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Il Dio delle piccole cose

Oggi i musulmani celebrano l’Id al-Adha, la festa del sacrificio, in memoria di Abramo che sacrificò un montone invece del figlio Isacco dopo essere stato fermato dall’angelo. Una storia molto difficile da capire per noi, ma letta dalla tradizione cristiana prima e musulmana poi come esemplare per l’abbandono alla volontà di Dio.

A Nairobi, dove i musulmani sono una minoranza numerica, la celebrazione non ha un grande impatto, ma sulla costa è molto sentita. Ken Nyangweso nostro operatore sociale nel progetto che Koinonia sta avviando a Kilifi e calciatore professionista (ma in Kenya è più rimunerativo lavorare con Koinonia che fare il calciatore…) mi ha mandato un foto accompagnata da parole commosse perchè stamattina alcuni dei i ragazzini musulmani delle squadra di calcio che ha creato si sono presentati alla porta delle nostra casa con un piccolo dono. Ken li ha accolti con il suo immancabile rosario al collo..

Il nostro è il Dio del lievito, del sale e del seme di senape. Di piccole cose che fanno lievitare, che crescono, che danno sapore. Beato chi sa vederle. Beato chi sa leggere l’azione di Dio e capire le lezioni che ci vengono dai piccoli. Loro vedono il futuro. Se questo non è il Regno di Dio annunciato come presente dal falegname di Nazareth, dove altro lo possiamo trovare?

26 luglio. Coronavirus in Kenya (30)

Nell’ultima settimana c’è stata un’impennata dei casi accertati di Covid-19, che hanno raggiunto i 16,643, e anche dei morti, arrivati ad un totale di 278. Ci sono anche 7,574 guariti. Dall’inizio della pandemia sono anche aumentati i posti letto attrezzati con ventilatori, comunque largamente insufficienti se la situazione dovesse evolversi secondo le previsioni più negative.

La risposta è una crescita in solidarietà. Ieri l’Hindu Council of Kenya, che raggruppa tutte le associazioni della comunità di origine indiana e di religione Indù (molti indiani sono musulmani, e c’è anche un piccolo numero di cattolici) ha organizzato una distribusione di cibo e anche Koinonia è stata invitata: Nella foto Jack Matika, debitamente mascherato, che ringrazia a nome di Koinonia.

Queste sono occasioni di concreto ecumenismo di base che sono più eloquenti delle grandi dichiarazioni. Le grandi dichiarazioni servono e indicano una direzione, tant’è che chi presiedeva la semplice cerimonia ha riecheggiato le parole di Papa Francesco e al termine, salutandoci, mi ha detto di voler continuare ad aiutare Koinonia e di visiate le nostre case. Le dichiarazioni devono essere vissute nella vita reale, altrimenti restano solo parole.

Koinonia in questi mesi ha accettato donazioni da cristiani di ogni confessione, da musulmani, da indù, da credenti nella religione tradizionale africana, e, immagino, anche da agnostici e atei. Non sono sicuro perché al primo incontro non domandiamo la fede di appartenenza ne a chi ha necessità ne a chi si presenta per donare magari un semplice pacchetto di farina per polenta. Noi sappiamo che i nostri giovani ospiti sono di tante fedi diverse, ma la fame è uguale per tutti. Cosi come il dolore fisico e morale, la sofferenza per l’abbandono e l’emarginazione sono uguali per tutti. Il cibo condiviso non ha religione, è il più semplice e forte segno di fraternità.

Ieri, guadandomi in giro nel grande prato fuori dalla sede dell’Hindu Council, constatavo di essere non solo il più vecchio, ma anche il solo non-indiano e non-keniano. Certamente l’unico prete. Eppure a me pare la presenza in momenti come questi sia un modo per essere missionari.

16 luglio. Coronavirus in Kenya (29)

Oliver ha vinto. Ha vinto le allucinazioni che la sera non gli lasciavano prender sonno, ha vinto i fantasmi della strada che tornavano a visitarlo in piena notte, ha vinto i ricordi dell’infanzia che volevano impedirgli di perdonare. Ha vinto perché ha ammesso di aver perso e adesso vuole ricominciare da capo. Forte, determinato. Coi piedi piantati bene a terra. E che piedi! Numero di scarpe non in commercio.

Oliver, 23 anni mi ha dato il permesso di pubblicare la sua foto e un po della sua storia. Era nel gruppo di giovani adulti sgomberati dal centro città su ordine del Presidente, perché considerati un pericolo per l’igiene e la sicurezza e arrivati a Koinonia a fine marzo. Come gli altri, appena arrivato si era buttato sul prato, per stanchezza, ma anche perché, come mi ha confidato, avrebbe voluto sparire negli stracci che aveva addosso, Un mucchio di stracci insieme ad altri stracci. Ma già il giorno dopo aveva capito che a Koinonia c’era una forza che non gli era mai capitato di incontrare. Più forte della sua forza fisica. Ha discusso, ha battagliato con gli altri e ancor di più con se stesso. All’inizio di settimana scorsa, risoluto, mi aveva detto di voler tornare in strada. Ho rispettato la sua decisione spiegandogli che è la sua vita, la deve vivere lui, ma che se avesse deciso di fidarsi ancora di noi ci avrebbe trovati sempre dalla sua parte, Harrison, Besh, io e tutta Koinonia. E’ andato. Poi sabato mi ha chiamato “Padre, volevo mettermi alla prova. Adesso ho deciso di tornare al villaggio” Il villaggio di Olive è vicino al lago Vittoria, il più grande specchio di acqua dolce in Africa e il secondo al mondo. Gli sono rimasti solo una nonna e un cugino, più un pezzo di terra da coltivare. Cosi lunedì mattina è partito, accompagnato da Besh. .

Oliver è il primo del suo gruppo che ha fatto la conversione dalla strada alla famiglia di origine e alla terra. A Dio. Con lui hanno camminato i suoi amici di strada e i ragazzi di Koinonia. Cambiare è in cammino che si fa insieme. Ci sono momenti personali, esclusivi, dove si fa corpo a corpo con Dio, come Giacobbe, tuttavia la più parte del camminare la si fa insieme agli altri. Ci sono momenti di illuminazione, in cui la coscienza coglie una verità, ancora vaga, impalpabile.. Ma poi quella verità deve essere messa alla prova del confronto con gli altri.

Lo sperimentiamo nei momenti serali del dopo cena quanto con tanta allegria, intorno al tavolo, si ricordano episodi della giornata e si parla di giustizia e di solidarietà. Dell’importanza che giustizia, solidarietà e perdono siano sempre insieme. Ieri sera mentre Harrison condivideva una sua esperienza di come sia importante avere un atteggiamento di rispetto per tutti, anche i più piccoli, e ho visto un paio di occhi illuminarsi, mi son ricordato di fratel Valentino Fabris. Era un fratello laico comboniano vecchio stile che non aveva studiato niente ma che negli oltre sessant’anni passati in Africa, fra la gente dei villaggi, aveva distillato una sapienza del cuore che incantava chiunque lo ascoltasse. Rientrato a Verona dalla missione ultranovantenne, nel 2013, immancabilmente concludeva i vivacissimi e colorati racconti delle sue avventure missionarie con “Vedi padre – Valentino parlava sempre ad una persona, anche se erano tanti ad ascoltarlo – se io sono qui – e indicava con la mano una certa altezza – e tu sei qui – e indicava più in basso – è inutile che io cerchi di insegnarti il Vangelo. Non mi crederai mai. Dobbiamo essere così – e metteva le mani allo stesso livello – allora sì che insieme capiremo il Vangelo”.

Così lunedì mattina mentre io partivo in auto verso Kilifi, dove Dimba e Ken stanno avviando un progetto in una piccola comunità di pescatori – esperienza nuovissima per Koinonia che avrò modo di raccontare in altri momenti – Oliver e Besh sono partiti per Kisumu. In una foto li vedete insieme: Oliver, l’ex “bambino di strada” che torna a casa, è quello alto, mentre Besh è quello piccolo. Besh è con noi dal 2005 e adesso è un assistente sociale diplomato che sa mettersi al livello degli altri. Anche se in questo caso fisicamente non lo potrebbe fare neanche alzandosi sulla punta dei piedi.

10 luglio. Coronavirus in Kenya (28)

“Il gioco rischioso di Uhuru” (Uhuru’s risky gamble) titolava il giornale più importante del Kenya lo scorso martedì, riportando la decisione annunciata dal presidente Uhuru Kenyatta in conferenza stampa la sera precedente di riaprire confini interni ed esterni, pur mantenendo il coprifuoco dalle 21 alle 4. Dallo stesso giorno ci si può muovere liberamente su tutto il territorio del Kenya, dal 15 luglio riprenderanno i voli interni, e dal primo agosto i voli internazionali. Doccia fredda il pomeriggio del martedì, quando il ministro dell’educazione ha annunciato che se la situazione non peggiora le università e gli istituti di istruzione superiore (come il nostro Diakonia Institute) possono riaprire a settembre, ma le scuole primarie e secondarie (come la nostra Domus Mariae) rimarranno chiuse certamente fino a fine dicembre. Potranno riaprire a gennaio, che è la solita data di apertura dell’anno scolastico. Gli studenti dovranno re-iscriversi nella stessa classe in cui erano a gennaio 2019. Un anno completamente perso per tutti gli studenti del Kenya. Col rischio che molti studenti di famiglie povere in questi lunghisismi mesi si perdano.

La decisione del governo sembra cercare un equilibrio fra i catastrofisti che continuano a prevedere centinaia o migliaia di morti per le strade in agosto e settembre, e chi vuole far ripartire l’agonizzante economia. Di fatto le statistiche di oggi ci dicono che ci sono stati dall’inizio di marzo 8,973 casi di Covid-19 confermati, 2,657 guariti e 173 morti. Il numero dei morti è ancora inferiore a quello degli annegati durante le alluvioni di febbraio-marzo. Cresce invece il numero di persone, moltissimi giovani, che prima dell’epidemia avevano magari un lavoro decente, e adesso sono letteralmente alla fame. A Koinonia, in particolare a me, pervengono quotidianamente richieste di persone che chiedono solo farina per la polenta. Anche maestre di scuole elementari, gestori di bancarelle, laureati in informatica.

I nostri bambini e ragazzi sono tutto sommato fra i fortunati. Le bambine della Casa di Anita nel periodo di isolamento sono diventate un specie di felice repubblica indipendente, i ragazzi di Tone la Maji studiano al mattino e giocano a calcio il pomeriggio, i grandi che sono a Kerarapon seguono i vari corsi che abbiamo organizzato per loro, catering, saldatori, falegnami. Ristabiliscono i legami con la famiglia attraverso il telefono che abbiamo messo a disposizione. Ieri R***, diciassettenne e magro come un “omena”, i pesciolini essiccati che si mangiano con la polenta, mi tira in disparte e mi mostra uno spiegazzato biglietto da cento scellini (un po meno di un euro) e, usando tutti i trucchetti per intenerire che ha imparato in strada, mi dice “guarda cosa sono riuscito a conservare dalle elemosine che raccoglievo in strada, Vorrei mandarlo a mia mamma con Mpesa (il sistema telefonico per trasferimento di denaro). L’ho chiamata e mi ha detto che ha fame, ma se tu me lo raddoppi sarà più contenta…”.

Per alcuni maggiorenni abbiamo fatto un contratto con una scuola guida perché possano avere la patente auto. Solo due o tre sembrano non fare progressi, ed uno ha dato segnali di squilibrio mentale, costringendoci a ricoverarlo in un un ospedale psichiatrico, da dove è tornato ieri in condizioni che sembrano stabili. Per molti di loro il problema di base è l’autostima. Non hanno la percezione di essere vittime. Piuttosto si sentono colpevoli. Colpevoli di essere scappati da una casa dove magari erano abusati, colpevoli per non essere mai andati a scuola, colpevoli per aver fatto piccoli furti per mangiare. Hanno interiorizzato il disprezzo che “la società” ha per loro. E’ una vecchia storia. Scriveva Frantz Fanon un secolo fa che la cultura dominante (nel suo caso in Francia) fa si che i dominati interiorizzino il disprezzo che il dominatore ha per loro. Il caso di questi ragazzi è lo stesso, si sentono inadeguati ad essere parte di una società che per anni li ha scartati e dimenticati. Bisogna camminare al loro fianco perché possano riscoprire la loro dignità e il loro valore.

3 luglio. Coronavirus in Kenya (27)


Il giornale di stamattina diceva che ad oggi, dai primi di marzo, ci sono in 6,673 casi confermati, 2,889 guarigioni e 149 decessi. Gli esperti prevedono un drammatico peggioramento in agosto e settembre. Ma nell’ambiente in cui vivo, fra le persone che conosco, la percezione diffusa è che il pericolo sia passato e si dovrebbero riaprire le scuole, i ristoranti, e le altre istituzioni che sono state chiuse all’inizio della pandemia, sopratutto che finiscano le restrizioni sui viaggi interni. I viaggi all’estero via aerea sono il privilegio di pochi, e non sono un problema per i miei amici. Stiamo facendo fatica a mantenere Kivuli chiusa, la vita dall’esterno preme sul grande cancello blu.

Già due settimane fa Alex, un sedicenne di Tone la Maji, mi ha chiesto di essere circonciso. Mi sono consultato con gli operatori e la richiesta ci è parsa ragionevole, addirittura un bella idea per approfittare di queste vacanze forzate, visto che di solito la completa guarigione dalla circoncisione richiede dall’una alle tre settimane. Altri si sono aggregati, abbiamo ottenuto il consenso dei genitori, e mercoledì della scorsa settimana un gruppo di 14 ragazzi è stato circonciso dal nostro personale medico del Kivuli Dispensary.

La circoncisione nelle tradizioni di molti popoli africani – con elementi particolari molto diversi – segna il momento di passaggio dall’infanzia all’età adulta, e a fa parte di un periodo di iniziazione in cui solo alcuni anziani maestri di vita possono stare insieme agli iniziandi e li istruiscono sui comportamenti e sopratutto sui doveri che un uomo ha verso la comunità. Al termine dell’iniziazione c’è una festa comunitaria per l’accoglienza dei neo-adulti.

Nella vita tradizionale l’iniziazione era un rito di importanza difficile da sopravalutare, e creava coesione sociale, solidarietà, senso di comunità. In città è sopravvissuta solo la circoncisione, anche perché promossa in quasi tutta l’Africa nera dai governi, in base a studi fatti durante la precedente pandemia, quella di HIV- AIDS, che l’abbinavano ad una diminuita diffusione della malattia.

Fra i nostri ragazzi tutto è andato bene e naturalmente abbiamo cercato di dare un significato a quato momento, sottolineando l‘importanza dei valori della tradizione e facendo con loro lettura del breve racconto delle circoncisione di Gesù e anche degli Atti degli Apostoli dove si riporta la decisione degli apostoli che la circoncisione può essere eseguita ma non è obbligatoria. Abbiamo soprattutto insistito sui doveri di un cristiano adulto.

Non siamo i primi a scopriere che la Cresima ha una affinità particolare con i riti tradizionali di passaggio che erano comuni, con circoncisione o senza, a tutte le etnie africane, ma, da quel che so, i tentativi di inculturazione in questa direzione hanno incontrato profonde resistenze. Come tutto il processo di inculturazione che ironicamente – o tristemente? – è stato bloccato dopo la celebrazione del primo Sinodo Africano nel 1994. Si sono fatti più progressi o per lo meno più tentativi, nel “cristianizzare” i riti, molto meno praticati, che venivano fatti per le ragazze a comportavano anche le inaccetabili mutilazioni genitali.

Oggi, conclusione seconda settimana di corso di catering, H*** un quasi trentenne che è arrivato a Nairobi otto anni fa dal villaggio nell’assurda speranza di trovare lavoro e invece è finito quasi subito in strada, annuncia a tutti: “Non sono mai rientrato al villaggio perché mi vergognavo. Partendo avevo promesso a mia nonna che da Nairobi le avrei inviato dei soldi per essere tranquilla nella sua vecchiaia. Adesso sono felice, mi impegno al massimo e so che presto la potrò aiutare”. La forza dell’amore delle nonne! H***, come la maggioranza di questi ragazzi appartiene alla generazione che è stata allevata dalle nonne perché i genitori erano morti per l’AIDS.

La foto è un attimo rubato durante la Messa di domenica scorsa. Come d’abitudine tutti i ragazzi di Tone la Maji erano curvi, il volto fra le mani, nel momento della preghiera dei fedeli, con tanti interventi di preghiere anche molto lunghe…. interminabili. Ad un certo punto alzo la testa, mi guardo in giro, e vedo il piccolo Kevin, che seminascosto dalla schiena del vicino mi lancia uno sguardo d’intesa. Non ho resistito, ho preso il telefonino che era in modalità silenziata ed ho scattato questa foto. Chiedo pietà ai liturgisti. Spero nessuno mi denunci alla santa Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. Ma se la forza della preghiera si misura con l’amore lo squardo di Kevin mi rassicura. Non sarò condannato.

26 giugno. Coronavirus in Kenya (26)

Oggi un gruppo di tredici ragazzi maggiorenni del gruppo riscattato della strada in situazione di emergenza ha completato la prima settimana di corso pratico di ristorazione, organizzato da Diakonia Institute per dieci settimane. Molto lavoro in cucina, servizio in sala e nozioni di management, tutto a Shalom House e Baraza Café. Come gestire un piccolo ristorante – o eating point – e quali sono i permessi da ottenere e le tasse da pagare.

Per necessità logistiche sono ospitati a Kivuli. Ogni mattina fanno una camminata di 30/40 minuti fino a Shalom, e alle 9 iniziano a lavorare, in gruppi, al forno o in cucina. Parte della lezione è preparare il loro pasto, e aiutare a servire al tavolo gli eventuali clienti, pochi in questi giorni. Si sono subito appassionati. Oggi mi hanno voluto servire il pasto preparato da loro, un hot dog con riso pilau.

Oggi S***, che sta ancora imparando ad usare forchetta e coltello, a fine pasto nel nostro immacolato – se cade una briciola fanno il turno a pulire – ma modesto Baraza Café guarda stupefatto il suo piatto vuoto, poi mi dice, “Grazie padre, è la prima volta in vita che mangio in un ristorante. Finora li avevo visti solo in televisione”. Quale televisione? Quelle che i negozianti espongono accese in vetrina o sulla strada per attirare i clienti. I vestiti sporchi, il sacco con i rifiuti di metallo o plastica che poi andranno a vendere, i bambini di strada che guardano queste televisioni sono essi stessi uno spettacolo. Assorbono ogni dettaglio delle telenovelas che vanno tanto di moda, sognando un mondo fasullo che non sarà mai il loro. Per fortuna.

La vita che loro portano è molto più bella e genuina. La loro presenza ha fatto rivivere Kivuli, temporaneamente privato della presenza dei bambini. Le scatenate partite di pallacanestro sullo sgangherato campetto, i capannelli che parlano di calcio, i fanatici di reggae che in nel salone ballano senza sosta intono ad un computer che ripete all’infinito Buffalo Soldier, mentre i due di turno in cucina di danno da fare a praticare l’arte imparata il mattino, perché a tavola non ci saranno solo loro tredici, ma anche i tre ragazzi che ancora vivono a Kivuli, Peter con il suo eterno problema alla gamba, e stasera anche sette ragazzi Sud Sudanesi ed Evelyn, la responsabile di Kivuli.

Tutto intorno al grande tavolo nel locale che a Kivuli è conosciuto come “Italian Restaurant”. Dileggi e risate e non finire ricordando gli impacci e gli errori di ognuno durante la pratica in cucina, lo stupore del cliente che si vede attorniato da sei camerieri, il rimprovero del capocuoco/istruttore Kasanga che ha sorpreso uno di loro che si si era fatto una fetta di pane e marmellata… Poi si alza J*** al quale da quando è arrivato non ho sentito dire più di 10 parole, con un cenno chiede il silenzio e recita una preghiera in inglese impeccabile. Applauso generale, J*** si guarda in giro e dice in un inglese non più perfetto perché improvvisato qualcosa tipo “Io chiedo scusa perché qui siete tutti troppo miei amici”. Altre risate, e M*** lo corregge “Non dovevi dire chiedo scusa, ma vi ringrazio”. J*** accetta la correzione con un sorriso, e non si azzarda a dire altro ma con un cenno invita ad incominciare il pasto. Spaghetti aglio olio peperoncino con contorno di cavoli stufati. Cala il silenzio. Il cibo lo si mangia con rispetto, quasi con devozione.

Ma cosa c’entra organizzare un corso di cucina con fare il missionario? Forse non c’entra niente con “fare il missionario” ma c’entra molto con l’”essere missionario”. E se non lo capisci io non posso spiegartelo, perché non lo capiresti mai, anche se te lo spiegasse un grande biblista. Ma ci provo. Le parole possono spiegare il Vangelo e approfondire la fede di chi già crede, solo eccezionalmente lo comunicano. Essere missionario è creare fraternità. Solo lo stare insieme, il vivere fianco a fianco, il condividere, l’amore vissuto possono comunicare il Vangelo. Questo è il linguaggio che tutti capiscono e che può comunicare la Vita.

Litanie per l’Africa

Papa Francesco ha aggiunto alle litanie lauretane anche le invocazioni “Mater misericordiae”, “Mater Spei” e “Solacium migrantium”. L’ultima, “Aiuto dei migranti” è un segno dell’attenzione dal papa al popolo dei migranti, un popolo fatto di genti dai mille colori e lingue e sofferenze. Un popolo che purtroppo continuerà ad aumentare negli anni a venire, a che ha tanti cittadini di origine africana. In un mondo in cui diminuiscono i diritti e crescono le ingiustizie siamo infatti destinati a vedere sempre più grandi masse di poveri che si spostano in cerca di dignità e pane.

In questo contesto ricordo una invocazione alla Madonna che fa parte della tradizione comboniana, “Mater Nigritiae” o “Madre della Nigrizia”. “Nigrizia” nella tradizione classica corrisponde all’espressione francese creata dal poeta senegalese Léopold Sédar Senghor, “négritude”, cioè l’insieme dei popoli di pelle nera e delle loro culture.

Nella foto l’ingresso della scuola di Koinonia a Nairobi “Domus Mariae Mater Nigritiae” con bassorilievi a grandezza naturale degli intagliatori di Kivuli che interpretano la Mater Nigritiae.

21 giugno. Coronavirus in Kenya (25)

A ieri le statistiche ci dicono che in Kenya c’erano 4,478 casi confermati di Covid-19, 1,586 guariti e 121 decessi. Nonostante che l’avanzata del coronavirus sia lenta il governo ha scelto di muoversi ancora con prudenza. Il ministero dell’educazione ha fatto sapere che le scuole – da primarie a università – potrebbero riaprire in settembre, se ma solo se ci saranno segnali che i contagi sono in diminuzione, altrimenti tutto potrebbe slittare più avanti, a gennaio. Considerando che l’anno accademico per la scuola primaria e secondaria va da gennaio a novembre e che quest’anno tutte le scuole hanno chiuso ai primi di marzo, significa che tutti gli studenti perderanno un anno scolastico. In Zambia, dove vige lo stesso anno accademico e l’evolversi della pandemia è stato simile, hanno invece già riaperto le scuole per gli studenti che dovranno sostenere gli esami a novembre.

La scuola è anche una protezione per bambini e adolescenti che a casa vivono in condizioni difficili, in quartieri sovraffollati e famiglie numerose che coabitano in una stanza. L’altro ieri i mass media hanno divulgato cifre allarmanti, anzi spaventose, circa l’aumento di stupri, incesti e gravidanze che coinvolgono minorenni, il tutto attribuito alle condizioni createsi in conseguenze del coprifuoco.

La corruzione continua senza sosta, la lista degli scandali per la sparizione di soldi arrivati da istituzioni internazionali per combattere la pandemia e spariti nelle tasche dei funzionari è lunghissima. Tony Idris, rifugiato sudanese che vive a Kibera da ormai 15 anni, mi dice: “Ogni tanto dicono che un capetto di partito – governo o opposizione, sono tutti al potere – è stato ricoverato d’urgenza. Ma tutto è in funzione di mantenere la tensione, In realtà qual funzionario è in vacanza a Mombasa, magari proprio coi soldi che ha rubato dalla cassa per il coronavirus. Per loro è un affare”. E qualche ragione indubbiamente ce l’ha.

Siamo in una società in cui il Covid-19 ha aumentato tensione e violenza ed ha fatto emergere gli aspetti peggiori. Anche le denunce contro i poliziotti sono sempre più frequenti, e fortunatamente l’onnipresenza degli smartphone, permette, sul modello americano, di accompagnare queste denunce con prove incontrovertibili. La scorsa settimana ha fatto scalpore il caso di una donna che, accusata di aver rubato, è stata presa, legata ad una motocicletta e trascinata a terra per decine di metri e poi ricoverata in condizioni disperate. Da un poliziotto, che è stato fermato dai passanti, e ripreso col cellulare.

A volte, dopo aver dato un’occhiata al giornale del mattino, ci si potrebbe scoraggiare. Poi alzo gli occhi dalle notizie del giornale, mi guardo intorno, e mi ritrovo con tante persone come me, che a volte fanno fatica a superare il male, però cercano di vivere la loro giornata con rispetto verso gli altri, amore per la famiglia e gli amici, gioia per il tempo condiviso. Persone che ogni giorno si rinnovano e crescono nel bene che hanno seminato ieri. Che nonostante tutto guardano agli altri con un sorriso che viene dal cuore.

14 giugno. Coronavirus in Kenya (24)

Non vorremmo più vedere bambini macilenti mendicare per le strade di Nairobi. Il rischio è che se ce ne siamo presi cura di cento, fra poche settimane quando la tensione per il timore del covid-19 si allenterà scopriremo che nelle stesse “basi” ne sono arrivati altri duecento. In questi tempi in cui la povertà cresce, i bambini filtrano della periferie povere verso il centro città, impossibile fermarli. Già ci sono i primi segnali. L’altro ieri la polizia di Kasarani ci ha chiamati per andare a prendere in consegna tre ragazzi quindicenni, nuovi alla vita di strada. Sono arrivati a Kerarapon impauriti e tremanti, con ancora addosso i vestii con cui erano scappati di casa 15 giorni fa. Perché? In casa non c’è da mangiare. Tutti di famiglie molto modeste, però fino a marzo frequentavano regolarmente la scuola. Poi le conseguenza economiche delle misure di contenimento del Covid-19 hanno fatto perdere lavoro ai genitori e senza alcune forma di sicurezza sociale è stata una discesa precipitosa vero la povertà e la fame.

In Kenya ci sono 46,639 persone di strada, secondo il primo censimento delle famiglie di strada, presentato alla stampa lo scorso mercoledì, che però fa una fotografia che risale a quasi due anni fa. La presenza più alta è a Nairobi, con 15,337, seguita da Mombasa con 7,529 e Kisumu con 2,746. Oltre il 75%, sia per i maschi che per le femmine, hanno frequantato alcune classi del ciclo primario, e il 14% ha frequentato il ciclo secondario. I “push factors” (cioè le motivazioni che le ha spinte in strada) sono stati, in ordine, la mancanza di cibo in casa, la non accessibilità ai servizi sociali, l’ostilità generale della società verso i poveri. I “pull factors” (le attrazioni) sono tutti parte del sogno di trovare una vita migliore in città. Sono cifre attendibili, come non ce ne sono mai state, ma da leggersi tendo presente che sono solo il numero delle persone che non hanno assolutamente più una casa di riferimento. A Nairobi i bambini che vivono in strada durante il giorno e rientrano a casa la sera, quindi “borderline”, sempre a rischio di finire in strada permanentemente, sono molti ma molti di più.

In questi giorni con il coprifuoco allentato (dalla scorsa domenica è dalle 21 alle 4) abbiamo più possibilità di muoverci e abbiamo incominciato a rintracciare le famiglie dei bambini che ci sono stati affidati. Prima quelli che provengono dai quartieri della città, poi quando si riapriranno i confini potremo andare a visitare le famiglie dei bambini provenienti da più lontano. I nostri operatori hanno le storie più diverse quando tornano da queste visite il cui risultato è sempre imprevedibile. Dalla vicina di casa che quando vede un bambino si mette a gridare “ma è tornato dai morti” e corre a chiamare la mamma che impazzisca di gioa riabbracciando il figlio che credeva ormai perso per sempre, al papà che non lascia entrare il figlio nella baracca spiegando a Besh che “è la quarta o quinta volta che ce lo riportano dopo che è scappato di casa portandosi via i soldi che la mamma si guadagna ogni giorno al mercato. Non lo voglio più vedere, Tenetevelo”.

Cominciamo a conoscere meglio anche i ragazzi più grandi che sono con noi ormai da due mesi. Dalle statistiche emergono volti di persone, ciascuna con i suoi problemi, i suoi sogni, la sua voglia di ripartire. Fra di loro un gruppetto che già aveva nozioni di saldatura (nelle foto Jousha e Daniel) e si è impegnato a riparare i letti a castello e le sedie in ferro delle nostre diverse case e scuole. Una decina di letti e quasi cento sedie sono state già rimesse a nuovo. “Finalmente lavoro, il sogno della mia vita” dice Daniel a tutti, mostrando orgogliosamente la fila di sedie ancora fresche di vernice.

Lo speciale TG! Che vi avevo segnalato è andato in onda la sera di domenica scorsa. Chi volesse lo può vedere su RaiPlay, al link qui sotto. Il reportage dal Kenya parte da 49′ 50″ e si vedono i nostri ragazzi a partire da 53′ 05”
http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/rubriche/ContentItem-9b79c397-b248-4c03-a297-68b4b666e0a5.html

6 giugno. Coronavirus in Kenya (23)

E’ un luogo comune che nei momenti di difficoltà le persone sono capaci di tirar fuori le energie migliori. Lo abbiamo sentito ripetere fino alla nausea negli ultimi mesi. A Nairobi abbiamo visto dei casi molto significativi,come Fred Juma.
Nato e cresciuto a Kibera, dove ancora abita, Fred è un ex-calciatore della nazionale kenyana. Cinque anni fa, ritiratosi dall’attività sportiva – che in Kenya ti arricchisce di popolarità ma di nient’altro -, ha dato vita ad piccola ONG, Green Card. Lo scorso agosto Fred si era entusiasticamente associato a Koinonia e alla fondazione Run4Future per organizzare una maratona che ha abbracciato Kibera.
Appena il coronavirus è arrivato in Kenya, Fred ha organizzato capillarmente incontri per spiegare le più importanti regole igieniche e l’uso delle mascherine. Poi ha tormentato supermercati nelle vicinanze, piccoli produttori che arrivavano al mercato e non riuscivano a vendere le patate o i cavoli, altre persone di pochi mezzi e tanta buona volontà, finché è riuscito a creare una catena di solidarietà per provvedere ai bisogni dei più poveri. Niente di originale, ma fatto con tanta dedizione e passione, arrivando là dove nessun altro riesce ad arrivare.

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