did I do wrong to end up like this? Everyone avoids you and mistreats you. With us were also mothers and even street grandmothers, people who have never lived in a house”.

It is Sunday at the Domus Mariae centre where Koinonia runs a reception centre and a secondary school. All come to the mass, celebrated by Father Kizito, even the little ones of Islamic faith: left unguarded, they choose to participate to dance and sing with others. In the Mater Nigritia chapel, crowded with about a hundred children, there is calm and joy. The image of a society reconciled starting right from the little ones.

Gli “Street Children” del Kenya, tra povertà estrema e desiderio di rinascita

Vatican Insider, La Stampa, Pubblicato il 25/06/2018
Luca Attanasio – Nairobi

Li vedi a gruppetti molto compatti muoversi nelle zone centrali della capitale per elemosinare qualche spicciolo e poi buttarsi in un angolo a stordirsi di colla o carburante per aerei. Vestiti di niente, si incontrano la sera tardi negli slum di Nairobi. Pagano un misero biglietto ed entrano in baracche improvvisate adattate a cinema a vedere film d’azione o qualcosa di peggio: non tanto per esaltarsi ed emulare le capacità acrobatiche degli attori, piuttosto per assicurarsi almeno un paio d’ore al chiuso. Sono gli Street Children del Kenya, bambini che, forzati da povertà estrema, violenza domestica o semplicemente fame, si gettano per strada e rischiano di rimanerci fino all’età adulta. I più grandi sono adolescenti, i più piccoli hanno età comprese nelle dita di una mano.

Secondo l’Unicef sono 300 mila, la metà dei quali, vive a Nairobi. Il Kenya sta facendo progressi e può essere considerato uno dei migliori Paesi africani in quanto a sviluppo. I suoi fenomeni sociali, però, assumono ancora dimensioni enormi. Nella capitale sorge Kebira, lo slum più esteso d’Africa: un milione di persone, in maggioranza bambini, accatastate in decine di migliaia di baracche di qualche metro quadro. Senza un sistema fognario degno di questo nome, la popolazione vive letteralmente su cumuli stratificati di immondizia che non verranno mai rimossi. Le strade sotto la pioggia si trasformano in pantani mentre le esalazioni, a tratti nauseabonde, si mischiano a odori di cibo fritto o bollito, merce venduta nei mini-shop ai lati delle viuzze che si intersecano formando un dedalo inestricabile.

Ancora a Nairobi, si trova Dandora, la discarica più grande dell’Africa orientale. È un’area incredibilmente estesa, cresciuta nei decenni sopra a mucchi di immondizia di ogni tipo che riceve circa 900 tonnellate di rifiuti solidi al giorno. Ci “lavorano” oltre 4 mila persone: vigilate da enormi marabù che stazionano sopra le collinette di robaccia e che di tanto in tanto spiccano il volo per cibarsi di resti alimentari o non biodegradabili, separano l’immondizia, la raccolgono per genere, e la consegnano al guardiano. Ne ricavano 15 scellini (0,15 dollari) al kg. Nel frattempo inalano o entrano in contatto con materiali pericolosi come piombo, mercurio o cadmio.

«In Kenya – spiega padre Kizito (al secolo Renato Sesana, in Africa dagli anni ’70 ha scelto il nome di uno dei martiri dell’Uganda), comboniano, giornalista e fondatore della Comunità Koinonia – c’è un enorme questione infanzia. La nostra comunità ha scelto fin dagli inizi di occuparsi dei bambini e dei giovani e, tra questi, ha privilegiato i più poveri tra i poveri. Gli Street Children hanno un loro codice, sono tra loro molto uniti e, specie se vivono per strada da anni, si formano una sorta di propria identità».

Koinonia ha mosso i primi passi in Kenya nel 1989. Da allora ha attivi due centri di prima accoglienza, tre centri residenziali, un dispensario medico e un servizio di fisioterapia che, al momento, si occupano di oltre duecento bambini di strada, e gestisce alcune scuole. Per raggiungere e mettere al sicuro i bambini di strada, adotta un approccio diretto: gli operatori – molti dei quali sono ex Street Children – vanno a istaurare un rapporto con i bambini lì dove vivono, a volte dormono con loro e, attraverso un percorso fatto di quotidianità e vicinanza, convincono, senza mai forzarli, i piccoli a entrare nel progetto. Poi lavorano per ricostruire il contatto con le famiglie e le comunità locali, e predispongono il rientro a scuola.

«Abbiamo stabilito una vera e propria cerimonia – riprende padre Kizito – per il giorno in cui il bambino, dopo essere stato incontrato regolarmente e preparato per almeno quattro mesi dagli operatori che vanno in strada, entra nel centro di prima accoglienza. Il piccolo fa una bella doccia, riceve nuovi vestiti e brucia quelli vecchi, quasi a significare con un gesto la fine della vecchia vita e l’inizio di un’altra. Per tutti gli anni ’90 abbiamo fatto molto fatica a trovare una strada efficace: i bambini venivano da noi spinti da esigenze primarie, restavano un po’ e se ne andavano. Da quando abbiamo cambiato metodo e capito che dovevamo solo mostrargli comprensione e vicinanza perché poi fossero loro a scegliere di chiudere per sempre con la strada, la percentuale di quelli che si perdono è scesa drasticamente, quasi vicina allo zero».

Dopo la fase della “riabilitazione”, che può durare anni, il bambino viene aiutato al rientro in famiglia o, se non è possibile, alla ricostruzione di legami con parenti, amici e la comunità di origine, recisi negli anni, che possano sostenerlo nella crescita.

«A casa non c’era cibo per tutti – racconta Evans, un ventenne ex Street Child ora divenuto un affermato rapper (nome d’arte Humble Prince) – Papà è morto che ero molto piccolo e mamma lavorava fino a tardi. Nessuno si curava realmente di me e allora, a soli 5 anni, sono finito per strada. Di notte la polizia veniva a picchiarci e a trattarci come fossimo animali, di giorno vagavamo per raggranellare qualche spicciolo. Poi è arrivato Jack…”. Jack è un ex bambino di strada ospitato una quindicina di anni fa da padre Kizito, ora divenuto responsabile dei centri di accoglienza. È molto popolare tra i bambini che lo accolgono arrampicandosi su ogni parte del suo fisico imponente.

«Le prime volte pensavano che fossi un poliziotto. Poi ho cominciato a passare ogni mattina, gli portavo qualcosa da mangiare, a volte organizzavo partite di calcio, qualche sera mi fermavo a dormire con loro. Quando il gruppo di cui faceva parte Evans ha capito che ero uno di loro, che mi interessava la loro vita, hanno deciso spontaneamente di venire tutti al rescue center».

«All’inizio sembra un’avventura – spiega Friederick, 24 anni, anche lui rapper (Bigfred cheche) – ti senti forte, sniffi droga di continuo e passi l’intera giornata da un posto all’altro per farti dare gli avanzi, radunare legna per cucinare e infilarti negli slum a vedere film. Poi cominci a chiederti: “Cosa ho fatto di male per finire così?”, tutti ti scansano, ti trattano male. Con noi c’erano anche mamme e addirittura nonne di strada, gente che non ha mai vissuto in una casa».

È domenica al centro Domus Mariae dove Koinonia gestisce un centro di accoglienza e una scuola secondaria. Alla messa, celebrata da padre Kizito, vengono tutti, anche i piccoli di fede islamica: lasciati liberi, scelgono di partecipare per ballare e cantare con gli altri. Nella cappella Mater Nigritia, gremita di un centinaio di ragazzi, c’è compostezza e allegria. L’immagine di una società riconciliata a partire dai piccoli.

Una piccola storia di grande stupidità – A little story of great stupidity

Venerdì sera abbiamo accompagnato all’aeroporto di Nairobi due ragazze e tre ragazzi, tutti minori ormai pienamente recuperati dopo anni di vita in strada. Con loro viaggia Freshia, operatore sociale di Koinonia, trentenne, e sono diretti a Wroclaw, Polonia, dove sono stati invitati al Brave Kids festival, un incontro di tre settimane che si ripete annualmente con la partecipazione di gruppi artistici di bambini da ogni paese europeo. Per evidenti ragioni di costo dei biglietti, offerti da un’associazione di Leszno che ha conosciuto il nostro gruppo lo scorso anno, ed ha voluto che partecipassimo anche quest’anno, il nostro è l’unico gruppo africano. E’ la prima volta che un nostro team acrobatico viaggia senza che io li accompagni, ed è anche la prima volta che mandiamo all’estero due bambine. Ma ci sentiamo sicuri, perché ho visto di persona lo scorso anno come gli amici polacchi lavorino, con enorme fatica, per abbattere pregiudizi e barriere culturali e per l’integrazione. Naturalmente l’ambasciata polacca per dare il visto ha voluto una documentazione imponente – incluso il consenso del familiare vivente più vicino e quello del preside della scuola di ogni bambino, il tutto certificato dal ministero degli esteri del Kenya – di cui Freshia ha copia nella borsa a mano.

Partono alle 4 del mattino del 16, arrivano ad Instanbul con volo Turkish Airlines, ma quando si tratta di imbarcarsi per Berlino vengono bloccati, perchè il loro visto è per la Polonia, non per la Germania. Freshia spiega che hanno un visto di Schengen rilasciato dopo che l’Ambasciata Polacca a Nairobi ha esaminato la loro documentazione e che Germania e Polonia sono entrambe in Area Schengen, e che lo scorso anno un altro nostro gruppo era pure arrivato a Berlino Tegel, dove erano stati ricevuti dagli amici polacchi che li avevano portati a Wroclaw in auto, perché Berlino è più vicina a Wroclaw che non Varsavia.

Niente da fare. I funzionari sia dell’immigrazione che della compagnia aerea sono irremovibili. “La Germania dice che profughi africani non possono transitare dalla Turchia”. “Ma noi non siamo profughi, abbiamo il visto”. “Si, ma ci sono nuove disposizioni”. Per fortuna che c’è Whatsapp, Fresha chiama gli amici polacchi, i polacchi chiamano me in pochi minuti si fa un gruppo Whatsapp. Cerchiamo di capire quali fantomatiche nuove disposizioni ci siano. Chiediamo a Freshia che ci faccia parlare con i funzionari. Si rifiutano. I polacchi contattano l’immigrazione di Berlino Tegel e nel giro di mezz’ora ricevono una risposta ufficiale in email, con nome e numero di matricola del funzionario che ha firmato, in cui conferma che essendo entrambi i paesi nell’area Schengen i bambini possono procedere immediatamente e non avranno problemi a Tegel.

I funzionari turchi si rifiutano anche di leggere l’email. Si rifiutano di parlare con Tegel. Citano le nuove disposizioni che i tedeschi negano che esistano, e i bambini potranno imbarcarsi solo su un volo per Varsavia solo dopo aver acquistato un nuovo biglietto Istambul – Varsavia. Il prezzo è poco inferiore a dell’andata ritorno Nairobi Berlino.
Freshia è tesa, mi dice che si sente considerata come inferiore, incapace di intendere e di volere. Aggiunge che comunque i ragazzi sono tranquilli, dormono fra le fila di passeggeri in in partenza, avvolti nelle coperte messe a disposizione da qualcuno dello staff dal cuore gentile. Intanto tutti i negoziati sono respinti. Gli amici polacchi alla fine decidono di pagare il costo del nuovo biglietto, riservandosi di chiedere un rimborso.

Mentre scrivo, pomeriggio di domenica 17, i nostri pericolosi guerrieri Masai – li vedete nel spettacolo improvvisato per le ragazze della Casa di Anita due ore prima della partenza – dovrebbero essere in volo verso Varsavia. Avevamo deciso insieme che avrebbero iniziato lo spettacolo con una danza tradizionale Masai per poi scatenarsi in mezz’ora di acrobazie. Nella mano destra dovrebbero avere la tradizionale lancia Masai, ma avevamo deciso insieme di sostituirla con dei manici da scopa da comperare a Wroclaw. Ma forse qualcuno ha letto nei loro occhi le cattive intenzioni…

Una tragedia? No, per carità. Solo un esempio di come possono comportarsi piccoli funzionari arroganti quanto stupidi ed ignoranti. Però è un sintomo di come vengono recepiti i messaggi razzisti lanciati dall’Europa. Stamattina un giornalista kenyano col quale avevo commentato la vicenda Aquarius, mi ha detto “Il messaggio è sempre lo stesso, e lo sento su di me ogni volta che devo andare in Europa per lavoro, e peggiora sempre: gli africani non sono benvenuti, sono selvaggi pericolosi, probabilmente sub-umani”.

Italiano English
This blog is multi language by p.osting.it's Babel