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From Streets to Social Worker: Yama Kambole’s Story of Commitment

Yama Kambole was picked up by a Mthunzi social worker from the streets of Lusaka in 2001, aged five. Three years ago, after completing his high school, Yama decided to pursue a Diploma in Social Work, and now he is doing his first work experience in the same place where he grew up. His love and passion to work with the children, plus his winning smile, are making him a popular big brother. Catch a glimpse.

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Obama e il Kenya, i Dollari e la Guerra

La visita del presidente degli Stati Uniti Barack Obama nel paese di suo padre era stata attesa da molto tempo, molti speravano sarebbe avventua sette anni fa all’inizio del suo mandato. A Nairobi molti giovani e donne hanno avuto almeno un lavoro temporaneo nell’opera di abbellimento delle città e gli affari sono andati molto bene per chi si era inventato modi creativi per sfruttare l’occasione, dagli artisti di strada ai venditori di gadget made in China.
Anche politicamente i preparativi era stati intensi, con diversi partiti che cercavano di posizionarsi per sfruttare la visita a proprio favore, specialmente l’opposizione che fin dall’elezione di Obama ha cercato di identificarlo con la propria base elettorale, in prevalenza del gruppo etnico Luo, da cui proveniva bama Senior.
Non tutti erano entusiasti per visita presidenziale, come i proprietari di attività commerciali del centro città che hanno dovuto chiudere per due giorni consecutivi. Altri hanno optato di allontanarsi per evitare il previsto caos e per paura di attacchi terroristici, approfittando delle offerte speciali delle agenzie di viaggio per le destinazioni turistiche della costa, dove gli alberghi lamentano da mesi l’assenza di turisti stranieri.
Le aspettative erano alte e dal punto di vista simbolico non sono state disattese. Obama ha gestito con grande abilita sia gli incontri con familiari (figli ache il padre ha avuto da altre mogli) come quelli con i giovani e gli imprenditori. Ha detto con la consueta enfasi, anche se un po appannata, le cose che tutti si aspettavano o sapevano che avrebbe detto. La grande delusione è stata la mancata visita a Kogello, il villaggio di origine del padre, dove fino all’ultimo momento hanno sperato in una visita a “sorpresa”.
A parte la pompa e il valore simbolico di questa visita che ha tenuto la maggior parte dei keniani incollati al loro televisore, quasi un mese dopo la visita, emergono le critiche che al momento erano state tenute in sordina dai media ammaliati dal racconto del figlio che torna a visitare la terra del padre, e dal governo che voleva a tutti costi presentare un Kenya pulito e attraente sia come destinazione turistica che come partner commerciale.

Il sogno americano in Kenya

Gladys Adhiambo è mamma per la terza volta da poche settimane. Quando nacque il primo bimbo, sei anni fa, lo volle chiamare Obama. Ora se n’è quasi pentita. Gladys è sulla trentina, completò la scuola superiore a pieni voti, ma per la condizione familiare non aveva potuto accedere all’università. Guardando l’infermiera del dispensario di Kivuli che fa un controllo di routine all’ultimo nato mormora quasi fra di se: “Mio marito ha un diploma di ragioniere, ma ha una lavoro pagato una miseria. Se non hai raccomandazioni importanti non vai da nessuna parte, anche se sei laureato. E’ difficile far quadrare il bilancio familiare, garantire buon cibo e cure mediche ai nostri tre figli. Tutto quel parlare di Obama su imprenditorialità ci darà nuove possibilità? Forse a chi sta già molto bene, a quelli che hanno connessioni importanti. Non a noi. La corruzione e le connivenze fra chi è già ricco sono così radicati che non ci sarà nessun beneficio per noi. Il terrorismo dalla Somalia è in aumento, il turismo continua a diminuire. Dovremo lottare per mantenere il nostro modesto stile di vita e garantire a questo figlio una vita serena”.

Paul Mukirai, leader di un gruppo giovanile a Ongata Rongai, immediata periferia di Nairobi, ha pure uno sguardo critico sulla visita di Obama. “Eravamo totalmente con lui quando ha parlato senza mezzi termini contro i politici e capi di stato africani che restano al potere troppo a lungo, e ha usato parole di fuoco contro la corruzione. Che questi siano gravi ostacoli alla crescita dell’Africa e del Kenya è chiaro a noi tutti. Ma non ci è piaciuto quando la sua difesa per i diritti degli omosessuali ha assunto i toni di una campagna per imporci idee aliene. Questa insistenza ci ha aperto gli occhi sul fatto che stava promuovendo l’american way of life come un nuovo vangelo, un modello che tutti devono seguire se vogliono avere successo. La nostra salvezza consiste nel divenire come gli americani? Ho letto e riletto i suoi discorsi e mi sono reso conto che ha insistito molto sulla centralità dell’individuo, sul suo successo personale, sull’auto-realizzazione economica. Questo è puro American Gospel. Come cristiano e come keniano non credo che questa debba essere la via per la nostra crescita”.

La critica di Mukirai non è molto condivisa. La maggior parte dei giovani del Kenya sono stati conquistati già molto tempo fa dal sogno americano. Caffè istantaneo, successo istantaneo, ricchezza istantanea, sono diffusamente percepiti come valori, segno di modernità, senza alcuna considerazione del modo con cui sono stati conseguiti, del costo per gli altri, per la società.

Lena Lasker è un’insegnate tedesca che viene regolarmente in Kenya per turismo e per interessi artistici. Questa volta ha fatto la sua prenotazione prima di rendersi conto che il momento avrebbe coinciso con la visita di Obama, ed i suoi movimenti ne sono stati intralciati. Ma non è questo che la disturba. La disturba che “sia mancato ogni segno di protesta contro Obama. Mi sarei aspettata delle manifestazioni pacifiche contro la presenza militare Keniana in Somalia. Di solito ai keniani piace protestare! Dopotutto Obama è il presidente americano che ha spinto il Kenya ad inviare soldati in Somalia, e questa è la causa immediata prima degli attentati terroristi in Kenya. O no? Forse la società civile Keniana ha chiuso gli occhi di fronte al fascino di un Presidente degli Stati uniti d’America che ha un padre keniano. O ogni possibile protesta è stata prevenuta dalla polizia?”.

L’opposizione si è sentita emarginata, addirittura tradita da Obama che in un’occasione ne ha denunciato l’opportunismo. Pochi giorni dopo la sua partenza i titoli di prima pagina dei giornali hanno ricominciato e proporre le solite notizie di malgoverno e corruzione. La Kenya Airways ha un buco di 26 miliardi di scellini (circa 236 milioni di euro) e rischia la bancarotta. Nel bilancio dello stato per il 2014 ben un quarto delle spese non sono adeguatamente documentate. Il governo, denuncia l’opposizione, si è lasciato corrompere dalla lobby dello zucchero ugandese ad ha firmato un contratto che penalizza pesantemente i coltivatori locali. E cosi via, come sempre. “La pulizia delle vie e parchi del centro non è bastata a pulire Nairobi, ci vuol ben altro”, dice sempre Mukirai.

I loro soldi, le nostre vite

Sono riemersi anche i commenti piu drasticamente critici sul coinvolgimento del Kenya nella vicenda somala. E’ immediatamente dopo l’entrata dei primi soldati kenyani in Somalia che Al Shabaab ha dichiarato che i kenyani l’avrebbero pagata cara. Era l’ottobre del 2011 quando, sotto la pressione americana un numero imprecisato di soldati keniani sono stati inviati in Somalia per creare una zona cuscinetto fino al fiume Juba, dove il gruppo terroristico Al Shabaab usava come base. Presidente degli Stati Uniti era Obama. Presidente del Kenya era Mwai Kibaki, suo vice era Kalonzo Musyoka, primo ministro era Raila Odinga. Ora Musyoka e Odinga sono all’opposizione e dopo la partenza di Obama chiedono a gran voce il ritiro dei militari keniani dal suolo somalo. Un politico locale che non vuole essere nominato mi dice: “Il presidente della Commissione parlamentare per la Difesa e e Relazioni Esterne, Ndungu Githinji, ha dichiarato che una stretta collaborazione tra il Kenya e gli Stati Uniti favorirebbe la sicurezza, lo svluppo economico, e gli interessi di politica estera che secondo lui coincidono. Gli USA, ha aggiunto, si sono dimostrati affidabili alleati del Kenya conto il fanatismo e il terrorismo, e che ci aspettiamo di vedere il presidente Obama riaffermare il suo impegno a continuare a sostenerci per il nostro ruolo di primo piano in Somalia, dove le nostre truppe stanno combattendo i miliziani di Al-Shabaab, come parte dell’AMISOM. Ha inoltre fatto appello all’Unione europea e altri partner internazionali per sostenere le truppe AMISOM fino a quando i terroristi saranno vinti “. Questo, sottolinea con forza l’uomo politico, dice sono belle parole che nascondono una tragica realtà: “Gli USA nostri alleati? E’ che noi siamo costretti per mantene buone relazioni con loro a combattere per loro. Obama non è venuto a rendere omaggio alla terra dei suoi antenati, questa è un favola. E’ venuto ed ha usato il suo carisma per garantirsi che continueremo ad essere il braccio armato dell’America. In Somalia noi combattiamo una guerra che è stata innescata da loro, ma noi paghiamo le conseguenze. Gli americani ci mettono i soldi, le armi, i droni, i loro sistemi di spionaggio, l’addestramento. Noi ci mettiamo il nostro sangue, i nostri figli, le nostre vite”.

Un’ultima considerazione di Mukirai riassume l’opinione dei pessismisti: “Durante la vista si è parlato di aiuti americani per aiutare le nuove imprese che promuovono innovazione, rinforzare i nostri sistemi di sicurezza, sostenere la nostra presenza in Somalia. I contenuti di queste promesse non sono ben chiari, ed io percepisco, mascherato dal profumo dei dollari, il tanfo disgustoso della guerra”.

Tegla Loroupe, la donna che corre per la pace. The woman who runs for peace.

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“Last year I visited Kakuma, the refugee camp in northwest Kenya where there are South Sudanese, Somali, Somalis, Rwandans and Burundians. I saw many young people, some who had practiced sports in their country before becoming refugees, who trained while living in a very difficult situation, and without an adequate diet. I told myself I had to do something. Tegla Loroupe, a legendary Kenyan marathoner, explains to a group of girls her most recent initiative. “This is one of the beautiful things of the sport: it helps you to see beyond the labels, so that the others are not Somali or Rwandans or refugees, but people like you, who are committed to achieving results, who like you rejoice in a victory and like you decide to try harder if they have not reached the goals they had set for themselves”.

Tegla has achieved many goals in her life. In the 2000 Olympics in Sydney, she was the favorite in the women’s marathon and 10,000 meters. She had already won most of the major marathons and had established, beside the record for the women marathon, also the world record for the women’s 20, 25 and 30 kilometers, still standing today. It had also already set the world record of women’s One Hour, puttin it at 18,340 meters. The night before the Olympic marathon in Sydney, Tegla suffered for a violent food poisoning, so violent that his health remained mined for over a year. Yet after a night plagued by vomiting and diarrhea, he showed up at the start and despite recurring stomach cramps, fought to the end, coming thirteenth. The next day he showed up for the semifinals of the 10,000 meters, qualified, and the next day again she managed to arrive fifth. Always barefoot. All because, as she says without too much stress, “I had to hold high the Kenyan flag”.

Tegla run her last important race in 2007, but she did not retire. She was is appointed Ambassador of Sport by the United Nations and through her foundation, the Tegla Loroupe Peace Foundation, based at Shalom House in Nairobi, she has attended and promoted peace initiatives around the world.

Today Tegla is beaming because her action to promote sport among refugees has made a breakthrough. In coordination with the Kenyan Olympic Committee and with the support of the International Olympic Committee she has managed to start a small training center for refugee athletes on the Ngong hills just outside Nairobi. She explains: “Twenty refugees from neighbouring countries shall train here, together with some Kenyan athletes, because sports people, true sports people, compete for their country, but they are people who know how to live together and promote peace. The scenes of violence that are seen in some so-called sports events are absolutely unacceptable. Sport is peace! This new centre to prepare East African refugee athletes to participate in the Olympic Games in Rio de Janeiro next year is, to my knowledge, the first such an attempt. I’m sure that from the athletes who will train here we will have some Olympic champions, because their potential and their will is enormous. Some people ask me, and if the countries of origin do not accept to include them in the national team? We will find a way to overcome this obstacle. These athletes will be even more than the others, a great sign of peace. You cannot run if you do not breathe, isn’t it? Peace there is the breath of the world, where there is no peace you die, both physically and inside, in the heart”.

The girl that the Kenyan athletics federation had initially considered too small and too thin to be able to run in international competitions, continues to run with the stubbornness that distinguishes her. Not for another gold medal: for peace.

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Quelli che aspettano Obama

Barak Obama, presidente degli Stati Uniti, figlio di uno studente keniano che era andato in America con un programma di borse di studio organizzato dal presidente John F. Kennedy, sta per arrivare a Nairobi. La prima volta in Kenya come presidente. I segni dei preparativi sono ovunque. Fra la gente degli slums gira addirittura voce che per tutti i tre giorni della sua presenza in città i network telefonici saranno oscurati, e cosi forse anche internet!
Se questa visita fosse avvenuta agli inizi del suo primo mandato per Obama sarebbe stato un trionfo popolare, i keniani si erano convinti che uno di loro era diventato presidente della prima potenza economica e militare mondiale. All’euforia subentrò l’attesa – non pochi contavano su sostanziosi aiuti per il paese – poi la delusione e perfino l’indifferenza. Oggi, nonostante i mass media giochino bene il loro ruolo di cheer-leaders, la gente comune sembra preoccupata per queste conseguenze ma poco interessata alla visita.

Il giornalista
Un giornalista che lavora per il più importante quotidiano keniano e che è della stessa etnia di Obama senior, mi dice: “Come tutti sanno i servizi di sicurezza americani hanno completamente preso in mano la situazione, estromettendo i servizi keniani, notoriamente incapaci e corrotti. Gli americani riusciranno a tenere tutto sotto controllo, e il loro presidente non correrà pericoli, ma ci potrebbero essere attentati i margini delle zone in cui Obama sarà presente, magari fra la folla. Grazie a Dio io son riuscito a far coincidere le mie ferie con questa visita”.

La profetessa
Achieng Awiti, un’anziana donna anche lei della stessa etnia del padre di Obama, è ancor piu pessismista. Ieri, fuori dal cancello di Kivuli, e forte della sua fama di profetessa diceva a tutti con aria misteriosa: “Obama sa di dover venire a morire qui, dov’è nato suo padre. Porterà dolore per tutti”.

Il ragazzo di strada
Martin invece non si azzarda in pronostici e profezie, guarda la realtà che sta vivendo. E’ un ragazzo di strada di sedici anni molto indipendente, ogni giorno viene a Kivuli Ndogo solo per il pasto di mezzogiorno: “La polizia ci perseguita, vogliono ripulire le strade, secondo loro Obama non deve sapere che noi esistiamo. Dove possiamo andare? Hanno distrutto le nostre basi, ci rincorrono e picchiano appena ci vedono. Ci mettono in prigione. Poi ci lasceranno andare quando Obama sarà partito. Ma siamo noi la minaccia?”. Martin dice il vero. Questi ragazzi-spazzatura, come vengono chiamati, per i governanti sembra siano i colpevoli di tutti i mali de Kenya, mentre invece ne sono le vittime, e il segno più chiaro di un’economia che arricchisce i ricchi e impoverisce i poveri.

L’educatore
Un educatore del centro di prima accoglienza preferisce guardare al futuro con ottimismo e azzarda in un paragone difficile ed una facile profezia: “Spero che questa visita sia il segno che il Kenya è guardato con ottimismo dalla comunità internazionale. Ma la visita a cui guardo con speranza è quella di Papa Francesco. Lui è davvero un leader speciale, non Obama. Son sicuro che quando verrà in Kenya a fine novembre, come ha promesso, non si arroccherà dietro i servizi di sicurezza, andrà a visitare i poveri a Kibera. Neanche il nostro presidente osa andarci, figuriamoci Obama. Ma lui, Francesco, ci andrà”. Non mi ero accorto che a popolarità di papa Francesco fosse arrivata cosi lontano, fra i poveri di Kawangware.

Il piccolo commerciante
La scorsa settimana i mass media hanno messo per giorni e giorni in grande evidenza a riapertura del Westgate, il lussuoso centro commerciale in cui avvenne un feroce attentato terroristico nel settemebre del 2013. L’evento e’ stato presentato come il segno della capacita del Kenya di superare le difficoltà. Personaggi dell’alta borghesia sono stati intervistati con sullo sfondo vetrine di lusso, bambini felici che guardano a bocca aperta avveniristici intrecci di scale mobili.
Sfogliavo il giornale al Baraza Cafe, e un conoscente si avvicina e commenta: “Io avevo un piccolo negozio di cartoleria a Kibera. Qualche mese dopo i fatti di Westgate il mio negozio è bruciato in uno dei periodici incendi che devastano Kibera. Ho perso tutto, e nessuno era colpevole. La banca che conosceva il mio piccolo business si è rifiutata di farmi un prestito, mi hanno detto che non c’erano i soldi. Ho sudato e faticato, con l’aiuto di mia moglie che si è rimessa a vendere frittelle ai margini della strada, come faceva da ragazza, e finalmente siamo riusciti a ripartire. Mi domando dove quelli del Westgate abbiano trovato tutti i soldi per ricostruire il loro gigantesco e sfarzoso palazzo in meno di due anni”.

Mai come in questi giorni in Kenya si percepisce quanto sia necessario passare dall’economia dello spreco, l’economia che uccide, ad un’economia del bene comune. Non sono profeta come Awiti, ma è facile pronosticare che se papa Francesco verrà a Nairobi, questo sarà una parte centrale del suo messaggio evangelico.

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Disuguali, sempre

Un altro attentato terrorista in Kenya perpetrato da Al Shabaab, stamattina a Mandera, sul confine con la Somalia. Mons. Joseph Alessadro, vescovo coadiutore della non lontana Garissa, dove ai primi di aprile avvenne la strage di studenti universitari, intervistato dall’agenzia Fides afferma, con buoni motivi, che “L’obiettivo degli Shabaab è di ‘liberare’ il nord-est della Somalia, abitato da keniani di origine somala, dai non musulmani e dai non somali. Come negli attacchi avvenuti in precedenza, sono stati presi di mira dei lavoratori provenienti da altre aree del Kenya, quindi non somali e non musulmani. Purtroppo sembra che questa strategia stia avendo successo. A risentirne maggiormente sono i settori della sanità e dell’istruzione. In tutto il nord-est l’educazione è in gravi difficoltà per la mancanza di insegnanti, provenienti da altre aree del Paese, che si rifiutano di tornare a lavorare lì”.

Non trovo la notizia sui siti italiani, dve pure l’altro ieri era stata riportata l’uccisione di un operatore turistico italiano a Watamu. Anche il sito della BBC da poca rilevanza al fatto

In margine ai non mai abbastanza condannati atti di terrorismo bisogna notare che sono sempre riportati con occhio razzista. E’ razzista chi vede in ogni bianco un crociato cristiano, chi vede in una fisiognomia medio-orientale segni di terrorismo, chi vede in ogni persona di pelle scura un clandestino. Ma è innegabile che sia razzista anche il modo, il contesto e l’importanza con cui si riportano gli episodi di terrorismo.

Razzismo è una parola che non si vorrebbe mai pronunciare, un concetto che vorremmo eliminare dal nostro pensiero, ma l’evidenza dei fatti quotidiani, locali ed internazionali, ci deve far prendere coscienza che il razzismo non solo esiste, ma pervade in profondità la “modernità” . E’ importante quindi essere consapevoli di vivere in una società seriamente malata di razzismo e identificare quegli agenti che ne provocano una recrudescenza e una crescita. La nostra cultura e società, per ragioni storiche, sono predisposte al razzismo, e certi movimenti sociali e politici, come in Europa i vari movimenti autonomisti e partiti che vedono nell’Europa una fortezza da difendere, hanno gioco facile a far leva sul razzismo più o meno latente, a scopi elettorali.

Non esistono “razze umane”, e quindi sarebbe addirittura improprio parlare di razzismo, ma continuiamo ad usare questa parola per parlare di una visone dell’umanità profondamente anti-umana e anti-cristiana, quel razzismo grossolano che distingue brutalmente le persone in base alle gradazioni di colore delle pelle, mettendo i più scuri al livello più basso. Il razzismo di Dyllan Roof, l’assassino ventunenne bianco e biondo che lo scorso 18 giugno ha ucciso a Charleston, negli Stati Uniti, nove persone in preghiera, colpevoli solo di avere la pelle di colore diverso dalla sua.

Ma c’è anche un razzismo che cerca di essere politicamente corretto, che si nasconde dietro altre maschere. La disuguaglianza basata su presupposti razzisti persiste sia in Sudafrica – dove l’apartheid è finito nel 1994 – che negli Stati Uniti – che hanno abolito il segregazionismo trent’anni prima – e pervade il pensiero occidentale. Nei mass media, nelle analisi politiche, nelle statistiche sociali, non è normalmente nominato, per una ipocrisia tipica del politically correct, ma esiste, eccome. C’è un “apartheid globale”, un sistema internazionale di governo della minoranza globale costruito sul tacito presupposto che le persone e la loro vita abbiano un valore diverso, in base al luogo di nascita, alla ricchezza ma anche al colore della pelle. Semplificando, ma non troppo, possiamo affermare che nel nostro mondo i poveri, coloro che non hanno potere, sono neri. Anzi, i poveri sono Africani. E, siccome sono poveri, sono un po meno persone umane degli altri.

Molti in questi ultimi mesi si sono domandati perché venti vittime del terrorismo a Parigi creano molte più reazioni che non duecento cinquanta vittime in Nigeria, o centoquarantotto vittime in Kenya? Perché ebola viene affrontata con determinazione solo quando alcuni bianchi muoiono e si scatena la paura che possa arrivare in Europa e negli Stati Uniti? Perché i riflettori restano puntati per giorni sulle trentotto vittime europee in Tunisia e poche ore sulle decine di vittime a Mogadiscio e Kuwait City? Forse le risposta è che la vicinanza della Tunisia ci ci fa sentire più vulnerabili? Sarebbe un errore vedere nell’accettazione tacita del valore differenziale della vita umana solo superficialità o indifferenza a ciò che avviene in paesi lontani. Il fatto fondamentale è che nel modo che gli occidentali hanno di porsi nel mondo il razzismo non è meno importante delle strutture militari, economiche, finanziarie e politiche che gli stessi occidentali hanno creato nel corso specialmente degli ultimi secoli per mantenere il privilegio, la supremazia, il dominio dei pochi sui molti. Il loro dominio.

Nel nostro tempo parte dell’inganno è consentire che i fatti della disuguaglianza razziale siano nascosti dietro altisonanti dichiarazioni di principio che negano il razzismo. Si dice “noi non siamo razzisti, da noi tutti hanno pari opportunità” per negare il passato, la storia, l’origine delle singole persone. “La nostra società non giudica dal colore della pelle” è un altro mantra tanto importante e falso quanto “il mercato è neutro”. Ma entrambe le affermazioni non sono vere. Nel sogno americano tutte le persone possono avere successo a prescindere dalla loro origine. La povertà, il fallimento sono attribuiti all’incapacità dei singoli, senza riferimento alla discriminazione passata o presente. Sei povero, sei in prigione, sei un fallito nelle vita per colpa tua, non perché sei nero, e non importa se l’80 per cento dei poveri, dei carcerati, dei falliti siano neri. Lo si dimentica, come un dettaglio statistico trascurabile. La prova del contrario invece sono proprio i casi di successo, che rimangono l’eccezione. Chi pensava che l’elezione di Barak Obama alla presidenza degli Stati Uniti fosse il segno che l’America avesse definitivamente superato il razzismo, adesso si accorge che cosi non è.

Quando si analizza l’ordine, o il disordine, mondiale, non si evidenzia mai l’importanza che in esso ha il colore della pelle. Anche la critica drastica che papa Francesco in “Laudato Sì” fa del sistema economico mondiale non nomina mai l’esistenza della discriminazione razziale o del razzismo. Invece, proprio come dovrebbe essere inconcepibile parlare del passato, presente e futuro della società americana nominare la storia degli afroamericani, così non si può parlare delle disuguaglianze globali del 21° secolo senza nominare l’”apartheid globale”. Ciò deve essere detto non per fomentare divisioni o rivendicazioni, ma semplicemente per riconoscere la verità, e ripartire dalla verità per costruire un mondo abitato da persone di uguale dignità.

Abitare ai Margini

Quando, nel 1999, sono andato a viverci, il posto era chiamato Riruta Satellite, ed era un grande quartiere di circa 80,000 abitanti alla periferia di Nairobi. Oggi, nelle stessa area, gli abitanti sono probabilmente 200,000 e Riruta Satellite si è frazionata in altri quartieri: Ndurarua, Satellite, Railway, Kabiria, Kivuli. Oggi la mia residenza e’ a Kivuli, periferia di Kabiria, periferia di Satellite, periferia di Rituta, periferia di Nairobi, periferia dell’Occidente. Le periferie si espandono e il centro si allontana sempre più. Il centro, dove c’è la vita vera, quella che si vede in televisione, dove ci sono ricchezza e potere.

Gli abitanti delle periferie delle metropoli africane continuano a crescere vertiginosamente, dando forza ad un fenomeno che è mondiale: per la prima volta nella storia da un paio d’anni le persone che vivono nelle città, superano quelle che vivono nelle zone rurali. Nelle grandi metropoli, come a Nairobi, le periferie degradate e le baraccopoli sorte illegalmente su spazi che non appartengono a chi ci vive, sono la residenza di oltre il 50 per cento dei cittadini.

A Riruta, che propriamente non è uno slum o baraccopoli perché i lotti di terreno, pur piccoli, hannoun legittimo proprietario, le strade sono in condizioni disastrose; le fognature, la rete elettrica, quando ci sono, raggiungono solo le strade principali. La rete telefonica è diventata inutile ed obsoleta a cause dell’onnipresenza dei telefoni cellulari. La stazione di polizia è un insieme di baracche in lamiere arrugginite, segno della scarsa considerazione che lo stato da a questo quartiere. Servizi sanitari e scuole pubbliche sono assolutamente inadeguate, come quantità e qualità, come testimonia il proliferare di dispensari e scuole private pure di scarsa qualità, frequentate da chi non ha migliori alternative.

Negli ultimi due anni sono iniziati lavori per il miglioramento almeno della strada principale e della rete fognaria, ma procedono con lentezza esasperante. Si viene a vivere qui perché costa meno che vivere più vicino al centro, ma il vivere qui rafforza quotidianamente, in mille modi sottili, la consapevolezza di essere gli ultimi, di non contare niente, di vivere ai margini della società. La persone importanti vivono altrove, il fatti importanti succedono altrove. Gli unici fatti rilevanti che accadono qui sono gli occasionali crimini, ma spesso non sono neanche giudicati degni di menzione nei mass media.

Eppure, per quanto possa sembrare incredibile, questa Riruta, periferia delle periferie, è per molte persone una meta agognata, il traguardo che promette la fine di tutte le sofferenze, il sogno di un futuro migliore mantenuto vivo attraverso lettere di amici che vi ci si sono stabiliti già da qualche anno. Chi vorrebbe vivere a Riruta? Per esempio chi vive nelle zone rurali dove servizi sanitari e scuole sono pochi a sparsi su vaste aree. I giovani che coltivano il sogno di migliorare il proprio livello di educazione, e di accedere ad opportunità di lavoro diverse dall’agricoltura o pastorizia di sopravvivenza. Le migliaia di disperati che sono arrivati in Kenya da Sudan, Sud Sudan, Somalia, Rwanda e Burundi e sono stati forzati a risiedere nei campi rifugiati, ancora più lontani dal centro, ancora più ai margini, in località aride, campi dove vivere significa dipendere dalle razioni alimentari della carità internazionale. La crescita travolgente di Riruta è soprattutto dovuta all’immigrazione da queste aree ancora più marginali.

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Cosi chi vive qui è doppiamente ai margini. Alla periferia della città ma anche alla periferia delle cultura tradizionale di provenienza. Caso emblematico è Harrison, che fa il catechista volontario in una delle tante chiese locali. Viene dalla riva del lago Vittoria, 400 chilometri da Riruta, da una famiglia di pescatori. Terminata con difficoltà la scuola superiore ha deciso di venire in città per lavorare e frequentare un college la sera. Ma son passati dieci anni, ha fatto pochi esami al college e fa solo lavori occasionali di manovalanza. Ogni volta che che riesce ad accumulare un piccolo gruzzolo per pagare le tasse universitarie succede qualcosa al villaggio e gli viene chiesto di contribuire: il funerale di un parente, i testi scolastici per un nipote, il costo di un ricovero ospedaliero della sorella minore. La tradizione comunitaria vuole che ogni familiare contribuisca a questi costi, tanto piu uno che vive lontano nella ricca città e Harrison non può rifiutarsi. La tradizione vuole anche che Harrison, in quanto primogenito, sia il primo a sposarsi e costruisca la sua casa vicina a quella del padre. Se non lo fa, i fratelli non possono sposarsi a loro volta. Cosi Harrison finisce per esaurire le sue minime risorse economiche per continuare a sentirsi parte di una posto in cui non vive, e nello stesso tempo è emarginato nella grande Nairobi, sul posto degli occasionali lavori, dove i valori importanti non sono comunità e condivisione, ma efficienza, potere economico. Harrison vive in una terra di mezzo, se non avesse il sostegno della comunità cristiana potrebbe, come tanti, soccombere alla depressione, all’alcool o alla droga. Lui non ha perso il senso dell’ironia.“Riruta – mi dice – è una metafora della vita. Qui se chiedi a chiunque la sua origine ti dice che proviene da qualche altra parte del Kenya. Chi potrebbe essere orgoglioso d’essere nato qui? Siamo tutti di passaggio, in attesa che si apra la possibilità di una vita vera e dignitosa. Per qualcuno di noi questa vita vera incomincerà soltanto nell’altra.”

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A Riruta non ci sono solo storie drammatiche. Le periferie sono, per chi è capace di vedere, anche i laboratori della società del futuro. Qui la società muta, inventa nuove forme di sopravvivenza. Nei quartieri della Nairobi ricca si rinforzano le siepi divisorie con filo spinato, ci si chiude dietro alti muri, si aumentano i fari per illuminare a giorno i dintorni delle ville e si moltiplicano le guardie notturne – tutti poveracci che di giorno vivono in quartieri come Riruta e di notte proteggono i ricchi – cosi che nessuno turbi il mondo dorato in cui si vive. Invece nelle nelle periferie nascono e crescono tutti i fermenti di questa società. Alcuni sono fermenti di violenza e di odio, ma altri sono fermenti di solidarietà e dignità.

Qui c’è Lionel che a meno di trent’anni sta preparandosi la morte per alcoolismo, ma che dipinge dei quadri in cui la vita esplode con le più straordinarie forme e colori. C’è Adhiambo, che vive in una baracca, lavora da commessa, e la sera con un computer da museo scrive racconti per bambini. C’é Juma, il tecnico di computer che dopo una giornata di lavoro, mentre la moglie prepara la cena su un fornello a carbonella e i figli fanno i compti, lavora su un portatile per sviluppare un nuovo software. E c’ é Anjela, che vuole avviare un gruppo di sostegno per le coetanee sieropositive. La periferia, per chi crede e vuole lasciarsi rinnovare, è l’ incontro col Dio che non tiene niente per sé, che viene dal basso, che ti guarda con gli occhi dei piccoli, ti comunica sapienza con la voce delle prostitute, ti benedice con la voce del vecchio che sta per morire.

Nelle periferie c’è chi non ha niente da perdere, e si gioca tutta la vita su un numero solo, puntandoci con tutta la perseveranza e creatività che possiede. Le periferie sono terreno recettivo e fertile per il Vangelo. Le beatitudini sono ascoltate da occhi e cuori aperti. Qui siamo ai margini della città, certamente non ai margini della vita.

Lampedusa e Garissa: la stessa Storia

Non è uno scontro di civiltà, è una scelta di civiltà.

La strage di Garissa sta cambiando l’autocoscienza del Kenya come la strage di Westgate non era riuscita a fare. A Garissa sono morti studenti, giovani, figli di famiglie che avevano riposto in quei giovani le speranze di tutti. Giovani, letteralmente, di tutti i popoli, e lingue e religioni del Kenya. Giovani che studiavano inseguendo il sogno di una promozione sociale, ma anche di un Kenya più giusto dove tutti i cittadini possono avere gli stessi diritti. Esattamente l’opposto dei loro assassini, rappresentanti di una società fanaticamente chiusa su sé stessa e incapace di dialogo.

Ne sono state vittime anche musulmani, non solo fra gli studenti uccisi. Ne è stata vittima la mamma musulmana che abbiamo visto piangere disperatamente abbracciata alla salma del figlio ucciso a Garissa. Tutti gli altri musulmani adorano il vero Dio, Misericordioso e Benevolo. La ferocia degli assassini non può più essere travestita da zelo religioso. I massacratori di Garissa erano gli esecutori di piani pensati da persone che in Dio non credono. Perché credono solo nel potere e nella ricchezza.

In questi giorni il governo del Kenya sta reagendo in modo scomposto, ansioso di mostrare che sta prendendo tutte le misure necessarie per accrescere la sicurezza, dopo la fallimentare gestione della crisi. Eccolo quindi a sospendere i conti bancari di molte organizzazioni e ong islamiche, senza peraltro provare che queste organizzazioni abbiano un qualsiasi legame col terrorismo. Si è riproposto di chiudere entro tre mesi il campo dei rifugiati somali di Dadaab, rimpatriandoli tutti, un’impresa titanica oltre che sbagliata, quasi impossibile da realizzare anche da un governo dotato di polizia e amministrazione efficienti e incorruttibili. Ha annunciato solennemente che metterà in sicurezza la frontiera costruendovi un muro – non è stato specificato quanto alto – ignorando forse che dovrebbe essere lungo oltre settecento chilometri, ponendo problemi enormi di costruzione, gestione e sorveglianza. Un ministro ha addirittura proposto che prima di accedere all’università tutti gli studenti facciano un corso obbligatorio di antiterrorismo.

Non possiamo dimenticare che il terrorismo somalo contro il Kenya è stato scatenato dalla decisione nel 2011 dell’allora presidente Mwai Kibaki, di inviare truppe kenyane in Somalia, ufficialmente parte dell’AMISOM (Missione dell’Unione africana in Somalia) per ristabilire il potere del governo che si era installato a Mogadiscio con l’appoggio delle potenze occidentali. Gli Stati Uniti in particolare avevano fatto enormi pressioni su Kibaki, garantendogli il supporto logistico per intervenire là dove l’esercito americano aveva miseramente fallito vent’anni prima. I kenyani vennero a sapere di questo intervento a cose fatte, quando già i loro soldati erano entrati in Somalia. Oggi nessuno può dire con certezza quanti soldati kenyani siano morti in Somalia. Probabilmente molti ma molti di più degli studenti morti a Garissa, ma i veri numeri li conoscono solo al Pentagono. Il Kenya è stato lasciato solo a pagare il conto della violenza.

La società civile kenyana, le ong, le comunità religiose delle diverse fedi hanno assunto atteggiamenti più sfumati e ragionevoli che non il governo. Sia nei mass media che negli ambienti che frequento, e sono i più vari, non ho sentito una voce in favore di risposte violente o meramente punitive. Tutti capiscono che il cancro è interno, il mostro da abbattere è prima di tutto dentro di noi e poi all’interno della società. Il grande mostro in Kenya, da cui nascono tutti gli altri mali, è la corruzione.

Personalmente ritengo che in questa crisi epocale dobbiamo abbandonare la logica della violenza e dimostrare di credere per davvero ai grandi principi che in Europa e America del Nord, più che altrove, sono cresciuti e sono stati codificati: giustizia sociale e diritti umani, democrazia, rispetto della vita di tutti. Questi valori rappresentano una conquista di tutta l’umanità. Non possiamo permetterci di sospenderli neanche mentre resistiamo alla furia di un fanatismo ottuso e retrogrado.

Sappiamo però che nelle stanze dei bottoni delle grandi potenze predominano ancora altre logiche. Succede così che paesi grandi per il loro potere economico-militare si rivelino poveri di anima e di visione. Potenze grandi nelle loro affermazioni e discorsi si rivelano meschinamente dedite alla difesa dei propri venali interessi. Grandi per il livello medio di vita, ma piccole, piccolissime perché succubi dell’economia e della finanza.

Mentre guardo sui giornali di Nairobi le foto degli studenti di Garissa mi pare di sentire da loro un invito a uscire dalle logiche meschine, per guardare il mondo con occhi grandi e aperti. Occhi capaci di sognare, ma anche di leggere la storia. Ecco perché il massacro di Garissa non può essere disgiunto dall’immane tragedia in atto nel Mar Mediterraneo. Ciò che vi sta avvenendo, l’ondata dei richiedenti asilo, dei profughi economici, i drammi delle centinaia di annegati, aggravati, dramma nel dramma, dalla disperazione di poveri cristi musulmani che buttano a mare altri poveri cristi cristiani, i morti per mancato soccorso perché nei corridoi del potere dell’Unione europea c’è ben altro a cui pensare, fa parte della stessa storia degli studenti di Garissa.

Della stessa storia fanno pure parte gli operatori della finanza, dell’economia e della politica che a New York, Washington, Londra, Parigi, Mosca, Milano e Beijing, continuano a dividere il mondo in “noi” e “gli altri”, coloro che manovrano i mercati così che chi in Africa estrae il coltan, coltiva le rose, produce il cacao, il tè e il caffè, continui a vivere nella miseria più disperata. Della stessa storia fanno parte i fabbricanti e mercanti di armi che hanno riempito questa nostra madre Terra di ordigni sempre più sofisticati per uccidere, invece che di energia pulita, agricoltura biologica, informatica per lo studio e di pace. E in questa storia sono anche i politici che seminano divisione e odio, che parlano di ributtare a mare gli immigrati, che hanno deciso di tagliare i fondi italiani ed europei alle operazioni di salvataggio in mare. Le mani, probabilmente ben curate di questi signori grondano del sangue dei loro fratelli come, anzi di più, di quelle dei poveri disperati che scaraventano in mare altri disperati.

I signori della guerra che operano dalla grandi capitali del mondo, e che la guerra la fanno fare agli altri perché loro sono troppo occupati a far soldi, sono per lo meno altrettanto colpevoli delle sofferenze di questo nostro mondo quanto i signori della guerra della Somalia, del Sudan e della Libia.

Continueremo a rispondere alla violenza con una violenza ancora più grande, più pervasiva, meglio camuffata? Questa è ormai una scelta che siamo tutti chiamati a fare, come individui e come società. Saremo capaci di fare tutti insieme un passo in avanti, di superare le divisioni e i confini e, almeno come ideale se pur lontano, muoverci verso una comunità internazionale in cui veramente tutti abbiano gli stessi diritti?

Come reagire alla violenza e al pericolo non è dato sapere finché non ci si trova dentro. Personalmente mi chiedo quale sarebbe la mia reazione se venissi a trovarmi faccia a faccia con un violento che vuole uccidermi. Tenterei una disperata difesa usando violenza? O cercherei di far leva sul residuo di umanità che anche i più incalliti terroristi si spera abbiano nascosto in fondo al cuore? Non lo so. Forse, per salvare altri a cui voglio bene, tenterei anche la difesa violenta…

Ma vorrei sperare di poter reagire come hanno fatto i cristiani su quel barcone che si sono opposti alle violenza di chi voleva gettarli in mare avvinghiandosi l’un l’altro, come hanno fatto quei quaranta giovani, seminaristi burundesi, che nel 1995 in risposta a che voleva separali lungo linee tribali, hanno preferito morire abbracciati, o come i lavoratori egiziani decapitati in Libia pronunciando il nome di Gesù.

Sono comunque contento della compagnia in cui mi ritrovo, o in cui mi ha posto la somma di piccole scelte che ho fatto nella vita. Oggi, domenica, a Kivuli, estrema periferia di Nairobi, ho passato il pomeriggio ad ascoltare giovani che sono stati travolti dalla povertà, dalla droga, si sono invischiati nella piccola criminalità… per riprogettare insieme il loro futuro. Ho trovato persone capaci di sorridere di sé stesse, di piangere, di gridare disperate, di voler bene, di impegnarsi a cambiare. Esseri umani, vivi e veri, che sfidano anche me a essere vivo e vero. Persone, coetanee degli studenti di Garissa, che puzzano di povertà. È insieme a loro che anch’io, con tutte le persone che magari pensano di non essere coinvolte in questa storia, voglio che ci liberiamo dalla “spuzza” di corruzione, di odio e di morte che tutti, tutti, ci portiamo addosso.

Yusuf, Piotr e il Padre

Piotr
Aprirsi all’incontro con gli altri per costruire il futuro.

Oggi a Tone la Maji, una casa per bambini di strada alla periferia di Nairobi, è arrivato Piotr. Non è un keniano con un nome polacco – non ci sarebbe da meravigliarsi, in strada ho trovato bambini con i nomi piu improbabili, come Reagan, Clinton, Amsterdam, Limited e perfino Ivanovich – ma un ragazzo di vent’anni autenticamente polacco che appena terminata la scuola superiore ha chiesto di fare un’esperienza di tre mesi in Africa prima di entrare in seminario. L’ho riconosciuto subito all’aeroporto, un viso aperto ed un accenno di barba bionda. Siamo arrivati a casa poco prima di cena. I bambini lo hanno assaltato eccitati, tutti volevano fare qualcosa per lui, portagli il bagaglio, indicargli la stanza, fargli assaggiare i meloni del nostro orto. Piotr all’inizio si scherniva, poi si è lasciato andare all’autentico affettuoso calore dei nuovi amici e quando è arrivata la cena – polenta, cavolo e lenticchie – era già parte del mondo di Tone la Maji ed ha mangiato di gusto, solo un po impedito da Yusuf, il piccolo musulmano che è con noi dagli inizi di febbraio, che era sempre aggrappato al suo braccio.

I giovani non hanno paura degli altri. Capiscono istintivamente che si cresce e si diventa umani solo incontrando gli altri. L’appartenenza sociale, le differenze religiose, il colore della pelle, le difficoltà della lingua sono superate di slancio appena si guardano negli occhi. Solo le esperienze negative, il rifiuto, l’abbandono e il tradimento, possono incrinare o addirittura negare questo bisogno di socialità, o di comunione con gli altri, come direbbe la spiritualità cristiana.

Mentre Piotr mi mostra il selfie che ha fatto con i nuovi amici, sempre con Yusuf aggrappato al braccio, e mi dice “E’ straordinario, ci siamo già riconosciuti fratelli”, penso che quest’immagine potrebbe illuderci che la fraternità sia a portata di mano, che la prossima generazione la realizzerà. No. Purtroppo è difficile credere che quel seminarista polacco abbracciato dal bimbo musulmano keniano possa essere un’icona credibile del nostro immediato futuro. C’è ancora molto da fare.

Una convivenza che non sia solo reciproca sopportazione ma sia intimamente e sinceramente rispettosa degli altri nasce da un lavoro faticoso a livello personale e sociale. Incontrare gli altri, invece di scontrarsi con loro, tenere sotto controllo i mostri che abbiamo dentro, costruire fratellanza e solidarietà non è facile e spontaneo. Per me cristiano significa tornare alla semplicità del Vangelo, al Gesù che si presenta ai discepoli con le braccia aperte e pronte all’accoglienza, pur sapendo che le stesse braccia aperte sono già state inchiodate alla croce, e che potrebbe succedere ancora. Significa restare davvero giovani dentro, la giovinezza dell’essere pronti ogni giorno al rischio di incontri nuovi, non l’ipocrita giovinezza dei capelli tinti, del volto rifatto, del sorriso senza anima. Significa coscientemente, metodicamente giocarmi la vita con una disciplina interiore che mi aiuta a tenere lo sguardo verso Colui che è l’incontro per eccellenza, giorno dopo giorno, fino all’ultimo.

Da adulti che hanno già sperimentato la durezza della realtà e magari sono diventati un po cinici per la continua assunzione dei veleni della discriminazione e del razzismo che sono diventati parte della nostra cultura,in Kenya come in Europa, sappiamo che l’incontro con gli altri solo raramente nasce dalla improvvisazione e dalla spontaneità. Incontrare chi puzza di povertà e di alcol, chi straparla sotto l’effetto della droga, chi ti guarda con odio perché non rientri nei suoi chiusi schemi mentali, o, peggio ancora, l’ipocrita e il perbenista che si crede al centro del mondo, il politico che per mestiere e per voti è semina rancore e odio, è un esercizio che si non si può fare senza allenamento e forza interiore. Insomma, il “Padre Nostro” recitato il mattino deve essere veramente un programma di vita.

Il Venerdì Santo del Kenya

“Il male che fanno ai cristiani è terribile, ma anche il male che fanno a noi musulmani non si può misurare”. E’ il mattino del Venerdì Santo, ed Alamin, gli occhi bassi, addolorato e mortificato, commenta così il titolo del giornale di Nairobi sulla strage di Garissa: “147 morti, 79 feriti nell’attacco al campus”. Sono tre i musulmani in gruppo di una ventina di studenti che avevo programmato di incontrare già da qualche giorno.

Gli studenti sono accomunati dal dolore per la brutale mattanza, che diventa subito il tema centrale del nostro incontro. Sanno che gli assassini hanno selezionato i cristiani per essere uccisi, anche se fra le vittime non sono pochi i musulmani, addirittura alcuni che stavano pregando nella moschea. Sanno anche una cosa ignorata da molti commentatori occidentali: gli studenti di Garissa sono tra coloro che, seppure hanno ottenuto l’acceso all’università, appartengono alle famiglie più povere. In Kenya, infatti, vige la regola che gli studenti di livello terziario che accedono all’educazione pubblica vengano mandati a studiare in una università al di fuori della loro regione. Possono indicare le loro preferenze, ma Garissa, una cittadina fuori dalle strade di grande comunicazione, e perduta nella zona semi-arida e inospitale verso il confine con la Somalia, è fra i campus meno gettonati. Cosi ci finiscono gli studenti poveri e privi di raccomandazioni, di estrazione sociale ben diversa da quelli delle prestigiose università private di Nairobi.

Le foto sui giornali locali mostrano solo studenti feriti e in fuga, misericordiosamente risparmiandoci le foto degli uccisi, ma la precise descrizioni dei giornalisti fanno facilmente immaginare i corpi dilaniati delle pallottole, ed evocano la carne del Cristo morente sulla croce, con immediata fisicità e crudezza.
Gli studenti non risparmiano critiche all’élite politica e sociale del Kenya, che vive nelle super-protette aree residenziali di Nairobi come fossero il satellite di un altro pianeta, preoccupata solo di accumulare potere e ricchezza. Fanno battute amare sul presidente che solo pochi prima aveva criticato il governo inglese che aveva sconsigliato ai propri cittadini di visitare il Kenya e alcune specifiche aree, la costa e Garissa incluse. Altre battute amarissime sulla corruzione, che permette agli agenti di Al Shabaab di muoversi senza controlli effettivi su tutto il territorio e addirittura di infiltrare le strutture governative.

Eppure il sentimento che prevale è quello di partecipazione al dolore dei sopravvissuti e delle famiglie delle vittime. Parole durissime per gli assassini – ben lontane, bisogna dirlo, dalle parole di Cristo sulla croce – ma non una parola di accusa e neanche di presa di distanza verso i musulmani presenti e l’Islam in quanto tale. C’è la preoccupazione che il ripetersi di atti terroristici finisca per scavare una divisione profonda e che questa possa trasformarsi in odio fra gli appartenenti alle diverse religioni.

Il rapporto cristiani e musulmani è un nodo cruciale per le prossime generazioni in questa parte d’Africa e dovrebbe essere al centro delle preoccupazioni anche di tutti gli agenti pastorali. Eppure non c’è ancora stata una grande riflessione comune, che abbia cercato di raggiungere tutti. E così convivono molte visioni diverse e contrastanti. Una parte di cristiani crede che la soluzione sia nell’imposizione della proprio fede, senza escludere la sopraffazione.

Qualche mese fa avevo visto lo stesso Alamin uscire dall’aula della scuola superiore dove frequentava l’ultimo anno con gli occhi pieni di lacrime di rabbia e umiliazione perché un missionario italiano, che aveva fatto una conferenza agli studenti su come affrontare responsabilmente la vita, aveva insultato pesantemente e indistintamente tutti i musulmani e la loro religione.

Visto da Nairobi il fondamentalismo islamico può vincere solo se riesce a scavare un solco di odio fra gli appartenenti alla diverse religioni. Per questo, la nostra risposta al terrorismo non può seguire la stessa logica, ma deve tornare ai valori del Vangelo: l’amore, il dialogo, la croce e il perdono. Deve sconfessare, come fa papa Francesco, chi usa Dio al servizio della violenza e della morte, e aprirsi al dialogo con tutte le persone di buona volontà.

In una prospettiva di fede, il sangue dei martiri è seme di cristiani, e dopo il venerdì di passione viene la Pasqua. Ma neppure una fede salda e la certezza della vittoria del bene sul male ci esimono dallo studiare e dal cercare di capire la storia che si sta evolvendo intorno a noi. Da questa prospettiva, è preoccupante la mancanza di una matura riflessione su quanto sta succedendo nella grande area africana, area in rapida espansione, in cui musulmanesimo e cristianesimo si incontrano e purtroppo spesso si scontrano.

Non basta, come fanno i vescovi di tutte le chiese cristiane keniane dopo ogni episodio di terrorismo, lanciare generici appelli di indignata condanna e rinnovare le richieste al governo di aumentare le forze di sicurezza e di dimostrare una maggiore determinazione nella lotta contro la corruzione. Bisognerebbe favorire un’analisi delle forze che si scontrano in questo momento storico, l’elaborazione di una comune riflessione su come porsi di fronte all’Islam e in genere alle altre religioni. Senza escludere la Religione tradizionale africana, come sempre il grande assente dal dibattito pubblico, ma pur sempre viva – eccome! – nella profondità dell’anima di tutti gli africani.

La Malattia del Presidente

Lo scorso 8 marzo, il Presidente dello Zambia si è accasciato e ha perso conoscenza per qualche minuto mentre presiedeva le celebrazioni pubbliche per la Giornata internazionale della donna. È stato trasportato in Sudafrica “per cure richiedenti una tecnologia non disponibile in Zambia” ed è rientrato. Successivamente ha ripreso le sue normali attività.

Molti però non considerano convincenti i comunicati ufficiali sulla salute del Presidente. Circolano molte spiegazioni diverse. Non c’è da meravigliarsi se quello che in altre circostanze potrebbe essere giudicato come un malessere passeggero, abbia attirato tanta attenzione: sono ben due i Presidenti zambiani morti per malattia mentre erano in carica. E la gente ricorda che solo pochi mesi prima, i comunicati ufficiali dicevano che l’allora presidente Michael Sata si trovava in vacanza, mentre in realtà era già…morente in un ospedale londinese. La stessa mancanza di chiarezza dei bollettini medici del giugno del 2008, quando un altro Presidente, Levy Mwanawasa, aveva avuto un infarto mentre si trovava in Egitto per un vertice dell’Unione africana, ed era stato trasportato in un ospedale a Parigi dove sarebbe morto nell’agosto dello stesso anno.

Destino curioso quello dei presidenti zambiani. Il primo presidente, Kenneth Kaunda, ormai ultranovantenne, è rimasto in carica 27 anni e 9 giorni. Il secondo Frederick Chiluba, è durato 10 anni e 61 giorni, morendo poco dopo la fine del suo secondo mandato. Il terzo, Levy Mwanawasa resistette per 6 anni e 230 giorni, morendo come detto sopra a Parigi. Il quarto, Rupiah Banda, è stato eletto per completare il mandato di Mwanawasa rimanendo di carico per 3 anni e 86 giorni, e finendo sconfitto alle successive elezioni da Michael Sata, che è stato in carica solo 3 anni e 35 giorni, morendo il 28 ottobre 2014.

Salta agli occhi subito che ogni Presidente è rimasto in carica per un tempo più breve del suo predecessore. E questa stranezza continuerebbe se Edgar Lungu non venisse rieletto. Lungu, infatti, è stato eletto solo per completare il mandato del suo predecessore, che terminerà fra meno di due anni, cioè entro la fine del 2016
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A livello popolare la scarsa salute del presidente Lungu viene attribuita alla sua predilezione per i super-alcolici, una voce che circolava già prima delle scorse elezioni. Il 19 marzo, un quotidiano molto popolare e notoriamente critico del Presidente ha pubblicato un velenoso editoriale in cui, riferendosi a una sua frase dopo il ritorno dal Sudafrica, gli suggerisce di non appellarsi a Dio e alla simpatia della gente, ma piuttosto di ammettere che sta pagando per la sua vita disordinata: «Edgar (Lungu) conosceva benissimo le conseguenze della vita che ha vissuto. Una vita sociale irresponsabile, con nottate intere passate bevendo. E oggi siamo noi a pagarne le conseguenze!».

In altri paesi africani, se fossero morti due presidenti in carica si penserebbe magari a morti violente, ad avvelenamenti o a malocchio. Niente di tutto questo in Zambia, un paese che pur essendo in una posizione geopolitica delicatissima non ha mai avuto colpi di stato, ne conflitti interni o esterni, e che dal 1991 vede presidenti di partiti diversi succedersi con elezioni pacifiche e democratiche. La morte dei due presidenti in carica non è stata attribuita ad intrighi. Semplicemente, si sono ammalati. Ma ormai lo stato di salute del presidente è diventato causa di preoccupazione nazionale e non manca chi maliziosamente si domanda se ci saranno molti candidati alle elezioni del 2016!

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