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On the (yellow) train of modernity – Sul treno (giallo) della modernità

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Il primo tratto (Mombasa-Nairobi) della nuova linea ferroviaria che attraverserà il Kenya e che in futuro proseguirà verso la capitale ugandese Kampala sta per essere completato ed è destinato a definire il futuro di questo paese.
I lavori del tratto di 472 km sui 1.300 previsti in territorio kenyano sono iniziati nel 2013 e si prevede saranno terminati nel giugno 2017, in tempo per le elezioni presidenziali fissate per il successivo 8 agosto. Il viaggio da Mombasa e Nairobi sarà ridotto da oltre 12 ore a 4 per i passeggeri e a 8 ore per i treni merci, con la previsione che in un anno potranno essere trasportate 22 milioni di tonnellate di merci. Costruito dalla China Road and Bridge Corporation e finanziato al 90% dalla Export-Import Bank of China il costo è calcolato in 3 miliardi di euro, a cui bisogna aggiungere circa 200 milioni di euro per le stazioni, che a Mombasa e Nairobi includeranno grandi shopping mall e alberghi finanziati da compagnie locali e internazionali, e che saranno successivamente collegate con i rispettivi aeroporti con linee metropolitane veloci.
C’è già in programma che la ferrovia dal confine occidentale del Kenya prosegua fino a Kampala, Uganda e da lì si ramifichi verso Juba, Sud Sudan e Kigali, Rwanda. Nel percorso da Mombasa a Nairobi ci saranno cinque grandi stazioni intermedie e altre trentatré di minore importanza. La Cina fornirà cinquantasei locomotive a motore diesel (l’elettrificazione è prevista solo fra qualche anno), mille e seicento venti vagoni merci e quaranta carrozze passeggeri. La nuova ferrovia si snoda per la maggior parte del percorso parallelamente alla vecchia ferrovia e alla strada, deviando solo quando necessario per evitare tratti troppo ripidi. Il segmento che attraversa il parco naturale dello Tsavo è in gran parte sopraelevato, per garantire la possibilità agli animali di spostarsi seguendo le loro piste tradizionali. Oltre a ridurre il traffico sulla congestionatissima strada, dovrebbe promuovere il turismo, con l’offerta di una vista spettacolare sui parchi e la Rift Valley.
È di gran lunga il progetto più ambizioso e costoso che il Kenya abbia intrapreso dall’indipendenza ad oggi, e coloro che sono contrari accusano l’attuale governo di creare un indebitamento e una dipendenza dall’economia e tecnologia cinese per decenni a venire.
La seconda fase del progetto, da Nairobi al confine con l’Uganda, dovrebbe iniziare presto ma è bloccata da molte controversie. La più rilevante riguarda il percorso da seguire in uscita da Nairobi. Secondo il progetto governativo il nuovo percorso in uscita da Nairobi non potendo più muoversi parallelamente alla vecchia linea perché ormai l’area è tutta costruita, dovrebbe attraversare il Nairobi National Park, unico parco al mondo situato entro i confini di una grande metropoli. Ecologisti e conservazionisti si oppongono strenuamente, sostenendo che ciò segnerebbe la fine del parco, già pesantemente penalizzato dalla circonvallazione costruita due anni fa e da precedenti sviluppi urbani abusivi, fatti ai tempi del presidente Moi negli anni Novanta, con la sua connivenza.
Quelli del Lunatic Express
Le controversie non furono poche anche oltre un secolo fa, quando fu costruita le vecchia linea, partendo nel 1895 da Mombasa, raggiungendo Nairobi nel 1900 e Kisumu nel 1902. È ancora la spina dorsale del paese e intorno a essa sono sorte le principali città, inclusa Nairobi, descritta allora come zona “paludosa e malsana”. A quel tempo la forza lavoro era costituita essenzialmente da indiani, appositamente reclutati, che poi si stabilirono in Kenya dando vita a una numerosa e prospera comunità. Nel 1898, quando si stava costruendo il ponte sul fiume dello Tsavo, almeno 35 (ma alcuni sostengono più di 100) lavoratori indiani furono divorati dai leoni. Su questo episodio John H. Patterson, il direttore dei lavori, scrisse un libro e dal 1950 ad oggi sono stati realizzati una mezza dozzina di film. Gli oppositori dell’impresa nel parlamento di Londra, l’allora potenza coloniale, la giudicarono inutile e la chiamarono ironicamente Lunatic Express, perché voluta da lunatici.
Ma il “serpente di ferro”, come venne invece chiamato dai locali, fu il motore della crescita del Kenya. Costruita a scartamento ridotto è oggi obsoleta (è ancora ironicamente chiamata Lunatic Express per indicarne l’inaffidabilità) è ormai largamente insufficiente a smaltire il traffico dei container che dal porto di Mombasa devono proseguire per Nairobi e poi verso tutti i paesi dell’interno, Uganda, Sud Sudan, Rwanda, Burundi e la parte orientale della Repubblica Democratica del Congo.
La nuova linea ferroviaria è l’icona del nuovo Kenya. A Nairobi negli ultimi anni sono sorti enormi palazzi in cemento e vetro destinati a uffici di lusso, e i grandi centri commerciali nascono come funghi. Nel sobborgo di Karen – prende il nome dalla scrittrice danese Karen Blixen che possedeva tutta l’area – fino a vent’anni fa un semplice incrocio stradale con pochi negozi e tre ristoranti, si vedono oggi tre grandi centri commerciali, più palazzoni di lusso. Non è ancora finito il battage pubblicitario per un centro commerciale che si annunciava come il più grande del Kenya, con ristoranti che si affacciano su un lago artificiale, che inizia la costruzione di un altro, “il più grande d’Africa”, comprendente altre mirabolanti novità.
Basta essere assenti per qualche mese e ci si trova disorientati. Catherine Njuguna, emigrata a New York dieci anni fa, neo-laureata cerca di fortuna appoggiandosi ad un fratello partito in precedenza, e rientrata a Nairobi con in tasca ben poco a parte le cittadinanza americana, non crede a suoi occhi: “Mentre io ero in America, l’America è venuta qui!”
È una rincorsa alla classe medio-alta, che secondo le statistiche è in continua crescita, senza alcuna considerazione per i milioni, letteralmente, di poveri che vivono nella miseria degli slum della capitale keniana e non possono neanche permettersi il lusso di prendere il trasporto pubblico per andare al lavoro, costretti così a farsi chilometri a piedi ogni giorno.
Alcuni esperti del settore preannunciano che la bolla urbanistica presto esploderà, già ci sono i sintomi: centinaia di uffici e abitazioni di lusso vuote, eccedenti la domanda. Ma Nairobi sembra ancora in preda ad un’ubriacatura collettiva di consumismo, un desiderio smodato di lusso e di “modernità” che non accenna a diminuire.
Ci sono in Kenya due economie, una che viaggia con l’alta velocità e l’altra con il Lunatic Express. Due economie che vivono fianco a fianco e non si incontrano mai. L’alta borghesia, la classe politica, i dipendenti della compagnie internazionali, i funzionari delle innumerevoli agenzie delle Nazioni Unite, delle ambasciate e delle grandi ong che appena hanno un mal di denti vanno a farsi curare a Londra, e i poveri cristi che mangiano una volta al giorno. O non mangiano per niente, per la siccità che sta devastando il nord del paese. Notizia che nei giornali locali è sempre pudicamente relegata nella pagine interne.
Mi dice un amico francese che lavora a Gigiri, il grande quartiere sede dei diversi uffici delle Nazioni Unite, «ci sono dei miei colleghi la cui vita si svolge tutta a Gigiri, nei centri commerciali, nelle scuole internazionali se hanno dei figli, negli alberghi di lusso in occasione di convegni, nei ristoranti, e per spostarsi dispongono di un auto con autista. Se si sentono in vena di grandi avventure, alla Hemingway, fanno una visita a un parco, pernottando in “tende” dotate di tutti i servizi, buffet all’aperto, tre giorni tutto compreso per una cifra equivalente allo stipendio sommato del cuoco, autista, giardiniere e donna delle pulizie che li servono nella loro casa privata. Non hanno mai visto non dico uno slum, ma neanche un quartiere povero. Questa è la città simbolo dell’ingiustizia sociale mondiale».
Interessi comuni
La nuova ferrovia è anche simbolo del crescente prestigio del presidente Uhuru Kenyatta, che alcuni sondaggi danno per vincente alle elezioni del 2017 con oltre il 60% dei voti. Indubbiamente è un abile politico, che è riuscito a riconciliare entro il suo partito fazioni e tensioni etniche che solo pochi anni fa sembravano irrevocabilmente avverse. Che è riuscito ad attirare investimenti e a mantenere equilibrio fra gli alleati internazionali, anche se la crescente importanza della Cina nell’economia keniana suscita non pochi malumori a Londra e Washington. Quando è entrato nell’agone politico nel 2002, Uhuru era stato visto importante solo per il nome (suo padre Jomo Kenyatta è stato il primo presidente del Kenya) e per la consolidata ricchezza familiare, ma con gli anni si è rivelato molto abile e capace di superare ostacoli e attrarre investimenti là dove il suo predecessore Mwai Kibaki aveva fallito. Kibaki ha lasciato a Kenyatta anche la pesante eredità dell’intervento militare in Somalia, che continua a causare le rappresaglie di Al-Shabaab, e i trementi atti di terrorismo che insanguinano il Kenya, l’ultimo poche giorni fa a Mandera, con dodici e molti feriti.
La nuova ferrovia sarà anche il segno visibile della dipendenza dalla Cina, di cui si è già parlato. Un’intera generazione di ingegneri andrà in Cina a studiare per garantire il perfetto funzionamento di tutta la ferrovia, ed è facile pensare che i contratti per le compagnie cinesi continueranno ad aumentare. I cinesi rigettano le accuse di gestire in modo autonomo tutte le operazioni connesse al gigantesco progetto, e il responsabile del Public Service del Kenya, Nzioka Waita, ha recentemente precisato che durante la costruzione della ferrovia oltre 30mila keniani sono stati assunti a tempo pieno e che è in corso un processo di capacity building e trasferimento delle responsabilità
Dal canto suo, Macharia Munane, professore universitario di relazioni internazionali, ha sostenuto sull’agenzia d’informazione cinese Xinhua, che la modernizzazione delle reti ferroviarie e stradali in Africa realizzata del governo cinese negli ultimi anni è qualcosa che nessun potere coloniale ha mai fatto e che la cooperazione fra Africa e Cina è basata sulla realistica percezione di interessi comuni ed è destinata a continuare.
Ma il grande progetto ferroviario è anche un nodo che evidenzia lo scontro fra uomo e natura. In Kenya come in poche altre parti del mondo balza agli occhi come la crescita demografica e la modernità siano in competizione con l’ambiente naturale, e l’ambiente, gli animali in particolare, siano sempre perdenti.

To make peace on the road to Assisi – Fare pace in cammino verso Assisi

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Quante guerre ci sono in Africa?” Il 9 ottobre, mi ero inserito negli ultimi chilometri della marcia da Perugia ad Assisi per la pace e la fratellanza quando una bambina di 10 o 12 anni, mi si è affiancata e mi ha posto questa domanda. Non ho risposto subito, mi son fermato un po ansante sul ripido approccio finale alla città di San Francesco ed ho fatto finta di pensare, mentre in realtà stavo semplicemente recuperando il fiato. “Proviamo a contarle insieme”, ho detto, prendendo il mio tempo e contando con le dita, “Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Somalia … e poi, sai, le guerre hanno radici diverse, non si può farne semplicemente un elenco…” ma lei non molla “mio papà dice che tu vieni dall’Africa e sai rispondermi. Quante sono le guerre in Africa? ”
L’Africa è percepita in Europa come un continente in guerra. Nei mass media europei, dell’Africa si parla quando ci sono guerre, atrocità e violenza. Si crea una percezione sbagliata che è difficile da contrastare.
Di fatto l’Africa a sud dell’equatore, Repubblica Democratica del Congo a parte, non ha conosciuto nessuna guerra dall’inizio di questo secolo; gravi ingiustizie economiche e strutturali, sì, repressione e violenza interna sì, ma nulla che potremmo definire una guerra civile o una guerra tra stati. Al Nord le guerre si sono sviluppate tutte in una grande area di stati confinanti che includono Libia, Sudan, Ciad, Sud Sudan, Repubblica Centrafricana, la parte orientale della Repubblica Democratica del Congo. Più due paesi non geograficamente confinanti con questa area, Mali e Somalia. Tutte queste guerre sfidano spiegazioni semplicistiche. Per capirne e spiegarne i legami, le somiglianze e le differenze non basterebbe un libro. Impossibile spiegarle in pochi minuti ad una bambina che molto probabilmente non sarebbe nemmeno in grado di localizzare questi paesi in un atlante geografico. Continuando il cammiano ho ripendato alle guerra africane che conosco meglio..
Alla base di ogni conflitto c’è un forte interesse nazionale o etnico. Spesso la dimensione nazionale viene rappresentata da una persona, un leader, che ne diventa il portavoce e l’icona, per il bene o per il male. In alcuni casi l’interesse, specialmente in campo economico, è cosi forte che il leader mette in second’ordine i bisogni e i diritti degli altri, incurante delle conseguenze. L’obiettivo, che sia il controllo delle risorse minerarie o le rivendicazione di sacrosanti diritti, diventa un idolo da raggiungere ad ogni costo. E il leader persegue il proprio interesse egoistico nascondersi dietro gli interessi nazionali. Il caso peggiore è il Sud Sudan, dove due leader hanno preso in ostaggio l’intero paese al servizio dei propri personali interessi, trasformando la vita dei cittadini in un incubo.
Quando mi è capitato di essere coinvolto in un paio di occasioni in “colloqui di pace”,che i colloqui falliscono se i leader hanno a cuore solo il proprio interesse e il proprio potere personale. Ai leader non interessano più le conseguenze che le loro decisioni possono avere per il popolo. Sono pronti a sacrificare senza esitazione la vita di migliaia persone. Ora, dopo molti anni, mi ricordo il commento di un anziano operatore umanitario americano in Sudan che mi disse “Padre, ho sentito che sei coinvolto nei colloqui di pace tra i nostri due ineffabili signori della guerra. In bocca al lupo! Secondo me è tanto utile quanto spalar m**** in salita”. Un po ‘volgare, ma saggio. Anche se, come cristiani, siamo disposti a spalare qualsiasi cosa pur di servire la pace, e mantenere aperte le possibilità di dialogo.
Sulla base dell’interesse nazionale si inseriscono alleanze internazionali, gli interessi economici delle grandi potenze e delle multinazionali, in genere petrolifere o minerarie, spesso esasperando e sfruttando le tensioni locali, fornendo armi e creando situazioni difficilmente sanabili. Sono il più grande ostacolo al raggiungimento della pace.
D’altra parte che imporre la pace con la forza delle armi, o la coercizione diplomatica, o il ricatto degli aiuti può dare solo i risultati a breve termine. I nodi irrisolti si riproporranno, a volte con modalità ancor più esasperate. Abbracciare la pace dopo anni di guerra e di violenza implica un vero e proprio cambiamento del cuore, un riconoscimento degli errori, un senso di pentimento. In caso contrario, la violenza e la guerra tornano.
La pace non durerà neanche se tutte le parti coinvolte non prendono parte al processo di pace. Tutte le rimostranze di tutti devono devono essere ascoltate. Tutti i diritti di tutti devono essere rispettati, altrimenti le voci represse torneranno a farsi sentire con più forza. Quando nel 2005 fu firmato il cosiddetto “accordo di pace globale” per porre fine alla guerra civile dell’allora Sudan unito, erano stati coincolti solo alcuni degli attori sulla scena politica e militare. I negoziatori si rifiutarono di ammetterne altri, considerati irrilevanti. Quegli attori “minori” avrebbero potuto essere un fattore stabilizzante, invece ora stanno contribuendo al caos.
La violenza genera altra violenza, si dice sempre. Dom Hélder Câmara, il vescovo brasiliano difensore della giustizia e della pace durante la seconda metà del secolo scorso, ha parlato di una “spirale di violenza”. Solo la nonviolenza può spezzare la spirale della violenza. “Nonviolenza” è diversa da “non violenza”. Quest’ultimo indica semplice assenza di violenza, mentre la nonviolenza prevede un processo attivo di costruzione della pace, e di educazione alla pace.
Quando gli interessi personali e nazionali prevalgono il perdente è l’interesse comune, o diremmo con Papa Francesco, il bene comune, il bene di tutti. In questi giorni di globalizzazione, il bene comune significa il bene di tutta l’umanità, il bene di tutto il mondo.
La costruzione della pace è un processo permanente. Non è sufficiente un cambiamento del cuore di tutte le parti, o di un’intera nazione. Il cuore umano è tale che se un granello di odio rimane nascosto, prima o poi crescere di nuovo come un albero velenoso. Una pace duratura richiede un impegno costante, l’educazione ai diritti umani, il rispetto per gli altri, la dedizione al bene comune.
Noi cristiani siamo chiamati da Gesù ad essere operatori di pace, abbiamo una speciale responsabilità. Come chiesa abbiamo una straordinaria capacità di raggiungere il cuore delle persone e di educare alla pace.
I marciatori sono ormai quasi tutti arrivati sulla Rocca sopra Assisi dove sarà lanciato un ultimo appello per la pace, prima che si disperdano. La bambina è ancora accanto, e mi scruta con occhi curiosi. Certamente sta per ripropormi la domanda iniziale. Cosa le posso dire? “Lascia perdere i numeri, guarda le persone. Se tu ed io continuiamo a camminare sulla via della pace un giorno non ci saranno più guerre.”

Perché partecipare alla Marcia Perugia – Assisi

Mi hanno chiesto perché il 9 ottobre parteciperò alla Marcia della Pace e della Fraternità da Perugia ad Assisi.
E’ molto semplice.
Perché ho visto la guerra. Sui Monti Nuba in Sudan ho visto la popolazione civile rifugiarsi nelle grotte e viverci per settimane per sfuggire ai bombardamenti del governo di Khartoum. Gli occhi terrorizzati dei bambini. La paura che ti rode le viscere quando senti i fischi e poi le esplosioni delle bombe che ti cadono tutto intorno. Le grida di chi fugge e dei morenti. L’odore di morte quando tutto è finito.
Perché ho visto le conseguenze della guerra. Ho visto il campi dei darfuriani rifugiatisi sui Monti Nuba. Dei nubani rifugiatisi in Sud Sudan. Dei sudanesi, somali, ruandesi, burundesi rifugiati in Kenya e in Zambia. Conosco il degrado e la miseria dei rifugiati che vivono nella periferia di Nairobi. Il dolore del vivere lontano dalla famiglia. La disperazione che spinge a tentare di andare ancora più lontano, a rischiare la vita, attraversare il mare andando incontro ad un mondo ignoto.
Perché ho conosciuto i mutilati, gli ex-bambini soldato, gli occhi spenti di chi ti racconta la morte orribile dei propri cari
Sarò alla Marcia da Perugia ad Assisi perché sono consapevole che nel mondo è in atto in grande conflitto alimentato dai mercanti di armi, dai drogati del potere, dai prigionieri dell’odio e dell’egoismo, ai danni dei poveri e dei senza potere. Partecipando alla marcia vorrei diventasse chiaro che nonostante le mie incoerenze mi voglio schierare dalla parte delle vittime dell’ingiustizia e della sopraffazione, contro la cultura della morte e dello scarto. Vorrei che questa marcia rappresentasse la volontà di tanti di fermare nuove guerre, nuove violenze.
Perché non voglio essere corresponsabile delle sofferenze di tante vittime innocenti: i bambini, gli anziani, i perseguitati, le persone abusate, private di libertà e di dignità, gli esuli, i profughi. Tutti coloro ai quali è stato rubato il gusto della vita. Perché non vorrei partecipare mai più a giornate di ricordo per i disperati che sono morti in mare sfuggendo alla guerra, ma a giornate di gioia per celebrare la fraternità ritrovata.
Perché credo in una chiesa che preferisce accogliere piuttosto che giudicare, stare dalla parte dei poveri, dei perseguitarti, delle vittime delle guerre piuttosto che dei vincenti. Perché credo che potremmo essere vincenti tutti insieme solo costruendo fraternità e pace.

Non è il nostro gioco

L’utopia di Assisi e la realtà dell’Africa in un dialogo con alcuni giovani keniani.

A Nairobi le parole di papa Francesco arrivano affievolite dalla distanza, dal filtro dei mass media, dalla lingua. Ho invitato un gruppo di giovani a leggere insieme il discorso del papa ad Assisi, in inglese. Tre sono i passaggi che più hanno attirato la loro attenzione. Quello che richiama alla responsabilità per tutti i cristiani di partecipare, immergersi, nei drammi del nostro tempo.
“La nostra strada è quella di immergerci nelle situazioni e dare il primo posto a chi soffre; di assumere i conflitti e sanarli dal di dentro; di percorrere con coerenza vie di bene, respingendo le scorciatoie del male; di intraprendere pazientemente, con l’aiuto di Dio e con la buona volontà, processi di pace”.
Poi la richiesta creare una cultura dell’incontro.
“Pace significa Educazione: una chiamata ad imparare ogni giorno la difficile arte della comunione, ad acquisire la cultura dell’incontro, purificando la coscienza da ogni tentazione di violenza e di irrigidimento, contrarie al nome di Dio e alla dignità dell’uomo”.
E infine la constatazione che è necessario vivere insieme.
“l nostro futuro è vivere insieme. Per questo siamo chiamati a liberarci dai pesanti fardelli della diffidenza, dei fondamentalismi e dell’odio. I credenti siano artigiani di pace nell’invocazione a Dio e nell’azione per l’uomo!”
Non tutte le razioni sono positive. “Impossibile, sono utopie” dice Kioko, vent’anni, studente d’informatica. Invece Karen, studentessa in procinto di terminare un diploma in sviluppo comunitario, ha una domanda: “Ma la chiesa ha sempre insegnato queste cose? Io frequento la mia parrocchia e non me ne ero mai accorta!”. Mi sento parte in causa, anche se non sono il suo parroco, e dico che forse ne hanno parlato in modo generico, e il discorso per l’impegno per la pace era implicito. Ma devo ammettere che la sua osservazione non mi meraviglia, la dottrina sociale della chiesa non è un argomento frequente dai pulpiti di Nairobi.
Superate le obiezioni ci siamo guardati intorno per capire come vivere le parole del papa, e quale potrebbe essere una nuova dimensione dell’impegno cristiano in Africa. A parte le conclusioni riguardanti l’impegno personale e di gruppo, sono emerse delle osservazioni che fanno capire come i giovani di Nairobi siano attenti a quanto sta succedendo in Africa.
Quasi tutti convengono che in Kenya sta prendendo forza l’idea di superare il tribalismo, o l’”etnicitismo negativo” come si deve dire per essere “politically correct”, e di parlare in termini di unità nazionale. Ma questo viene anche usato per demonizzare gli avversari, come abbiamo visto con Jubilee, il partito dell’attuale presidente Uhuru Kenyatta, che si sta consolidando al di fuori delle zone tradizionali di influenza. C’è però il timore per una politica che al di là della grandi parole sbandierate, sta diventando sempre più uno spettacolo. La recente assemblea fondativa si è svolta sul modello delle convention del partiti americani, con scenografie accuratamente preparate e dirette televisive non-stop. E’ un modo di far politica che non aiuta la partecipazione vera e il dibattito sulle idee e i programmi. Nasconde una voglia, di egemonia, di totalitarismo, come quella che si è manifestata, in modi diversi durante e dopo le recente elezioni in Gabon e in Zambia. Chi è il potere non accetta di perdere, ed è pronto senza esitazione e ricorrere alla violenza delle armi, come in Gabon, o al controllo dei mass media, come è successo in Zambia. Anche in Zambia il partito al potere ha vinto perché è riuscito a dipingere l’opposizione come tribalista e potenzialmente pericolosa per l’unità dal paese. La Somalia è un disastro incomprensibile. Peggio ancora il Sud Sudan, dove i due principali leader, Salva Kiir e Riek Machar per fidelizzare i propri sostenitori hanno fomentato il peggior tribalismo immaginabile, più o meno apertamente approvando i massacri fatti nel loro nome, creando di conseguenza una situazione dove oggi sembra impossibile una riconciliazione interna, se non fra qualche generazione. Forse solo la Tanzania sembra quietamente e sicuramente muoversi in una direzione diversa, con una crescita di un sentimento di unità che non appiattisce le differenze e le particolarità delle diverse componenti etniche. E la corruzione? Endemica ovunque, in Kenya in particolare ha raggiunto proporzioni che nessuno sembra in grado di controllare. Le chiese, incapaci di comunicare con i giovani urbanizzati, che fanno tanta fatica a dialogare fra di loro e con l’Islam. Il quadro che i giovani vedono intorno a loro non è incoraggiante. Kevin, venticinquenne giocatore di calcio quasi professionista (un paio di centinaia di euro al mese fra contanti e pasti) e anche grande lettore delle pagine di analisti politica dei quotidiani nazionali, conclude la carrellata che è durata oltre mezzora, con “Non abbiamo ancora imparato a giocare il gioco della democrazia con le regole che sono state inventate dagli altri. Non è il nostro gioco, e anche gli allenatori e gli arbitri non sono dei nostri. Rimettiamo noi giovani la palla al centro e riproviamo”.
In questo contesto è possibile parlare di impegno cristiano, di cultura dell’incontro, di vivere insieme di essere artigiani di pace? Non solo è possibile, è doveroso, acconsentono tutti. Ma non è facile.
Cito Bernhard Haring teologo morale che già nel 1995 diceva che da oltre vent’anni (quaranta da oggi!) ci sono voci che auspicano l’avvento di un’autentica comunità mondiale nella quale siano riconosciuti la dignità di ciascuno e nella quale ogni nazione capisca di non poter pensare al proprio bene senza interessarsi al benessere di tutti. Pur con l’avvertimento che non appena pensiamo a strutture mondiali efficaci indietreggiamo per paura “della bestia che sale dall’Abisso” (Apocalisse 11,7) temendo l’instaurazione di una tirannia universale. Haring sosteneva che il rimedio non sta nel rifugiarsi negli individualismi e nazionalismi ma nell’attuare progressivamente strutture che favoriscano partecipazione e responsabilità. Poi cito un messaggio di Paolo VI, il quale nel 1971 diceva “Tutti gli uomini nascono liberi a uguali nella dignità e nei diritti, essi sono dotati di ragione e di conoscenza e devono comportarsi gli uni verso gli altri come fratelli, Non torniamo indietro, diamo applicazione logica e coraggiosa a questa formula: ogni uomo è mio fratello”.
Solidarietà, pace, fratellanza universale. Stava sognando Paolo Vi quando pronunciava questo messaggio? O è questo l’orizzonte della storia nonostante tutte le presenti difficoltà?
Karen è persa nei suoi pensieri. Poi sbotta con una frase che diventa la conclusione dell’incontro: “Vorrei essere capace di contribuire a realizzare l’utopia di Paolo VI e di papa Francesco. Il nostro futuro non deve essere lasciato in mani a uomini – e sottolinea con forza uomini – come Salva Kiir e Riek Machar”.

The old/new mission – La “missione liquida”

La crisi degli istituti missionari e le nuove prospettive aperte da Papa Francesco.

I vecchi missionari, che ho conosciuto quando ero giovane tanti anni fa, dicevano che ogni volta le partenze diventavano più difficili. Le loro partenze erano poche, la prima volta in genere quand’erano poco più che ventenni, seguita da una lunga permanenza in Africa, poi una seconda e quando ce n’era una terza era già quasi certamente l’ultima. I viaggi dall’Italia al Sudan o all’Uganda duravano settimane e settimane, erano costosi ed estremamente disagiati.
Da novizio mi vene affidato l’incarico di accompagnare a casa una suora comboniana che rientrava in Italia dopo essere partita nel 1938. Era il 1964, e vidi quella suora ormai molto anziana scoppiare a piangere perché non riconosceva più neanche la strada e la casa in cui era cresciuta e dove ancora abitavano i suoi fratelli. Il torrente presso cui giocava da bambina era stato coperto da una grande strada asfalta. Capii che i ritorni potevano essere ancor più dolorosi delle partenze.
Se chiedevi a questi missionari perché erano partiti ti parlavano di motivazioni che oggi ci fanno sorridere e ci sembrano semplicistiche e infantili – salvare le anime, battezzare e mandare in cielo anche solo una persona morente, portare la luce del Vangelo, curare i bambini malati – ma poi approfondendo ti accorgevi che la motivazione era la più autenticamente evangelica, l’amore per Dio e l’amore per il prossimo. Se avevi la pazienza di continuare ad ascoltare le loro interminabili storie capivi quanto fossero profondamente radicati in uno spirito di servizio e di sacrificio. Erano pronti a tutto, con semplicità, fino alla morte, per le persone alle quali erano stati mandati e con le quali erano entrati in comunione di vita.
Oggi si sono moltiplicate le partenze – nel senso che nella vita un missionario parte e rientra molte volte – e le motivazioni si sono fatte più sofisticate. Si parte e si rientra come minimo ogni tre anni, a volte anche più spesso. Tre mesi di vacanza, e poi via, quasi in incognito. Si è fortunati se le parrocchie e le diocesi di origine manifestano qualche interesse. Un missionario olandese mi diceva “Vengo da una famiglia numerosa, con otto figli, adesso i mie sette fratelli e sorelle hanno un totale sei figli. I nipoti sono solo tre. Nessuno più è un credente praticante, ma quel che è perfino peggio è che non c’è neanche il senso di essere una famiglia. Quando vado in vacanza mi sento un alieno”.
Secolarizzazione e globalizzazione, hanno annullato la dimensione geografica della missione. Le motivazioni sono elaborate in seminari, incontri e workshop con teologi d’avanguardia – ma il numero dei missionari Europei è in decrescita vertiginosa e alcuni istituti missionari, come gli svizzeri Missionari di Betlemme, stanno per estinguersi. L’impegno dei pochi giovani missionari non è sufficiente a rivitalizzarli. Certo, non mancano anche oggi coloro che sono disposti a dare la vita, e la danno, come ci ricorda ogni anno l’elenco dei missionari uccisi nel corso della loro missione. Ma noi missionari crediamo ancora alla specificità della nostra vocazione?
La missione nuova, è una nuova sfida, una frontiera non fisica, che inizia nel cuore dello stesso missionario e si estende a tutto il mondo. E’ una visione della missione più autentica, basata sulla consapevolezza della necessità della propria conversione prima che di quella degli altri.
Alcuni parlano di “missione liquida” in analogia al concetto di “società liquida” di Zygmunt Bauman. Secondo Baumann viviamo in una situazione di crisi delle comunità tradizionali: crollati i valori comunitari, mancando un punto di riferimento, tutto si dissolve in una sorta di liquidità. La salvezza individuale viene identificata con l’apparire e il consumare. Emerge un individualismo sfrenato, dove non ci sono più compagni di strada, solo concorrenti e avversari da cui bisogna difendersi e possibilmente sconfiggere. Se non appari, non esisti, se non consumi, non vali nulla. Cosa c’è di più distante dal Vangelo?

Essere missionari in questo contesto di liquidità disorienta molti. Invece di approfittare delle nuove opportunità ci si spaventa per i possibili rischi e ci si chiude sulla difensiva, nei propri castelli mentali. Le motivazioni alla missione hanno una coloritura sempre più personale, profonda. Cosi personali da diventare evanescenti, inafferrabili, a volte la persona stessa non riesce a spiegarle… Si rischia di perdere i punti di riferimento forti. In una liquidità che per sua natura livella, appiattisce tutto sul minimo comun denominatore, la missione diventa sempre più simile all’azione umanitaria di una ONG, come ha più volte notato papa Francesco.
Eppure questo momento è il momento in cui papa Francesco chiama la chiesa ad uscire, ad essere missionaria. A rimettere al centro del suo annuncio il Vangelo della misericordia, il Dio Padre misericordioso proclamato da Gesù. E’ una chiamata certamente capita e condivisa dai missionari ancora attivi. Le istituzioni però hanno più difficoltà che non le persone ad entrare nelle nuove logiche della missione. Le istituzioni, anche se si tratta di istituti religiosi a vocazione eminentemente missionaria, per loro natura tendono a difendere la stabilità, la conservazione, se non sono addirittura legate alla logica della gerarchia, del controllo, del potere. Fanno fatica a recepire la libertà, lo slancio, l’apertura, il rischio come valori. Una persona, o un piccolo gruppo guidato da un carismatico come Daniele Comboni, per esempio, poteva centocinquat’anni fa decidere di affrontare una missione rischiosa al limite dell’incoscienza. Invece un’istituzione, specialmente un’istituzione che si sente minacciata nella sua stessa sopravvivenza, nomina una commissione perché esamini tutte le opzioni possibili, e prima di fare un passo che sia anche solo potenzialmente rischioso si cautela con una sostanziosa assicurazione. Abbiamo visto in Europa come anche gli istituti missionari facciano fatica a recepire gli stimoli di papa Francesco all’accoglienza, all’uscire dalla situazione di tranquilla continuità, di sicurezza, e mettere a disposizione le persone, le case, per un servizio ai migranti.

E’ difficile declinare la tradizionale audacia missionaria nei nuovi contesti sociali o geopolitici. Da bambino ascoltai affascinato la storia del mio concittadino padre Giovanni Mazzucconi, oggi proclamato beato, che parti per la Papua Nuova Guinea, quasi esattamente dall’altra parte del mondo, circa 150 anni fa. Fu ucciso, ancora trentenne, poco dopo l’arrivo. E’ una storia ricca di avventure, di luoghi esotici, di gente con tradizioni strane. Una storia di coraggio al limite dell’incoscienza, di sacrificio, di totale dedizione a Dio. Tutti ingredienti capaci di infiammare l’anima di un bambino. Oggi non possiamo neppur immaginare storie del genere. Non ci sono nuovi continenti da esplorare, le persone non raggiunte dal messaggio del Vangelo vivono in nazioni e città dove i compagni di scuola della mia infanzia vanno per routine a fare affari o in vacanza, perché ormai sono in pensione. Le discriminazioni, le ingiustizie, le guerre di cui sono vittime appaiono cosi spesso sui nostri teleschermi da essere diventate banali e non attirano più la nostra attenzione. Forse siamo ancora capaci di metterci in viaggio, magari anche in una zona di guerra, per andare a portare conforto ad una comunità cristiana lontana e isolata. Ad affrontare fame, malattie, pericoli di ogni sorta. Eppure il richiamo romantico delle avventure dei missionari d’una volta non c’è più. Il missionario eroe che apre un intero paese al Vangelo non c’è più, ed è meglio cosi, vorremmo meno eroi e più umili lavoratori al servizio del Vangelo. Il problema è che non abbiamo trovato nessun sostituto. La sparizione del richiamo romantico a volte si è portata via anche la motivazione genuina. Andiamo ad annunciare il Signore Gesù, o a fare un lavoro puramente umanitario? Ci sono ancora frontiere, o periferie? Dove sono i nuovi areopaghi?
Le nuove frontiere sono aride e asettiche, e ci spaventano più che non i deserti, le foreste e gli oceani. Avventurarci nel mondo dell’informazione e specialmente dei social media, per esempio, ci fa paura. Cosi alla fine dello scorso anno abbiamo visto gli istituti missionari italiani chiudere l’agenzia di informazione Misna di cui erano fondatori e proprietari, l’unica agenzia di notizie in Europa che offriva quotidianamente decine di notizie in quattro lingue in una prospettiva di promozione dei diritti umani, della pace, della giustizia, del rispetto del creato. Una decisione sconcertante, presa ai livelli più alti degli istituti missionari italiani, proprio da parte di coloro che dovrebbero rilanciare gli istituti verso le nuove frontiere. Rinunciare ai mezzi di comunicazione è la cosa più assurda che possa fare chi è chiamato all’annuncio. Migliorarli, trasformarli secondo le necessità e le nuove tecnologie, si, ma chiudere senza proporre alternative? Davvero, l’alto mare della comunicazione spaventa.
Trasformare ogni cosa
E’ pur vero che sono proprio i missionari di frontiera sono quelli che si sentono più a disagio nel mondo della comunicazione moderna. Chi vive comunicando la sua fede attraverso i gesti della vita quotidiana e cura con attenzione la crescita di relazioni umane profonde con il prossimo, si sente fuori posto a far salotto in un programma televisivo. Raramente sono persone che “bucano” gli schermi. Hanno una profonda diffidenza verso un mondo in cui la cosa più importante è l’apparire. Il contrario dello scomparire perché “Lui” cresca, come da Giovanni Battista in poi i veri precursori hanno imparato a comportarsi. Quando questi missionari vengono fatti conoscere dai mass media essi si sentono non solo inadeguati a testimoniare, ma perfino sporcati dal contatto con quel mondo.
Eppure i missionari non dovrebbero fermarsi di fronte ai rischi. “Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa” (Evangelii gaudium 27) ha scritto papa Francesco. Su questa idea ritorna costantemente in ogni suo discorso, è l’humus in cui sono radicate le sue parole e soprattutto i suoi gesti. Per Francesco l’uscire, l’andare – di cui il missionario era fino a poco tempo fa l’icona più chiara – non è una delle delle tante attività, ma il respiro stesso della vita della chiesa.
Di questo scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa si trovano pochi segni nei documenti ufficiali degli istituti missionari. I recenti capitoli generali, avvenuti quando già papa Francesco aveva reso chiarissima la sua visione di una chiesa aperta al mondo e al servizio dei poveri sembrano averla recepita più come pia esortazione che come indicazione di un cambiamento necessario, concreto, che deve essere tradotto in azioni. Si continua a parlare, come d’altronde già si faceva da anni, di pace, di giustizia, di ecologia, di rifugiati, di immigrati. Bellissimo. Nei fatti le preoccupazioni più importanti restano in rapporti con i vescovi, il calo delle donazioni, e, almeno in Europa, la gestione delle proprietà immobiliari…
Padre P. è u missionario francese. Ha insegnato teologia in tanti seminari africani che fa fatica a ricordarseli tutti. “La teologia? E’ utile, ma non dobbiamo credere che sia la teologia a fare la storia. E’ il Vangelo che confrontandosi con la storia fa la teologia. Gli istituti missionari hanno avuto dei grandi fondatori guidati dallo Spirito del Vangelo, però i loro successori si sono lasciati superare dalla storia. Oggi sono ormai solo solo una struttura di potere, perché controllano ancora risorse significative di personale e di soldi. Entrambe le risorse stanno per finire e se gli istituti non si trasformano scompariranno in meno di una generazione. La chiesa non cesserà di essere missionaria perché non ci saranno più i padri bianchi, gli spiritani, i comboniani… Le istituzioni inutili muoiono, lo Spirito vive”.
Mi ha detto un vecchio missionario, uno di quelli che hanno passato tutta la vita in Africa: “E’ ormai dai giorni della mia ordinazione che sento parlare di missione nuova. Quando poi sono arrivato in un posto sperduto dell’Africa nel 1969 ho trovato un superiore che era l’incarnazione della missione vecchia. Però voleva bene alla gente e voleva bene a me, oltre ad aver dedicato tutta la sua vita a Dio. Che poi è tutto il Vangelo. L’ho sempre rispettato, e cercato di imparare da lui le tante cose positive che aveva da insegnarmi. Tante, tantissime. Mi sono aggiornato. Ho letto libri, articoli, documenti. La missione nuova restava un mistero. Tante parole e poca sostanza. La Evangelii Nuntiandi di Paolo VI del 1975 ha detto tutto ciò che c’era da dire, e ancora oggi è il riferimento su come mettere in pratica il Vaticano II. Però nella pratica non cambiava niente. Quando proponevo nuove iniziative i superiori me le bocciavano metodicamente. Altro che missione nuova! Poi è venuto Francesco e coi gesti ci sta mostrando come ci si deve muovere. Lui sì che fa missione nuova. Confesso che faccio fatica a seguirlo, anche se sono più giovane di lui di un paio d’anni. E’ il papa che sognavo quando son partito per l’Africa. Lo Spirito Santo ha deciso di donarcelo adesso. Grazie! Ora ho meno forze, forse anche meno entusiasmo. Molti confratelli della mia età non si ritrovano nel sorriso accogliente verso il mondo di questo giovane Papa. Per ritrovare l’entusiasmo mi rileggo le vite dei missionari dell’ottocento, non perché rimpiango quel mondo, vorrei ricaricarmi con lo spirito con cui affrontavano difficoltà che sembravano insuperabili, la loro fede, il loro spirito di sacrificio. Invece mi cascano le braccia quando sento i confratelli giovani che si preoccupano che la congregazione sia capace di procurare una casa per la loro vecchiaia. Missionari che programmano il tempo delle pensione?” Davvero meritiamo di scomparire, non siamo più sale della terra!”.
Quando gli faccio notare che non era poi tutto cosi bello, che nel passato c’erano rigidità, chiusure, una morale sessuale che era diventata l’unica morale, e poi basti pensare allo scontro col mondo musulmano vissuto come ostile, e al rapporto difficile con le culture locali spesso giudicate inadeguate o incapaci di ricevere il Vangelo, lui continua: “Ma andavano, partivano, rischiavano, e come rischiavano! Adesso che papa Francesco ci invita ad uscire invece sembriamo paralizzati, incapaci di guardare ai grandi orizzonti, di pensare in grande…. siamo come spaventati dell’audacia del papa. Forse stiamo anche noi aspettando che passi il ciclone Francesco e che tutto ritorni al solito trantran?”
Questi sono i ricordi di incontri, i frammenti di vita, le riflessioni, anche contraddittorie, che mi si affollano in testa mentre sto facendo l’ennesima partenza. Una partenza per me un po speciale, che vorrebbe esplorare nuove situazioni umane, con nella testa e nel cuore abbozzi di nuovi programmi che so per esperienza dovranno scontrarsi con la realtà delle persone e delle istituzioni per diventare diventare iniziative concrete. O fallimenti.
Ripartire. Di nuovo. A 73 anni! Perché, per fare cosa?
Ci sono le iniziative da continuare, semi che hanno bisogno di tempo per germogliare, esili piantine che ne hanno ancor più bisogno per continuare a crescere. Ci sono innanzitutto le persone con le quali ho già camminato tanto insieme, e mentre il mio passo si fa stanco vorrebbero sostenermi. I bambini e ragazzi di strada di Nairobi e Lusaka, i nuba ancora vittime di un regime sanguinario, i rifugiati, gli operatori di pace. Avrò forze, e tempo, per continuare a camminare con loro? Rimettermi a camminare? Ho fatto la mia strada, sono ormai un peso per gli altri, meglio mettersi in pensione, mi dice una vocina. Eppure è sulla strada che scorre la vita, che opera lo Spirito. Lì ci sono gli altri, l’incontro, l’imprevisto, il cambiamento, la crescita, come mi hanno insegnato i ragazzi di strada.
Potrei pensare di “uscire” verso nuove periferie, ma dove? Forse potrei organizzare un gruppo di giovani che con le loro abilità artistiche vadano in giro a proclamare pace e gioia… Forse… Idee balzane!
Forse meglio non cercare, meglio semplicemente restare vigili e riconoscere il nuovo quando ti viene incontro.
Nella sala d’attesa dell’aeroporto di Nairobi dove sto aspettando la connessione per Lusaka mi avvicina un donna anziana. Il vestito semplicissimo, il sorriso gentile: “Padre Kizito, posso rubarle qualche minuto?” mi chiede e poi si presenta. Viene dal Perù, è suora in una congregazione religiosa locale, si chiama Rosa, come la santa più famosa del suo paese. Lavora coi bambini di strada in Perù e sta tornando dalla seconda visita alla sorella minore, anche lei suora, che da anni è in Africa, infermiera in un dispensario nella savana. Entrambe hanno studiato a Roma, e da allora sono lettrici di tutte le pubblicazioni missionarie, inclusa Nigrizia. Ha voglia di parlare di Africa, è un torrente, non posso fermarla… Mi racconta della sua prima visita alla sorella, quattro anni fa. “Sono andata a trovarla perché era in crisi. Volevo capirne le ragioni. Il primo impatto è stato straordinario. Mi ha colpito la dedizione di tanta gente, sia personale dell’ospedale come agenti pastorali di tutti i livelli. Ho visto una straordinaria bellezza spirituale nella gente semplice dei villaggi. Sono persone appena uscite dalle mani di Dio! Ma ho avuto l’impressione che le strutture della chiesa siano ancora come un corpo esterno. Vivono ad un altro livello, ragionano con altre logiche. Mia sorella pur essendo per il suo lavoro a contato fisico quotidianamente con i poveri era andata in crisi per questa distanza, si sentiva funzionaria di una istituzione invece che una sorella. Ne abbiamo parlato insieme, come cambiare? Adesso sto tornando dalla seconda visita. Pensavo che papa Francesco avesse provocato un cambiamento. Invece ho notato ancor più la stanchezza, l’anzianità dei missionari, sia uomini che donne. La resistenza al cambiamento, i mugugni, l’isolamento. La difficoltà che la chiesa locale, che pur dovrebbe essere una chiesa giovane, ha di cambiare. Nata arteriosclerotica”. Suor Rosa si scalda, le vien fuori l’anima latino-americana. “Rispetto le persone che lavorano con tanta fede, e si donano giorno dopo giorno. Il problema non sono le persone. Ma perché non ammettere gli errori del passato e addirittura critichiamo il papa se lui invece ha il coraggio di chiedere perdono ? Dovremmo mettere in cantiere i cambiamenti necessari. Facciamo fatica e valorizzare la comunità locale, a far si che l’impegno sociale stia al passo con le istruzioni catechetiche. Amo questa chiesa, è l’unica chiesa che ho! Dobbiamo rispondere alla chiamata di papa Francesco e rinnovarla! Dobbiamo valorizzare la riflessione, ma non possiamo permetterci di fare teologia astratta. Con mia sorella ho capito che dobbiamo rafforzare la nostra spiritualità, non quella che si nutre di preghierine e di libri devozionali, quella che nasce dalla vita condivisa, nell’azione, nell’amore di ogni giorno. L’azione, anche l’azione sbagliata fatta in buona fede, è più importante delle parole e della teologia. Il cambiamento sociale arriva velocemente, e il mondo antico, della tradizione potrebbe scomparire più velocemente di quanto pensiamo. L’ho visto nel mio paese. Nairobi è già una caricatura del peggio del mondo capitalistico. L’Africa non sta forse muovendosi velocemente verso la ricchezza economica e sta perdendo la sua anima? Dobbiamo essere radicati nel Vangelo e aprirci allo spirito, o falliremo la nostra missione di annunciare il Vangelo. Dove va l’Africa?”
“Dove va l’Africa” o meglio “dove vanno le tante anime di questo continente?” Dove sto andando io? Non posso far altro che assentire. Suor Rosa si è accorta che il suo appassionato discorso ha attirato l’attenzione di altri passeggeri, e abbassa la voce. “Come invecchio ho imparato a fidarmi più di Gesù e del Suo Spirito e meno di me stessa” Abbassa ancor più il tono e sorride fra se e se “Ancor meno dei superiori, delle gerarchie. Sono necessarie, per carità! Se sono radicata in Gesù posso sopportare tutte le delusioni, tutte le mia incapacità tutte le incomprensioni, tutti i tradimenti. L’unica certezza viene dal seguirlo nel santuario della mia coscienza”.
Chiamano il suo volo. Senza sapere che ha risposto alle domande che mi stavo ponendo suor Rosa si alza, saluta con un ultimo sorriso e si allontana.
La “missione liquida” è sempre la stessa missione: non ti domandare verso quali periferie devi andare, non contare troppo sui tuoi piani, sui tuoi progetti, e neanche su quelli delle istituzioni e dei superiori. Affidati al Signore. Buttati, e seguilo. Cammina con gli altri, con i semplici, i miti, i puri di cuore, i poveri, e, passo dopo passo, scoprirai dove devi andare. Lui è già là, ti aspetta. In Galilea.

L’anno nuovo e i serpenti. The new year and the snakes.

Condividere la vita è la radice della gioa cristiana.

Non avrei potuto cominciare meglio il 2016. Il mattino del primo gennaio mi sono svegliato all’alba, e, come sempre quando sono qui a Mthunzi, la casa per ex-bambini di strada di Lusaka (Zambia), sono uscito dalla mia stanza, passato di fronte al piccolo appartamento dove vive con la famiglia il nostro educatore Chakwe, e mi sono affacciato sul cortile, per respirare l’aria di casa. Tutt’intorno ci sono i dormitori, il refettorio, il vecchio deposito di granaglie adattato a salone per gli incontri. Tutti locali molto dimessi e poveramente arredati. Il grande cortile – con la maestosa jacaranda che quando fiorisce in settembre fa sfigurare la bellezza del cielo, e le generose piante di avocado che in questi giorni ci nutrono – ha ospitato dal 1982, quando siamo venuti ad abitare qui, celebrazioni natalizie e pasquali, funerali e matrimoni, battesimi e competizioni di danze tradizionali. Per me è un album dei ricordi. Ogni pianta, ogni siepe, ogni muro mi parla, mi ricorda le persone che c’erano quel giorno quando le abbiamo messe a dimora, quando abbiamo trasformato il locale del mulino in biblioteca, aggiustata quella porta, costruito quel muro. Anche i ragazzi adesso si svegliano. Alcuni per il caldo hanno messo il materasso per terra, all’aperto. Appena mi vedono vengono a salutarmi, riportandomi al presente. Camminando, correndo, saltellando come fanno i più piccoli, alcuni ancora insonnoliti. Tutti, quasi cinquanta che sono, vogliono abbracciarmi e augurarmi un anno felice.

Ci eravamo dati la buonanotte solo quattro ore prima, quando eravamo già nel nuovo anno. Lo avevamo aspettato dopo aver celebrato un messa di ringraziamento, condiviso una semplice cena con tanta polenta, tanti fagioli e una salsiccia a testa. Poi loro hanno cantato, battuti i tamburi e ballato fin quasi a mezzanotte, quando abbiamo festeggiato con biscotti secchi e succo di frutta.

Stanno finendo di salutarmi quando arriva Mama Edina, la cuoca, e le corrono incontro, e subito Edina assegna le incombenze per il mattino, chi prepara la colazione festiva di riso bollito e zuccherato, chi lava i piatti usati ieri sera, chi pulisce i dormitori e poi tutti a mettersi la maglietta più pulita e più bella per avviarsi alla messa nella chiesetta della parrocchia ad un chilometro da qui. Arriva Chakwe che mi si metta a fianco e mi dice “Mai percepito la felicità dei ragazzi come nella Messa, la cena, le danze di ieri sera. E’ stato un unico ininterrotto momento di gioa. Questi ragazzi sono veramente una bella comunità”. Poi aggiunge “Dopo cena ho chiesto a Matthew cosa lo rendesse cosi visibilmente felice, e lui mi ha risposto: perché qui ci vogliamo bene. Vorrei fossero qui quelli che ieri sera si sono istupiditi di birra in un pub, tra loro anche i miei cugini. e capissero che nella vita ci sono cose più belle. A volte con loro preferisco far silenzio, perché se tento di spiegare la gioia del Natale e di Capodanno come li viviamo a Mhunzi, i loro sguardi di sufficienza mi farebbero morire le parole in gola. Quant’è difficile comunicare le cose belle, e il benessere del cuore”.

E sempre difficile comunicare le cose vere e semplici: troppo facile scadere nel dolciastro e nel banale, suscitando sorrisini di compassione. Ma non dobbiamo stancarci di farlo, anche se non siamo i comunicatori ed i poeti che vorremmo essere e che sarebbe necessario essere per riuscire a comunicare il bene. Facciamo quel che possiamo.

E’ molto più facile comunicare il male, spronare al male. E’ cosi ovunque, in ogni comunità umana. Anche qui, nel clima idillico di Kivuli, i bambini a volte manifestano prepotenza, sopraffazione, astute strategie per dividere e dominare. Mi è venuto in mente che in Italia le persone che sanno risvegliare le peggiori reazioni atavicamente egoistiche si dice sappiano “comunicare alla pancia della gente”. La pancia è una parte nobile del corpo che non merita di essere associata al peggior egoismo. Essa ci segnala la fame, che si ci sprona alla ricerca del cibo, ma per l’uomo la fame è anche cibo da condividere, e Gesù usa la fame per descrivere il forte desiderio di giustizia. Addirittura nella tradizione cristiana si parla di “viscere di misericordia”. Non mi pare ci sia nessuna parte del corpo umano – tutto nobile – che si possa usare come metafora di una comunicazione negativa. Allora ho chiesto a Matthew (un sedicenne che aveva iniziato il 2015 in strada, dove era stato costretto a mendicare dal padre alcolizzato) a chi o che cosa paragonerebbe le persone che seminano odio e quelli che li ascoltano. Mi ha risposto sicuro: “sono serpenti che parlano al serpente che è in noi”. Sapienza antica.

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Quanto costa un bambino? – How much for a child?

La scorsa settimana, il 16 dicembre, a Nairobi, un uomo sui quarant’anni ben vestito si è presentato a Ndugu Mdogo, la casa di Koinonia per ex-bambini di strada situata nello slum di Kibera, ed ha chiesto di parlare con il responsabile. Quando Jack lo ha fatto sedere nell’unica stanza che potrebbe essere definita soggiorno, il visitatore gli ha raccontato di essere stato mandato da un donna che gestisce un grande negozio di vestiti nel centro di Nairobi, e che questa signora è amica della moglie di un ministro del Sud Sudan. A raccontare questo c’è voluto un po di tempo e intanto alcuni dei bambini, che stavano facendo lezione di inglese, si erano fatti vicini, incuriositi. L’uomo è arrivato alla conclusione puntando il dito verso uno dai ragazzi più grandi, un quindicenne, e dicendo: “la moglie del ministro vorrebbe adottare un bambino, per esempio uno come quello. Quanto costa?” Jack si è fatto ripetere tutto, credendo di non aver capito bene, ma dopo diversi chiarimenti la conclusione è stata ancora più esplicita; “Dimmi il prezzo, posso tornare oggi pomeriggio coi soldi in contanti e portarlo via con me. Mi preoccupo io per il viaggio”. Al che Jack gli ha chiesto di aspettare qualche minuto per avere il tempo di concordare il prezzo con il suo superiore. Invece allontanandosi ha chiuso l’uomo nel soggiorno, chiuso il cancello principale e chiamata la polizia.

Mentre portavano via l’uomo che lanciava maledizioni contro Jack, proclamandosi innocente mediatore di un’adozione internazionale, i poliziotti hanno detto che ricevono ogni mese diverse denunce di bambini, ma sopratutto ragazzi fra i 15 e i 20 anni, che spariscono senza lasciar traccia, e temono che siano portati in Somalia per essere addestrati da Al Shabaab, il gruppo terroristico che ha organizzato gli attentati al Westgate shopping center di Nairobi nel settembre del 2013 e all’università di Garissa il Giovedi Santo di quest’anno.

Non sappiamo cosa la polizia keniana sia riuscita a sapere da quell’uomo, tuttavia in questo caso l’ipotesi che fosse un reclutatore di Al Shabaab non sembra la più convincente. Perché pagare quando a Kibera ci sono decine, centinaia di giovani senza futuro, disperati, disposti a qualunque cosa pur di assicurarsi un pasto al giorno? Il fatto che l’uomo avesse indicato un quindicenne potrebbe piuttosto far pensare a qualcosa di ancor più sinistro, un’organizzazione per l’espianto di organi.

Ci sono serie ricerche che dimostrano come delle circa 20,000 persone che ogni anno in questa zona dell’Africa sono oggetto di traffico, indotte a trasferirsi verso i paesi arabi e l’Europa come lavoratori ma che finiscono in situazioni di schiavitù, e nella prostituzione. Non poche far di loro, sopratutto persone giovani e sane, vengano successivamente uccise per l’espianto di organi (cuore, reni, fegato, occhi, pelle, tutto) da una rete internazionale difficilissima da combattere, e altre addirittura vengano usate localmente per sacrifici. Lo scorso anno in Uganda un businessman è stato condannato all’ergastolo perché a scadenze quasi annuali sacrificava preadolescenti per garantirsi il successo negli affari.

Questa è uno strano racconto di Natale. Eppure questo è il mondo in cui Gesù si è fatto uomo, mettendosi inerme neonato nelle nostre mani. Mani che possono accarezzare e benedire, mani che possono uccidere. Gli altri operatori sociali di Koinonia hanno ascoltato il racconto che Jack ha fatto a tutti di questo episodio ed hanno concluso che il “farsi carne” di Gesù ci deve far guardare con ancora più rispetto ai bambini che per strade diverse sono stati affidati alle nostre cure. Davvero essi sono la carne di Dio.

Cosa dirà Francesco alla Chiesa Africana?

Tutto in Africa incomincia con una storia. Per esempio la storia di Big Waiguru, un donnone che ha solo trent’anni ma ne dimostra quaranta. Venuta dal villaggio natio a Nairobi in cerca di fortuna oltre dieci anni fa, ha trovato solo un marito da mantenere e tre figli.

Ogni giorno è in piedi prima dell’alba per vendere frutta di stagione su un carretto strategicamente piazzato su kabiria Road. La sera è distrutta dalla fatica, e incomnicia cucinare per gli uomini della famiglia che rientrano a casa, dalla ricerca inutile di un lavoro che non ci sara mai o da una scuola di infimo livello che non li preparerà alla vita.

La distrazione è il venerdì sera, alle prove del coro parrocchiale, con le amiche, e la domenica mattina a Messa. Big Waiguru non si lamenta, non ne ha tempo, sempre pronta a rimboccarsi le maniche e fare qualcosa per gli altri. “Papa Francesco lo vedo ogni tanto alla televisione del chiosco di fianco a alla baracca in cui viviamo. E’ un uomo buono, che parla di misericordia e perdono. Ne abbiamo tutti bisogno”. Si ferma per un attimo, sorride. “Sopratutto mio marito” aggiunge.

Big Waiguru rappresenta le persone che sono le colonne della chiesa keniana. Le donne, i poveri, la gente delle baraccopoli, confusa e sperduta in una città dove si incontrano e talvolta si scontrano mondi diversi, dove ricchi e poveri vivono fianco a fianco, dove differenze e ingiustizie sono tanto eclatanti quanto scioccanti. Dove l’ingiustizia e la miseria fanno si che spesso le vittime diventino i carnefici, in una spirale di violenza senza fine. Dove la speranza è viva nonostante tutto, dove la vita vince sempre. Persone che sono capaci di vedere la bellezza della vita nelle situazioni più disperate.

L’importanza dell’incontro con i giovani

In Africa non succede niente fino a che le persone non si incontrano faccia a faccia. La relazione umana e’ centrale alla cultura africana, e non è difficile immaginare che con Francesco, la sua parola e gestualità semplice e immediata, sarà amore a prima vista.

Le preoccupazioni per la sicurezza sono grandi, in Kenya, specialmente nel prosieguo del viaggio, in Repubblica Centro Africana, ma evidentemente non sono un deterrente per Francesco. Chi porta una parola di pace e giustizia conosce i pericoli che potrebbe incontrare. Non puo deludere le aspettative della gente.

I giovani, in particolare, si aspettano da Francesco che la sua presenza e il suo esempio siano una scossa forte perché la Chiesa sappia intraprendere nuove strade. Mi dice John, responsabile a livello parrocchiale di un’associazione cattolica: “Meno formalismi, meno struttura, più coinvolgimento nella vita quotidiana. Abbiamo tanti preti che sono vicini alla gente, eppure la chiesa ha ancora il volto di una burocrazia lontana e non recettiva delle nostre aspirazioni”. I giovani hanno bisogno di essere ascoltati, e, a differenza di molti giovani occidentali, accettano il dialogo, rispettano le saggezza che percepiscono in un anziano, accettano perfino di essere consigliati. Il Kenya, come tutti i Paesi africani, è una nazione giovane, il 50 per cento della popolazione ha meno di 25 anni. I giovani, le giovani donne in particolare, devono affrontare grandi sfide: il lavoro, la casa, la creazione di una famiglia, costruirsi una vita minimamente dignitosa. Ma i giovani non hanno più il sostegno solido che la cultura tradizionale dava loro per inserirsi nella vita.

Quando escono dalle scuole hanno ricevuto solo un’infarinatura di nozioni imparate a memoria per superare gli esami, nessuna idea su come affrontare il loro futuro, e, senza più la solidità dell’educazione tradizionale, non trovano nella Chiesa una cura pastorale che possa farli sentire accompagnati. Se la Chiesa non si fa carico e non si sente coinvolta nel futuro dei giovani, anche la Chiesa perderà il futuro.

Una chiesa in cammino

Capire l’Africa, anche se ci limitiamo all’Africa sub-sahariana, è difficile. Ogni volta che pensi di averla capita succede qualcosa che ti costringe a rivedere i tuoi schemi.

C’è l’Africa di fame e malattie e guerre civili croniche, della violenza politica e soppressione dei diritti civili, della corruzione e del traffico di persone, delle pesanti interferenze esterne e del land-grabbing, del terrorismo islamico e dei conflitti etnici. Insieme c’è l’Africa che cresce. Nei primi dieci anni di questo secolo nove delle venti economie mondiali che sono cresciute di più sono africane e la percentuale della popolazione giovanile che accede alla scuola superiore è aumentata del 50%. Nel solo Kenya ogni anno le università sfornano cinquantamila laureati, senza contare le migliaia di giovani che ottengono diplomi e certificazioni nel campo informatico. E’ troppo presto per dire, come qualcuno fa, che questo sarà il secolo dell’Africa. Escluderlo sarebbe da imprevidenti.

ll tutto sullo sfondo di una chiesa che ha bisogno di rinnovamento. La chiesa cattolica in molti paesi dell’Africa nera è l’istituzione più importante dopo il governo, quella che raggiunge tutti, nei villaggi più remoti. La rete di servizi sanitari e scolastici è ineguagliata. Le chiese sono piene di giovani, le celebrazioni piene di vita, i seminari traboccano.

Ci sono anche verità scomode. Non dobbiamo illuderci con l’immagine di una chiesa giovane ed entusiasta. La chiesa “famiglia di Dio” secondo il motto del primo sinodo africano del 1994? I laici, in particolare donne, sono tenute in una condizione di infantilismo, La chiesa povera? Gli scandali per la mala gestione economici di alcune diocesi sono tenuti a fatica sotto sotto controllo, come nel 2009 quando Roma chiese a quasi la metà dei vescovi della Repubblica Centro Africana, ultima tappa del viaggio di Francesco, di dimettersi per condotte economicamente, e non solo, scandalose. La chiesa giovane? Si frequentata dai giovani, ma che fa grande fatica ad accettare i cambiamenti? Una chiesa che opera per la giustizia e la pace? Si, in alcune situazioni, ma ci sono anche situazioni di collusione col potere. Come sempre la chiesa ha necessita di mettersiin stato di conversione.

L’incontro con Francesco, un papa che contrariamente ai suoi predecessori non e’ neanche mai stato in questo continente, offre una grande opportunità. Sarà uno sguardo nuovo, da entrambe le parti, una nuova possibilità di comprendersi fra Chiesa e Africa. Finora Francesco ha mostrato di voler decentralizzare il governo della chiesa, dando più responsabilità ai vescovi locali, come ha fatto con il recente “motu proprio” riguardante le procedure per l’annullamento di matrimoni. Una sfida per i pastori africani che già sommano in se responsabilità di vario genere, sopratutto di ordine pratico.

Quella africana non è una chiesa che ha abbondanza di intellettuali o tanto personale da poter mettere negli uffici delle curie diocesane, o teologi morali o esperti di diritto canonico. La pressante priorità è la guida pastorale delle comunità cristiane gia esistenti, che crescono sia per la demografia interna sia per l’attrazione che esercita dal cristianesimo anche senza esplicita attività missionaria. Nel suo viaggio in America Latina Papa Francesco ha mostrato quanto apprezzi una chiesa che si fa popolo, che assume i valori locali.

Dalla sopravvivenza alla missione

L’incontro con Francesco potrebbe essere l’occasione per la chiesa africana di ripartire dalla parole dette da Paolo VI, in Uganda nel 1969, durante il primo viaggio in Africa di un papa dei tempi moderni: “Voi potete, e dovete, avere una cristianesimo africano” Compito immane. L’Europa ci ha messo secoli, e ogni giorno deve ricominciare daccapo.

Un cammino ancora lungo in Africa. Diceva recentemente una teologa africana, la nigeriana Teresa Okure ”il cristianesimo portato in Africa era una versione completamente europeizzata”. Con i primi pastori e teologi africani una cammino per dare al Vangelo un volto africano era stato avviato, ma poi col primo sinodo Africano si è interrotto.

E’ un cammino che richiede capacita pastorali e preparazione dottrinale, senza paura degli errori. Anche in questo campo si potrebbe applicare il principio che meglio è meglio essere chiesa che cammina per le strade dell’Africa e ogni tanto sbaglia, piuttosto che una chiesa chiusa nelle sacrestie. “Missione” nei discorsi di Francesco è divenuta il paradigma dell’attività della chiesa. Con l’“opzione missionaria” che propone nella Evangelii Gaudium l’attività della chiesa non è più gestire la sopravvivenza, diventa opera audace e creativa per la trasformazione del mondo.

La chiesa che è in Africa, il popolo che cammina sulle piste del deserto o della savana, nei viottoli sconnessi delle baraccopoli, è la carne ferita di Cristo che ha bisogno di essere toccata per guarire e per diventare capace di proclamare la Risurrezione. Big Waiguru, milioni di donne e uomini d’Africa in fondo si aspettano solo questo da Papa Francesco: di essere toccati. Rinnovare, ascoltandolo e partecipando ai suoi gesti, la certezza che Dio cammina con loro.

Il Dottore dei Nuba – The Nuba’s Healing Hand

Tom Catena

Il dottor Tom Catena, statunitense di origine italiana, è stato incluso dalla rivista Time tra le 100 persone più influenti di oggi, vedi http://time.com/3823233/tom-catena-2015-time-100/

Andrew Berends sul Time dello scorso 16 aprile lo presenta cosi.

Incontrare Tom Catena è stato per me come incontrare un santo. Gestisce un ospedale sulle Montagne Nuba del Sudan con un livello senza pari di devozione alla sua fede cattolica e alla gente Nuba che ha bisogno di lui. Gran parte della regione è controllata dai ribelli. I civili lottano per sopravvivere, in mezzo a combattimenti, bombardamenti aerei e alla fame cronica causata dalla guerra. Le organizzazioni umanitarie non sono autorizzate a portare aiuti. Il dottor Catena sfida il divieto ed è l’unico chirurgo che serve una popolazione di 750.000 persone. Lavora instancabilmente, giorno e notte, curando di tutto, dalle ferite di guerra alla fame. Mi dice che la sua più grande ricompensa è il senso di pace che viene dal servire le persone bisognose, ribelli e civili senza distinzione. Nonostante le difficoltà, è esattamente dove vuole essere.

Solo dopo qualche settimana l’amico padre José Rebelo, comboniano direttore delle rivista Worldwide in Sudafrica, mi ha segnalato la cosa e, sapendo che conosco il Dr. Catena da tempo, mi ha chiesto di aiutarlo ad intervistarlo. Non è stato facile, il personaggio è schivo e di poche parole, e non ha mai lasciato i Monti Nuba da quando si è preso la responsabilità dell’ospedale, ormai quasi otto anni fa. Ma con internet José è riuscito a superare l’isolamento dei Monti Nuba e a convincere il dottor Catena a parlare. Ecco una sintesi dell’intervista.

Da quanto tempo lavora sui Monti Nuba? Come è arrivato qui?

Sono qui da quasi sette anni e mezzo. Ho sentito parlare dei Monti Nuba da Suor Dede Byrne. Nel 2002 mi disse che il vescovo comboniano Max Macram stava progettando di costruire un ospedale in Sudan. Contattai l’ufficio del vescovo, a Nairobi, e cominciai a discutere con loro i dettagli relativi all’apertura dell’ospedale. All’inizio del 2008, eravamo pronti ad aprire. Una suora comboniana, Suor Angelina, è stata la direttrice dell’ ospedale sin dall’apertura e ci sono altre due Suore Comboniane (Sr Rocio e Sr Vincienne) che lavorano qui con noi.

Lei ha lavorato in altri paesi africani, ma ha detto che i Nuba sono speciali. Che cosa li rende speciali? Che tipo di legame la lega a loro?

Una cosa che mi ha colpito fin da subito è che sono un popolo fiero e indipendente, e mi hanno sempre trattato da pari a pari, non come qualcuno sopra di loro o sotto di loro. Mi piace il fatto che una donna anziana qui mi chiami per nome, e non ‘dottore’ e non mi tenga a distanza, anche se io sono uno straniero.Sen to una forte connessione con la gente, e credo nasca dal condividere paure e sofferenze comuni. Dopo aver trascorso qualche tempo qui, uno si sente tagliato fuori dal resto del mondo, e tende a sentirsi sempre più vicino a coloro che sono rimasti in questa parte dimenticata del mondo. Qui sono a mio agio, questa è casa. La gente è molto riconoscente di quanto si fa per loro. L’anno scorso, abbiamo ricevuto una donazione di scarpe provenienti dagli Stati Uniti e le abbiamo mandate con una delle Suore Comboniane in un villaggio molto lontano. Due settimane più tardi, 40 persone provenienti da quel villaggio hanno camminato per tre ore sotto la pioggia battente per portarci alcuni semplici regali e cantare e ballare per noi in segno di ringraziamento. C’è voluto un po di tempo perché crescesse le fiducia reciproca. Non si fidano facilmente degli stranieri, a causa dei secoli di oppressione che hanno sofferto per mano di estranei. Ci si deve guadagnare prima la loro fiducia, ma una volta fatto ciò, si costruisce un rapporto che supera ogni difficoltà.

Quali sono le sue attività quotidiane? Che tipo di interventi esegue abitualmente?

La giornata inizia tutti i giorni con la messa alle 06:30 Siamo fortunati ad avere due sacerdoti che ci garantiscono la Messa quotidiana. Ogni lunedì, martedì, giovedì e sabato, faccio un giro completo dell’ospedale visitando tutti i ricoverati dalle 07:30 alle 13:00, per poi andare alla clinica ambulatoriale. Vi resto solitamente fino alle 17:00 o 18:30, a seconda del periodo dell’anno. La notte è per le email, il lavoro amministrativo e le emergenze. Facciamo fra i 150 e i 200 interventi al mese, coprendo l’intera gamma della chirurgia: drenaggi di ascessi, estrazione di denti, shunt ventricolo-peritoneale su neonati con idrocefalo. Il nostro anestesista è stato addestrato sul posto e fa un lavoro eccellente.Far arrivare i farmaci qui da Nairobi è una vera sfida e richiede un enorme sforzo da parte del personale dell’ufficio di Nairobi per gli inevitabili ostacoli logistici e i costi altissimi.

Quali le maggiori esigenze della gente? Personalmente cosa le manca di più?

Qui non c’è stato sviluppo. Le strutture di assistenza sanitaria sono pressoché inesistenti. Ci sono poche scuole, alcune delle quali gestite dalla diocesi, e altre dove operano insegnanti locali non addestrati. Tutte le scuole sono state chiuse durante i primi tre anni di guerra civile, ma molte hanno riaperto quest’anno. Non ci sono strade asfaltate, la maggior parte delle strade sono piste aperte attraverso la boscaglia. Non c’è acqua corrente, elettricità, niente.

Spesso siete stati in pericolo. Quante volte si è trovato sotto i bombardamenti?

L’ospedale è stato preso di mira direttamente due volte. Sono state sganciate undici bombe su l’ospedale e gli immediati dintroni, ma non ci sono state ne vittime ne danni importanti, Il nostro villaggio è stato bombardato in altre due occasioni. I bombardieri del governo sudanese ci sorvolano con frequenza dall’inizio del conflitto più di quattro anni fa. Il suono dei bombardieri ci fa correre a cercare protezione nelle trincee. Ogni volta potrebbe essere le tua volta.

Cosa le dà la forza per continuare questo servizio solitario e difficile?

Credo che le preghiere di molti mi abbiano sostenuto nel corso di questi ultimi anni. Sono sempre stupito di sentire da sconosciuti che stanno pregando per noi, e io credo fermamente nel potere della preghiera.

Quando vede tanta sofferenza non si sente la tentazione di scappare?

Sì, certo ogni tanto avrei bisogno di andarmene lontano da tutte le sofferenze e i problemi. Quasi ogni giorno ci sono situazioni che sono veramente difficili: un neonato o un bambino che muore, un paziente con complicazioni post-operatorie, qualcuno che è molto malato e io proprio non riesco a capire il problema. La mia unica consolazione è sapere che io non sono perfetto e che l’ultima parola è di Dio. Il mio ruolo è quello di fare del mio meglio ed essere fedele alla mia vocazione. Dopo che un paziente muore ne soffro molto e poi cerco di imparare qualcosa dalla situazione. Devo combattere per rimaner concentrato e tornare al lavoro. Se fossi sopraffatto dal dolore non sarei in grado di aiutare il paziente successivo.

Il suo lavoro ci ricorda Madre Teresa che lottava in un oceano di morte e sofferenza e che per molti anni si senti “disconnessa” da Dio.

Sì, capisco bene come possa aver sofferto madre Teresa. Personalmente non posso direi di aver avuto crisi di fede, ma piuttosto mi sento “disconnesso” dalla società occidentale. Mi sembra che gli altri non possono capire quello che sto vivendo. Mi piacerebbe lavorare un po di meno e poter pregare un po di più. Io sono in pace durante i 20 o 30 minuti prima che inizi la Messa del mattino. Posso pregare e riflettere senza distrazioni.

Qual’e la difficolta piu grande?

I momenti più difficili sono stati quelli in cui ho avuto conflitti interpersonali con gli altri. Questi sono molto peggio di qualsiasi pericolo o paura per i bombardamenti. Questi conflitti sono inevitabili in un ambiente di stress elevato come il nostro, ma la nostra fede ci insegna che dobbiamo intraprendere il percorso lento e difficile della riconciliazione.

Lei è in contatto quotidiano con la sofferenza di persone vittime di una guerra che è dimenticata dalla comunità internazionale. Come si sente, cose vorrebbe chiedere ai leader del mondo?

Sì, spesso ci sentiamo dimenticati dal resto del mondo, questo è un relativamente piccolo conflitto in un angolo remoto. La tragedia è che la gente soffre ormai da 30 anni, e non si vede come il conflitto possa terminare.
Credo che molte delle sofferenze potrebbero essere alleviate se ci fosse pressione sul governo del Sudan perché consenta di far arrivare aiuti umanitari alle montagne Nuba. Le organizzazioni internazionali che normalmente forniscono aiuti alimentari, vaccini e farmaci hanno paura di venire fin qui perché sarebbe un’operazione ‘transfrontaliera’ che violerebbe la sovranità del governo sudanese. I leader mondiali potrebbero usare la loro influenza per spingere il governo sudanese ad aprire un corridoio umanitario, ma sembra non ne abbiano la volontà politica. Questo conflitto non attira l’attenzione di nessuno.

Il papa-pastore e la nuova Europa

All’Angelus di ieri papa Francesco ha chiesto tutte le parrocchie, comunità religiose, monasteri, santuari di accogliere una famiglia di profughi. Il grido di Giovanni Paolo II, “aprite le porte a Cristo” diventa concreto in perfetto stile evangelico. Il Cristo da accogliere è una famiglia di profughi.
Con questo intervento e con altri che ha compiuto nel suo pontificato, Francesco ci sta re-insegnando il Vangelo e ci sta indicano la via per la ri-costruzione dell’Europa.

È un passaggio che la politica fa fatica a capire. Lo interpreta come ingerenza, ma tale non è. È semplicemente Vangelo vissuto che fa esplodere la politica dall’interno, e costringe le leggi, i regolamenti, i confini, soprattutto i confini mentali, ad adeguarsi alla vita.

Gli ungheresi, gli austriaci, i tedeschi che a centinaia, a migliaia si sono rifiutati di obbedire alle leggi e hanno soccorso, rifocillato, trasportato, ospitato, sorriso e applaudito i migranti ci hanno dimostrato che un altro grido che stava diventando un trito luogo comune può essere davvero vissuto: “un altro mondo è possibile”. Davvero siamo prima di tutto esseri umani, fratelli e sorelle, e poi siamo anche siriani, sudanesi, eritrei, musulmani e cristiani. Prima di tutto umani.

Ricordiamoci che qualche giorno fa il segretario generale della Cei, Galantino aveva fatto un intervento “politico”, attaccando quei partiti che cercano voti sulla pelle dei migranti. Ci sono state reazioni durissime, ma ovvie: sei i vescovi scendono nell’arena politica, troveranno risposte politiche. Ma questo è perché alcuni che fanno politica, e magari sono cristiani battezzati, non capiscono che il Vangelo è ben più lungimirante ed esplosivo delle ideologie politiche.

Gli istituti religiosi, comboniani in primis, sono chiamati a calare nel quotidiano la proposta del papa, e a dare una risposta pubblica, veloce e concreta. Chi nelle parrocchie e nelle case religiose cerca giustificazioni al non fare – evocando tutte le difficoltà possibili ed immaginabili, anche a livello di leggi e di regolamenti locali, di incompetenza nel gestire i rapporti con questure e prefetture, di difficoltà nel reperire il personale che si occupi adeguatamente di questo fatto – non ha capito la profezia di questo gesto.

Piccolo mondo egoista

Il nostro mondo europeo è ormai piccolo non solo geograficamente, e ha dato segni di diventare progressivamente sempre più meschino, gretto, chiuso nel proprio egoismo. Di fronte ai drammi del disastro ecologico e delle guerre – per i quali abbiamo responsabilità gravissime – siamo presi dal panico e rispondiamo alla crescente richiesta di solidarietà con l’indifferenza dei padroni e dei ricchi. E finiamo per diventare un piccolo mondo che si pensa al centro dell’universo e non capisce che al di là dei nostri confini c’è un nuovo grande mondo ribollente di vita, di progetti, di voglia di dignità.

Cosi crediamo a chi vuol farci percepire lo straniero come una minaccia, come colui che vuole derubarci della “nostra roba” e della “nostra identità”, invece che come “colui senza il quale vivere non è più vivere”.
Sbaglia chi crede di poter fermare con le leggi questa ondata di vita che viene ad abbracciarci. Fortunatamente per tutti noi, sono degli illusi. La legge non cambia la storia; anzi, quasi sempre la legge è costretta a seguirla, soprattutto quando si tratta di eventi epocali come le migrazioni oggi in atto. Chi invece cerca di capire la storia incomincia a vedere che la solidarietà o diventa globale o non ha più senso.

Gli egoismi di classe e di nazione sono il linguaggio del passato. Fra pochi anni i politici che hanno inventato i muri che dividono le nazioni come fra Messico e Stati Uniti, fra Israele e Palestina, fra Ungheria e Serbia, chi ha attuato i respingimenti, e chi ha fomentato intolleranza e razzismo, saranno consegnati alla storia come sopravvissuti di un’era in cui nessuno più si riconoscerà.

Nostri fratelli

Che bello questo papa-pastore che ci invita ad accogliere i rifugiati non per fare un’opera sociale, non per calcoli diplomatici o per cambiare equilibri geopolitici, ma “solo” perché queste persone «sono la carne di Cristo». E come meravigliarsi che chi ragiona solo in termini di economia e diplomazia non lo capisca e lo critichi?

Il corpicino di Alan, i corpi dei mille e mille morti affogati nel Mediterraneo vengono da questo gesto trasfigurati in un grande segno di speranza per i vivi. Stiamo imparando a riconoscerli come persone che venivano a noi con la speranza di essere considerati dei fratelli. Essi, che sono già con Colui che è davvero e definitivamente l’Altro, avevano capito ciò che noi fatichiamo a intravedere. Forse essi stessi pensavano di essere dei disperati che venivano a chiedere il nostro aiuto, in verità erano profeti capaci di vedere il futuro che è già qui nel presente. Già aspiravano ad una nuova Europa. Come qualcuno ha già fatto notare, sono loro a creare la nuova identità europea.

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